Titanic Ocean è un film senza etichetta e questo già rappresenta un pregio. È di genere fantastico? Si appiglia a un realismo magico? Oppure è un coming of age? Potrebbe essere addirittura un teen movie? Forse è una mescola consapevole di queste tracce, che impastate tra loro sono giunti nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2026. La regista greca Konstantina Kotzamani, oggi quarantatreenne, negli anni dieci del Duemila frequentava i festival e coi suoi corti veniva associata al nuovo cinema ellenico, quello di Lanthimos per intendersi, poi ha dirazzato e imboccato altre direzioni. Non per forza meno affascinanti.

Il racconto, ambientato in Giappone, è infatti la storia di una ragazza che vuole fare la sirena: Akame, diciassette anni, incarnata con fragilità e dolcezza da Arisa Sasaki, frequenta un collegio che addestra le giovani proprio a diventare sirene. Non c’è niente di sovrannaturale, almeno all’inizio: loro indossano una pinna di silicone e nuotano dentro le vasche, con piccoli squali ammaestrati, l’obiettivo è entrare nel business dell’intrattenimento e appagare la smania di guardare di spettatori adulti e bambini. In filigrana c’è una traccia evidente sulla società nipponica e le sue manie, col bizzarro senso dello spettacolo che porta a consumare visivamente le giovanissime “sirene”.

Il percorso non è facile, il training sfiancante: le prime immagini catturano proprio le aspiranti che nuotano sinuosamente sott’acqua, agitando le code finte, accompagnate nell’allenamento estremo e ripetuto, tanto seducente quanto sfibrante. Le stesse ragazze costituiscono una comunità, si aggregano, vivono insieme, tessono rapporti tra loro; ancora una volta il vero supporto vive nella potenza dell’amicizia e nel ruolo delle compagne. Attorno a loro a gestire il difficile corso di apnea c’è un maestro, Masahiro Higashide, da subito molto intrigante. E soprattutto, come sappiamo bene, le sirene devono saper cantare: ecco allora le lezioni della direttrice che vuole portarle a sfoderare un canto ammaliatore, nella migliore tradizione omerica.

Finora la premessa, ma come detto quello di Akame è anche un cammino di maturazione, una strada alla presa di coscienza. Si innesca così la parabola della protagonista che entra nella zona della pubertà, di conseguenza arriva il primo bacio e la sirena si “apre”, nel senso che sboccia passando perfino per una simbolica morte e resurrezione.

Intanto il film deraglia nettamente sul binario del realismo magico, corteggia il genere fantasy e manovra con intelligenza l’archetipo della sirena; come ogni mostro nel cinema del genere, vedi l’eterno ritorno del vampiro, anche il topos della sirena può mutare significato in diverso tempo e luogo, mantenendo le stimmate genetiche come l’arma della seduzione. Se restando al presente The Lure di Agnieszka Smoczyńska inscenava due sorelle sirene come lati di un triangolo letale, Titanic Ocean prende il motivo “sirenico” e lo riversa nel territorio dell’adolescenza, usandolo come grimaldello per innescare il coming of age.

Da parte sua Kotzamani mostra un talento visivo peculiare dipingendo la storia nei colori fluo, nei capelli viola della protagonista, nelle tinte cromatiche dell’acqua e delle pinne colorate; una porzione importante viene riservata alle riprese subacquee, che gradualmente rendono l’acqua un correlativo oggettivo dello spazio fluido in cui nuota la giovinezza. Il limite del film è la durata eccessiva, che gira attorno ai 130 minuti non tutti essenziali, anzi la progressione di Akame diventa fin troppo graduale e indugia su se stessa, quando abbiamo capito dove andrà a parare. Ma è un dettaglio, perché il più è già stato fatto e mostrato.