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Filippo Scotti in Le città di pianura
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Con 16 candidature, Le città di pianura è il film da battere alla 71a edizione dei David di Donatello. Una bella notizia anche sul piano del ricambio generazionale: è il secondo lungometraggio di Francesco Sossai, un regista veneto di 37 anni che ha studiato a Berlino, costato 2,3 milioni di euro e selezionato al Festival di Cannes (sezione Un Certain Regard) dell’anno scorso. In sala ha incassato più di 1,7 milioni, è diventato un piccolo cult e ora si appresta a conquistare il mondo. Eppure.
Nella cinquina del David alla miglior regia, Sossai è il più giovane, seguito da Gabriele Mainetti (La città proibita, 49), Paolo Sorrentino (La grazia, 55), Mario Martone (Fuori, 66) e Silvio Soldini (Le assaggiatrici, 67). L’età media è di 54,8 anni, curiosamente come un anno fa. Un anno fa vinse Maura Delpero con Vermiglio: era la seconda regista più giovane della cinquina (è nata nel 1975, un anno prima di Andrea Segre).
È l’unico della generazione millennial (indicativamente tra l’inizio degli anni Ottanta e la metà dei Novanta) in corsa per la miglior regia, il settimo in assoluto dopo Jonas Carpignano (A Ciambra, 2018, 34 anni), Matteo Rovere (Veloce come il vento, 2017, 35; Il primo re, 2020, 38), Alice Rohrwacher (Lazzaro felice, 2019, 37; La chimera, 2023, 41), Charlotte Vandermeersch (Le otto montagne, 2022, 39), Fabio e Damiano D’Innocenzo (Favolacce, 2021, 33, i più giovani dal 2001, quando Gabriele Muccino vinse per L’ultimo bacio).
Il tema anagrafico ricorre spesso: 41 anni è l’età media dei candidati per il miglior esordio; 60 quella dei registi in corsa per il miglior documentario; 49,8 per gli autori dei film nominati al David Scuola; 31 quella dei nominati per il miglior cortometraggio (ma è una categoria che per definizione e vocazione dà spazio a nuove voci e talenti emergenti). Aggiungiamoci anche che sono solo 4 su 20 gli interpreti under 40 in gara nelle quattro categorie.
La Generazione Z (nata tra la seconda metà dei Novanta e la fine degli anni zero) è rappresentata dagli interpreti Tecla Insolia (22 anni, Primavera) e Francesco Gheghi (22, 40 secondi) e dai registi Alberto Palmiero (29, Tienimi presente), Diletta Di Nicolantonio (29, Ciao, Varsavia), Omar Rammal (28, Everyday in Gaza) e Nadir Taji (25, Festa in famiglia), Matteo Memè (29, Tempi supplementari). E vogliamo parlare delle storie e dei temi?
Le città di pianura, certo, local nei temi e glocal nella forma: un tipico racconto italiano in cui un giovane ingenuo si fa travolgere da due maturi perdigiorno rincorrendo l’ultimo bicchiere. Ma ci basta?
I film presentati nella selezione ufficiale della 71a edizione dei David di Donatello sono 118. L’età media dei registi e delle registe di questi film è di circa 52 anni. Il dato resta più o meno simile se si considerano anche gli altri film usciti nel 2025 che hanno deciso di non partecipare alla competizione (sono 51: qui trovate tutti i titoli). L’età media dei candidati per il David alla regia è più o meno allineata a quella delle ultime dieci edizioni, 55 anni. Nel 2017 fu 48,8 anni; nel 2023, 66,8.
Le opere prime presentate sono 36. L’età media di chi le ha dirette è di 43,6 anni. Prendendo ancora le dieci edizioni appena trascorse, l’età media è di 41,3, in linea con quella dell’ultima cinquina per il miglior esordio, che spazia dai 29 anni di Palmiero ai 47 di Ludovica Rampoldi (Breve storia d’amore) e Margherita Spampinato (Gioia mia).
Come mai il corpo elettorale dei David di Donatello tende a votare soprattutto talenti affermati ed è più timido quando si tratta di premiare quelli in ascesa? Perché sembra essere più attento a film che toccano – emotivamente, culturalmente, spiritualmente – soprattutto persone adulte? Esiste un cinema dei millennial o della Gen Z? Se sì, perché non viene notato dall’Accademia del Cinema Italiano?
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