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Timothee Chalamet 32nd Annual Actor Awards, Early Arrivals, Shrine Auditorium, Los Angeles, California, USA - 01 Mar 2026
A pochi giorni dalla sua fine – nella notte di domenica 15 marzo scopriremo chi ha vinto l’Oscar – lo possiamo dire: l’awards season è troppo lunga, costa troppo e ci ha stancato. Prendete Marty Supreme, il film su cui A24 ha puntato tutte le fiches con la campagna elettorale più rutilante e dispendiosa (anche se non c’è una cifra esatta), partito a razzo e finito nella polvere. Prima è stato azzoppato dai contraccolpi di una controversia legata al suo regista, Josh Safdie, accusato di non aver tutelato un’attrice minorenne sul set di Good Time (2017), poi travolto dalle polemiche per certe dichiarazioni di Timothée Chalamet.
L’attore più rampante della sua generazione, il ragazzo che molti amano odiare, si è speso moltissimo per conquistare l’agognata statuetta: copertine firmate, una finta riunione su Zoom, speculazioni sul suo essere un rapper mascherato, apparizioni spettacolari come quella sulla Sphere di Los Angeles. A detta di alcuni membri dell’Academy, intervistati anonimamente da testate come Variety o Next Best Picture, la sovraesposizione mediatica e l’atteggiamento un po’ supponente hanno danneggiato la reputazione del giovane divo, percepito come antipatico e troppo ambizioso.


I teatri contro Chalamet
Ma la vera tempesta perfetta è arrivata quando una conversazione tra Chalamet e Matthew McConaughey – che hanno recitato insieme in Interstellar – è diventata virale. Organizzata da Variety e CNN, è una delle tante iniziative dell’awards season: due talent legati per qualche motivo chiacchierano o entrambi in gara per l’Oscar chiacchierano sul mestiere dell’attore, raccontano aneddoti e fanno le fuse all’Academy. Per dare l’idea di quanto siano frequenti queste conversazioni, considerate che le puntate di Actors on Actors, l’ormai tradizionale appuntamento di Variety in cui una coppia di star ciarla su vita e lavoro, vengono diffuse tra novembre e dicembre, quasi due mesi prima delle nomination e quasi quattro prima della cerimonia.
La chiacchierata tra McConaughey e Chalamet (che dura un’ora e dieci) è stata pubblicata su YouTube di Variety martedì 24 febbraio, ma è diventata virale solo venerdì 6 febbraio, quando gli account hanno diffuso un estratto che ha scatenato molte polemiche e reazioni. Chalamet sostiene che, nonostante la soglia dell’attenzione sia sempre più bassa, il pubblico continua ad apprezzare film “più lenti” e meno commerciali. L’attore ritiene che il suo compito sia quello di far restare vive un certo tipo di esperienza filmica di non voler “lavorare nel balletto, nell’opera o in cose in cui la gente pensa: ‘ehi, mantieni viva questa cosa, anche se ormai a nessuno importa più” (qualche secondo dopo ha provato a correggere il tiro, consapevole del pasticcio comunicativo).
Apriti cielo. Chalamet è stato travolto dall’ira del mondo dello spettacolo dal vivo: il Royal Ballet and Opera di Londra che risponde implicitamente all’attore con un post su Instagram quasi sarcastico, l’English National Opera che invita Chalamet a uno spettacolo, l’Opera di Seattle che promuove uno “Sconto Timothée” per attrarre il pubblico nel weekend. Perfino un’autorevole esponente dell’aristocrazia hollywoodiana, Jamie Lee Curtis, si è scagliata contro il collega. La cosa paradossale è che Nicole Flender e Pauline Chalamet, rispettivamente mamma e sorella del divo, sono ex danzatrici della New York City Ballet.


