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The Man I Love di Ira Sachs
New York, fine anni Ottanta: l'Aids s'insinua infida nelle comunità artistiche, e non fa complimenti. Dopo Peter Hujar’s Day, che trovate su Mubi e merita, Ira Sachs torna con fattura e cultura dietro la macchina da presa e davanti al mondo, con una cura per il dettaglio che trova l'universale, senza passare dal biopic né dal canonico ritratto: The Man I Love è in Concorso a Cannes 79.
Confessa "fantasia musicale su una città in difficoltà", concertata da decenni con lo sceneggiatore Maurício Zacharias, è irriducibile alla ricostruzione asfittica, però fa del rigore di spazi, tempi e atmosfere un correlato indispensabile. Sachs, come già nel suo più noto Passages, cerca l'intimità, tanto nell'amicizia quanto nell'eros, imbibendo di sentimento campo e fuoricampo, anche qui, arte e vita, palco e retropalco, laddove la performance assume più accezioni.
È una battaglia di amorosi sensi, con lo spauracchio ultrasensibile dell'AIDS, e Rami Malek è il suo profeta, con nitore e ancora più languore, un fantasma vivissimo, un superstite di memoria e erotismo, che sta nell'oggi dell'inquadratura e, diremmo, in un reale vissuto di ieri. Sulla scorta della propria biografia, a New York in quegli anni e con questi amici Sachs c’era, e del Van Gogh di Maurice Pialat: "È un film straordinario sugli ultimi quattro mesi di vita di un artista, mentre si avvicina alla morte. Eppure, trabocca di vita, sesso, desiderio, creatività, musica e danza".
La scena è loro, dei performer di fine anni Ottanta, il pop un domicilio ma non una, e qui Sachs mette davvero del suo, residenza immaginifica, e Malek nei panni, e sovente canotta, dell'attore teatrale Jimmy George si divide, e chissà quanto equamente, tra il compagno, il vicino wannabe amante e le esibizioni, tra cui, prove e prima, una pièce del québécois Michel Tremblay.
Tutt'altro che disprezzabile, The Man I Love neppure convince del tutto, facendo dei suoi stessi pregi altrettanto difetti: Malek, a tratti fin troppo memore del suo Freddie Mercury, dà troppa enfasi, leziosità e gaiezza al suo personaggio, Sachs finisce per tradurre miniato e minimale nel minore, financo bozzettistico, consegnando allo schermo un diorama sentitissimo, sì, ma sottovetro, sottovuoto, poco risolutivo e persistente.
Il problema è di scala, l'economia di decrescita, il microcosmo persino irrilevante: si canta, ma non si incide. Non che sia un amore di plastica, ma il grande schermo gli va largo. Persino estraneo. Succede quando minuziosità fa rima con leziosità.



