Dove sta andando il cinema francese?

La domanda si pone in vari modi nell’ambito di questa settantanovesima edizione del Festival di Cannes. Si sarebbe persino tentati di dire che è il cuore pulsante dal suo programma, considerando l’importanza della delegazione francese in concorso, che conta otto titoli su ventidue, se si includono tre registi stranieri che hanno girato in Francia, Ryūsuke Hamaguchi (Soudain), László Nemes (Moulin) e Asghar Farhadi (Histoires parallèles).

Di questo contingente, i cinque francesi “ufficiali” sono tutti, cosa eccezionale, registi relativamente giovani e alla loro prima candidatura alla Palma d’oro: Arthur Harari (L’Inconnue), Léa Mysius (Histoires de la nuit), Jeanne Herry (Garance), Emmanuel Marre (Notre salut) e Charline Bourgeois-Tacquet (La vie d’une femme). Le sezioni parallele non sono da meno e testimoniano ancora una volta una predominanza senza precedenti del cinema francese ma su questa concentrazione, che traduce la straordinaria vitalità di un sistema produttivo, incombe un’ombra. La Francia è alla viglia di un’elezione presidenziale ad alto rischio per il paese in generale e per il cinema francese in particolare, regolarmente attaccato negli ultimi mesi dall’ecosistema mediatico di Bolloré (che è diventato il principale finanziatore del cinema francese insieme a Canal + e il potenziale futuro azionista di maggioranza del gruppo UGC).

La selezione di Thierry Frémaux sembra offrire allora un contrappunto alla narrativa dell’estrema destra, mettendo in primo piano non solo film francesi realizzati da giovani registi e autori internazionali, ma anche un numero record di coproduzioni. E questa volontà di marcare una forma di “resistenza” si esprime anche nei soggetti dei film, se Cannes è un festival a volte paradossale nella sua volontà di conciliare il glamour con velleità politiche, la presenza di due film sull’Occupazione, Notre salut e Moulin, è un’ulteriore traccia di uno zeitgeist che lavora l’immaginario dei registi, tornando a un passato funesto per commentare meglio il tempo presente.

Notre salut
Notre salut

Notre salut

(Kidam & Michigan films)

Notre salut è una delle tappe di questa battaglia culturale in corso, la più rigorosa, per la sua esigenza estetica e la sua morale esemplare. Diretto da Emmanuel Marre (Generazione Low Cost) e ispirato alla corrispondenza epistolare tra il suo bisnonno vichyste e la sua consorte, Notre salut è una storia dentro la Storia, un’appassionante riflessione sul collaborazionismo. E alla storia maiuscola, il regista dona un volto, quello di Henri Marre (Swann Arlaud) che sbarca a Vichy nel settembre del 1940 con un matrimonio in crisi e un saggio nella valigia sulla razionalizzazione del lavoro, ispirato ai primi principi di gestione aziendale importati dagli Stati Uniti.

Marre non si mostra affatto tenero col suo antenato, che era tutto tranne che un uomo eccezionale. Era un funzionario ordinario e come lui ce n’erano tanti, perché malgrado l’ottimismo De Gaulle, non tutta la Francia era resistente e partigiana. Introdotto in un partito dove la sua voce fatica a farsi sentire, Henri è un convinto pétainista e un mediocre arrampicatore sociale. La sua unica qualità risiede nelle sue doti organizzative e nella sua capacità di raccontare storie avvincenti per le società di consulenza, abilità che gli procureranno infine un incarico presso il Commissariato per la Lotta alla Disoccupazione.

Di fronte a una burocrazia resa ancora più caotica dalla divisione della Francia, Henri cerca di introdurre il concetto, ancora agli albori, di management, ricorrendo a leggi repressive e fallendo miseramente nelle proposte di lavoro, nelle classificazioni dei lavoratori e in altri umilianti metodi di sorveglianza. Marre segue questo fervente sostenitore del maresciallo Pétain senza accademismo, libero dai vincoli spesso insiti nelle ricostruzioni storiche, creando il curioso effetto di un film ambientato nel presente, appassionatamente politico (riguarda ieri, oggi e forse domani) eppure intimo.

Notre salut si connette con la contemporaneità attraverso la modernità della sua forma, quasi fosse un’estensione della macchina da presa cruda e documentaristica di Generazione Low Cost, su cui è fissata la luce di un flash. L’effetto è quello di una Polaroid, frammenti di vita catturati al volo, dove l’ellissi e la varietà delle situazioni dipingono un ritratto molto più complesso di Henri, supportato dalla sobrietà ammirevole di Swann Arlaud. Un linguaggio cinematografico che conduce lo spettatore a una prossimità sensoriale ed emozionale, alla consapevolezza che in ogni momento il nostro avrebbe potuto scegliere diversamente.

Swann Arlaud in Notre Salut
Swann Arlaud in Notre Salut

Swann Arlaud in Notre Salut

(Kidam & Michigan films)

La disamina politica si intreccia a un vibrante dramma coniugale e lo arricchisce di momenti musicali anacronistici e sublimi. Tra Alphaville e Hot Butter, passando per l’impiego audace di Life is Life degli Opus, Notre salut ipnotizza con la sua economia narrativa e formale, con la sua contemplazione di un antieroe irrilevante che scala i gradini della corruzione politica e morale.

In un’epoca e un festival saturi di film sulla Seconda Guerra Mondiale – in Francia è appena uscito in sala il nuovo film di Xavier Giannoli (Les Rayons et les Ombres) sull’insidiosa banalizzazione della collaborazione –, il ritratto di Marre è il più accurato e singolare di tutti, con le sue libertà storiche e formali che non sono pure licenze poetiche ma tracce feroci del presente. Se Giannoli compone col carisma di Jean Luchaire, il magnate della stampa, a cui Jean Dujardin dona fascino e malinconia, Marre disegna un personaggio opaco con un raggio d’azione limitato. Swann Arlaud si astiene dal brillare, è un bastardo qualunque che decide poco ma si fa in quattro quando gli viene chiesto di fornire benzina e camion per il rastrellamento degli ebrei di Tolosa nell’estate del ‘42.

In una tensione permanente tra ordine e disordine, il cinema di Marre articola il sogno del suo avo: un ritorno alla grandezza francese attraverso la razionalizzazione, una sorta di tecnocrazia ante litteram. Senza mai giustificare la sua partecipazione al regime di Vichy e alla deportazione, cerca di comprenderne i meccanismi ideologici, un misto di desiderio di rivalsa sociale, ambizione personale e profonde convinzioni politiche.

La fine di Henri non è nota, nemmeno alla famiglia, che non ne seppe più nulla quando la Storia fece il suo ultimo giro lasciandolo in attesa al confine. Solo come un uomo sul “cuore della terra” e sulla sua valigia, un uomo che potrebbe essere nostro fratello, nostro padre, noi stessi, un uomo che ci ricorda qualcosa della nostra vita. Perché l’ingranaggio della macchina è sempre azionato da uomini come gli altri.