Checché ne dicano gli utenti social e i commentatori, la teoria secondo cui Chalamet si sia giocato l’Oscar con questa battuta è infondata. Le operazioni di voto si sono chiuse giovedì 5 marzo, un giorno prima dell’esplosione mediatica della vicenda. L’abbiamo detto prima: l’awards season è piena, pienissima di eventi e appuntamenti come la chiacchierata tra Chalamet e McConaughey. Ogni giorno siamo travolti da contenuti che ci informano su incontri, presentazioni, proiezioni, interviste, rivelazioni: quella per l’Oscar è una campagna elettorale lunghissima, che in alcuni casi inizia anche un anno prima (I peccatori), ha costi assurdi (i costi delle campagne di Una battaglia dopo l’altra e I peccatori sono superiori ai budget di alcuni film in gara come Sentimental Value e L’agente segreto) e non dà pace ai commentatori costretti a seguirla per varie ragioni. Magari qualche elettore ha visto la conversazione prima che diventasse un caso e si è scandalizzato per le frasi incriminate, ma Chalamet non perderà l’Oscar per la shitstorm dei teatri: lo perderà o lo vincerà per come si è esposto negli ultimi cinque mesi di promozione. E, sì, tocca ammetterlo: ormai la performance è un fatto secondario.
Il potere dei gatti
Altrimenti non si spiegherebbe l’altro ridicolo scandalo del rush finale di questa 92a edizione. Fino a qualche giorno fa, Jessie Buckley, la grande favorita all’Oscar per la miglior attrice grazie alla sua straordinaria interpretazione in Hamnet, non aveva sbagliato niente e i cosiddetti premi precursori (Actor Award, BAFTA, Critics’ Choice, Golden Globe) hanno rafforzato lo statuto di frontrunner dell’annata. Buckley è sotto i riflettori per la promozione del flop La sposa!, un film che è stato fatto uscire un giorno dopo la chiusura delle votazioni degli Oscar per evitarle il cosiddetto “effetto Norbit” (gli esperti sostengono che Eddie Murphy abbia perso la statuetta per Dreamgirls a causa delle terribili reazioni innescate da Norbit, un brutto film comico che gli valse il Razzie Award) ma anche in linea con altre strategie (l’affossamento di Jupiter – Il destino dell’universo per tutelare Eddie Redmayne, in corsa con La teoria del tutto).
Pochi giorni fa è riemersa sui social una clip dal podcast Happy Sad Confused, risalente a fine dicembre, in cui Buckley e il suo partner Paul Mescal dicono di preferire i cani ai gatti. Molto convinta sulla faccenda, Buckley ha detto che “i gatti sono cattivi”, aggiungendo che, quando usciva con quello che sarebbe diventato suo marito, uno dei due gatti dell’uomo “ha organizzato un colpo di stato” defecando sul cuscino. L’attrice, allora, diede un ultimatum al futuro coniuge: “Ho pensato: ‘o io o i gatti’. Ho vinto io”.


L’aneddoto va letto con il filtro dell’umorismo britannico, del quale sembrano essere sprovvisti gli amanti dei gatti, che hanno condiviso commenti indignati e accusatori (Internet ama i gatti). Travolta dalla polemica, Buckley è apparsa al talk show di Jimmy Fallon affermando che si trattava di un malinteso. E, con notevole acume, ha rivelato di aver fatto un provino per Cats, la trasposizione cinematografica del leggendario musical che nel 2019 fu un clamoroso fallimento al botteghino: “Ho fatto il peggior provino della mia vita. Faceva così caldo. Sudavo. Mi leccavo le zampe, come se stessi cercando di saltare. Ero proprio come lo zoccolo di una donna irlandese che salta e si lecca le zampe”.
I casi di Chalamet e Buckley ci dicono che mai come quest’anno l’awards season è stata sfiancante. A parte i costi spropositati, essere sempre in prima linea, flessibili e presenti per attirare le attenzioni dell’Academy è un esercizio agonistico e faticoso. Non è che alla fine i metodi migliori sono quelli di Emma Stone e Sean Penn? La prima, la più potente delle giovani attrici e produttrici, ha già vinto due Oscar e, senza muovere un dito, ha ottenuto due candidature per Bugonia (film e regia). Il secondo, che ha già due statuette in bacheca, ha vinto il BAFTA e l’Actor Award per Una battaglia dopo l’altra senza scomodarsi nel ritirarli e potrebbe fare il triplete ostentando un supremo – e ovviamente finto – menefreghismo.



