Nelle note di regia di Reprise, il suo primo film, Joachim Trier sosteneva di voler rappresentare “un ambiente culturale specifico”: solo così, scriveva, si poteva raggiungere una dimensione universale, giacché le latitudini sono diverse ma le esperienze comuni e “le persone capiscono il tema anche se indossano diversi modelli di scarpe”. È in questo milieu che nasce la cosiddetta trilogia di Oslo, realizzata tra il 2006 e il 2021: Reprise (2006), Oslo, 31. august (2011) e La persona peggiore del mondo (2021) inquadrano le frantumazioni e le ricomposizioni di personaggi che abitano, attraversano, costruiscono la capitale norvegese e il suo sentimento.

Temi universali, appunto, che si sviluppano proprio a partire da Reprise, in cui la solida amicizia di Philip ed Erik, entrambi ventenni e aspiranti romanzieri, è messa alla prova dalla competizione (il libro di Erik viene rifiutato, quello di Philipp ha successo), dalla depressione psicotica di Philip dovuta all’amore tossico per una ragazza, dall’ambizione che porta Erik a scoprirsi così egoista da essere abbandonato dalla compagna, dall’ossessione della scrittura.

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value
Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in Sentimental Value

(Kasper Tuxen)

È un palinsesto del cinema di Trier e del suo principale collaboratore, lo sceneggiatore Eskil Vogt: lo scarto improvviso tra la leggerezza dell’umorismo e l’estrema tristezza di una tragedia incipiente, l’attenzione a personaggi incompleti perché colti in fieri, la connessione emotiva con il contesto urbano, il formalismo sporco, le meditazioni melanconiche che riguardano l’amore e l’identità, l’idea che la scrittura sia un lavoro di ricerca su un linguaggio e non uno strumento illustrativa realista. Sono elementi che fanno capire come la fortuna di Trier risieda in questa clamorosa possibilità di farsi specchio di un’umanità trasversale restando ancorato a un preciso spazio geografico.

E la sua specificità giovanile – che a distanza di vent’anni lo rende un vero classico per come inquadra una certa fase della vita – ribolle anche nel suo dichiarare che non può fare lavoro culturale (in questo caso versante creativo) e pretendere la comodità borghese: la scrittura, ci dice Trier, è un duro lavoro che richiede dei sacrifici. Certo, Trier non arriva dalla strada: è il nipote di Erik Løchen, un regista, scrittore e jazzista diventato un mito della cinefilia norvegese grazie a due lungometraggi legati agli stilemi sperimentali del Nouveau roman.

Reprise
Reprise

Reprise

Sono indizi che ci aiutano a capire quanto siano profonde le radici di Sentimental Value, ultimo film di Trier e sua definitiva consacrazione internazionale (dal 22 gennaio al cinema), che come scritto da più parti trova la sua sintesi oggettiva nella casa di famiglia con una grande crepa che testimonia un difetto strutturale che la sta facendo “crollare al rallentatore”. In Sentimental Value, Oslo è una panoramica iniziale, l’interno labirintico del teatro, uno sfondo che si intravede dalla finestra della casa di Renate Reinsve, un commento en passant di Elle Fanning.

Ma dentro c’è tutta la trilogia, incarnata dall’attore feticcio di Trier, Anders Danielsen Lie (che nella vita reale è anche un medico di base), che, dopo il depresso Philip, è stato il tossicodipendente di Oslo, 31. August (uno straziante aggiornamento di Fuoco fatuo in cui è l’incarnazione stessa di ciò che dice: “Guarda la mia vita. Ho 34 anni. Non ho niente. Non voglio ricominciare da zero”) e uno degli amori de La persona peggiore del mondo, un graphic novelist che vorrebbe metter su famiglia con la riluttante protagonista (“So che per te non è lo stesso. Ma lo so, lo sento. E voglio che tu lo sappia. Sei stata l’amore della mia vita. Sei una brava persona” le dice in fin di vita).

La persona peggiore del mondo
La persona peggiore del mondo

La persona peggiore del mondo

(Oslo Pictures)

Danielsen Lie ha un ruolo marginale in Sentimental Value, l’attore sposato con cui la collega Reinsve ha una relazione clandestina, ma in tre o quattro pose conferma la continuità tematica e spirituale tra la trilogia e questo film. In cui torna la stessa Reinsve, l’attrice preferita di Trier, che la volle per un ruolo comprimario in Oslo, 31. August e scrisse per lei La persona peggiore del mondo (sosteneva che nessuno la stesse valorizzando quanto meritasse: aveva ragione). Tutta la prima parte di Sentimental Value è in gloria del talento, del carisma, della vulnerabilità di Reinsve, con tutto il pezzo d’apertura nella sera della prima che è un tour de force e un saggio di recitazione.

Nella seconda, è quasi uno spettro di Ibsen (tant’è che si chiama Nora, anche se la sua casa non è di bambola), un corpo che non ce la fa a non piombarsi a terra, un brandello di carne a disposizione degli avvoltoi (cioè le faccende in sospeso del passato). Quella seconda parte è dominata dal padre carismatico quanto assente (Stellan Skarsgård), un venerato regista che prepara la rentrée dopo una pausa di quindici anni e cerca invano di convincere la figlia, con cui l’incomunicabilità è l’unica comunicazione, a interpretare il ruolo da protagonista.

Elle Fanning, Inga Ibsdotter Lilleaas, Joachim Trier, Renate Reinsve, Stellan Skarsgård (foto di Daniele Cifalà)
Elle Fanning, Inga Ibsdotter Lilleaas, Joachim Trier, Renate Reinsve, Stellan Skarsgård (foto di Daniele Cifalà)
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E così riemerge il grande tema della trilogia: la battaglia per sopravvivere in un mondo che non è all’altezza dei nostri desideri si risolve improvvisamente grazie alla scrittura (la sceneggiatura), che non è l’illustrazione di un fatto ma è la ricostruzione di un sentimento celato. D’altronde, come dice lui stesso, è nell’oscurità che si rivela la luce, perché “non c’è niente di più bello delle ombre”.

A un certo punto qualcuno dice che il nipote di Skarsgård, il figlio di Inga Ibsdotter Lilleaas (la sorella accademica), non fa altro che ripetere “Ti vedo”, la frase-simbolo di Avatar che esprime la profondità e l’autenticità della connessione, della comprensione e dell’accettazione al di là della semplice osservazione. Il cinema non ha niente di magico, ci ricorda Trier, forse perfino niente di terapeutico: sta tutto nella capacità di vedersi, come vediamo nel meraviglioso finale di Sentimental Value.