Nel cinema di Kleber Mendonça Filho c’è un’ostinazione rigorosa, quasi topografica. Sin dai tempi di Il suono intorno (O Som ao Redor, 2021), il cineasta di Recife ha eletto lo spazio urbano e le sue stratificazioni architettoniche a campo di battaglia della memoria.

Con L'agente segreto (miglior film in lingua non inglese ai Golden Globes, ora candidato a 4 premi Oscar, nelle nostre sale dal 29 gennaio), incursione nel noir paranoico d’ambientazione storica, Mendonça Filho non si limita a osservare le vestigia del passato, ma utilizza il cinema come dispositivo per abitare i vuoti lasciati dalla Storia, che si fa allucinazione urbana.

Siamo nel 1977, a Recife. Il Brasile si sta lentamente riavvicinando alla democrazia (succederà otto anni dopo), ma l'aria è sempre densa di quel sospetto che la dittatura militare ha inoculato nei tessuti della società.

Marcelo (Wagner Moura) torna a Recife in occasione del carnevale, in apparenza per riabbracciare suo figlio. In realtà arriva in città per "scomparire", portando con sé il peso di un passato da militante o forse, appunto, da “agente” di un cambiamento ancora invisibile.

Il recupero dei vuoti e l’architettura invisibile della paranoia

La Storia ufficiale, quella dei manuali e dei proclami, è costituita da enormi zone d'ombra, silenzi forzati e documenti bruciati. Qui interviene la finzione: Mendonça Filho (premiato a Cannes per la migliore regia) non cerca la ricostruzione filologica del biopic, ma la verità del “clima”.

Attraverso il filtro del genere – un poliziesco d'atmosfera che guarda dichiaratamente ai capolavori della New Hollywood come La conversazione di Coppola o Perché un assassinio di Alan J. Pakula – il regista recupera ciò che è andato perduto: il formato panoramico e il fuori campo sono gestiti come spazi che continuano a parlare, stratificando il design sonoro del film con ronzii, interferenze e suoni urbani che costruiscono una paranoia uditiva che quasi anticipa, di volta in volta, l’immagine.

Il film – per mettere in risalto la banalità del controllo – indugia sui dettagli del quotidiano (i rumori dei condizionatori, le chiamate interrotte, gli sguardi dei vicini), restituendo la paranoia come una condizione fisica, non solo politica. E l’omaggio apparentemente innocuo a Lo squalo di Spielberg, proiettato in quel cinema di Recife (altro teatro nel teatro entro cui far progredire l’aspetto thrilling della storia), primo blockbuster mondiale, è ulteriore metafora su quel costante sentimento di paura dato da ciò che non vediamo: la minaccia è ovunque, proprio perché non si vede.

Anche per questo, l’architettura del sospetto passa attraverso la restituzione della stessa Recife: la città viene filmata come un organismo vivente che trattiene nelle sue crepe i segreti del regime. Ogni edificio brutalista diventa un testimone muto.

L'agente segreto
L'agente segreto

L'agente segreto 

Wagner Moura e il corpo politico

Il cuore pulsante dell'operazione è il corpo di Wagner Moura. L'attore brasiliano (premiato a Cannes anche lui, vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar) compie un lavoro di straordinaria sottrazione, di nervosismo vibrante. Il suo Marcelo non è un eroe d'azione, ma un uomo-intercapedine, un soggetto che si muove nelle pieghe della città cercando di non lasciare tracce. Mendonça Filho lo segue con una macchina da presa che alterna lunghi pedinamenti a inquadrature fisse, cariche di una tensione latente. È la rappresentazione plastica di un’intera generazione che ha dovuto farsi fantasma per sopravvivere.

Il grottesco: la deformità del reale

A questa tensione rarefatta e gelida, Mendonça Filho contrappone, con un colpo di genio formale, la carnalità del grottesco. Se la paranoia è astrazione, il grottesco è eccesso, materia, deformazione, mutilazione (si pensi a tutta la linea narrativa che “segue” le peripezie di quella gamba amputata trovata nel ventre dello squalo...). Il regime non è solo spaventoso, è ridicolo, ipertrofico, fuori misura. Il grottesco emerge nelle pieghe di una quotidianità che deraglia.

La paranoia ci dice quanto sia profonda la ferita del sospetto, il grottesco ci mostra quanto sia brutale e degradante la natura di chi infligge quella ferita. Il grottesco viene usato per “sgonfiare” la sacralità del male, rendendolo così osservabile nella sua miseria umana, mentre la paranoia mantiene alta la tensione etica del racconto.

Wagner Moura in L'agente segreto
Wagner Moura in L'agente segreto

Wagner Moura in L'agente segreto

La finzione come protesi della memoria

Il cinema di Mendonça Filho agisce come una protesi della memoria. Laddove il Brasile ha tentato di dimenticare o di occultare i traumi di quegli anni (si pensi anche al recente Io sono ancora qui di Walter Salles), L'agente segreto interviene per “riparare” quel vuoto. Non è un film sulla dittatura, ma un film sulla persistenza della dittatura: negli sguardi, nei silenzi e nelle mura delle abitazioni.

Il recupero dei vuoti storici avviene dunque per via emotiva e sensoriale: la finzione non è il contrario della verità, ma l’unico modo per renderla nuovamente visibile quando i fatti sono stati cancellati. È un atto di resistenza estetica che trasforma il noir in una seduta spiritica collettiva.

E Mendonça Filho continua ad utilizzare il cinema di genere per fare vera analisi politica, senza mai rinunciare alla fascinazione del grande schermo. Un film che non guarda al passato con nostalgia, ma con la torcia accesa di chi cerca ancora i corpi sotto le fondamenta della modernità brasiliana.