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La vie d'une femme
Un romanzo in undici capitoli: la vita di una donna, forse non una come tante ma nemmeno così rara. Gabrielle (Léa Drucker) è chirurga, a capo di un’equipe nell’impoverita sanità pubblica francese, corre e lotta fianco a fianco al collega Kamyar (Laurent Capelluto), che non ha il suo attaccamento stakanovista alla professione (lui lo chiama “mistica della martire”) ma che si intuisce è, o almeno è stato, qualcosa di più di un semplice compagno di lavoro.
A quel suo rigore professionale e pragmatismo si ispira, per il suo romanzo, la più giovane scrittrice Frida (Mélanie Thierry). Un mazzo di fiori di ringraziamento schiude una possibilità mai concepita prima da Gabrielle, che è anche la (seconda) moglie di Henri (Charles Berling). Ha scelto di non essere madre biologica ma di crescere i figli di lui, e, dopo tanti anni, di tornare in un appartamento tutto per sé. Ma è anche amministratrice di sostegno della madre Arlette (Marie-Christine Barrault), destinata a un irreversibile decadimento cognitivo, senza avere il tempo di pensare chi accudirà lei, nel caso.
Dopo piccoli ruoli, come in L’avenir – Le cose che verranno di Mia Hansen-Løve, Charline Bourgeois-Tacquet, di formazione letteraria e teatrale, ha presentato il suo secondo corto, Pauline asservie alla Semaine de la Critique nel 2018 e nella stessa sezione (Séances speciales) il suo primo lungo, il rohmeriano Gli amori di Anaïs: anche lì, una coppia femminile (Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier) in cerca della propria pienezza erotica e una capacità sensazionale di direzione delle attrici.
Non c’è molto di nuovo in questo ritratto di signora ma lo scarto di La vie d’une femme (in concorso a Cannes 79) sta proprio in com’è scritto e recitato, nella piacevole leggerezza molto francese nel cogliere lo scorrere grandioso della vita, nel suo esprit de finesse. Dietro la Anaïs trentenne e la Gabrielle di vent’anni più grande c’è la stessa formidabile dialoghista, che sa fare politica con i corpi attoriali, senza proclami ma anzi nella forma più classica del genere: lei, lui, l’altro, l’altra, e avanti così, in una circolarità che non esclude ma accoglie, si allarga. Infatti sono i legami, tutti, che ci fanno andare avanti.
Come se su questo precipitare capitoli di un’esistenza, Bourgeois-Tacquet volesse dire che l’identità di Gabrielle, la sua esperienza, trascende il tempo che le è dato di vivere. Perché lo vive pericolosamente, senza paura, né differenze di genere, prendendo l’occasione, in bilico tra smania di controllo e abbandono a felici dérapages, perché il controllo è giusto perderlo (“non sono Robocop!”). Perché, come ricorda in una rapida apparizione Erri De Luca, rara presenza italiana del Festival 2026 (così come la Torino del finale), “il corpo, la vita, sono un prestito, non un possesso”.


