David Zimmerman (un irriconoscibile, emaciato Niels Schneider), quasi quarantenne, è un fotografo, ma non ne parla volentieri. Quando gli amici lo trascinano a una festa scatenata, scorge una donna (Léa Seydoux) tra la folla e non riesce a distogliere lo sguardo da lei, la segue... Qualche ora dopo, David si sveglia: si trova nel corpo di quella sconosciuta.

Arthur Harari prende spunto dal graphic novel Le cas David Zimmerman scritto insieme al fratello Lucas (pubblicato nel 2024) e torna in gara a Cannes tre anni dopo la Palma d’oro vinta con Anatomia di una caduta (lì come sceneggiatore) con la sua opera terza da regista, L’inconnue (The Unknown).

Lo fa con un film (quasi) alieno, perturbante, una via di mezzo tra fantasy thriller e drammone esistenziale: come da titolo, Harari tenta di dare forma all’ignoto, alla più profonda delle domande che assillano l’essere umano. Che cosa rimane di noi nel momento in cui quello che abitiamo non è più il nostro corpo? Di fronte agli altri chi siamo? 

Scambio di corpi che cinematograficamente siamo abituati ad osservare in chiave comedy (da Tutto accadde un venerdì in poi, con infiniti epigoni), L’inconnue ne ribalta in chiave dolorosa l’assunto: tra metempsicosi e accenni ad entità misteriose, il film potrebbe far tornare alla mente Under the Skin di Jonathan Glazer e offre più di qualche interessante riflessione, intanto sulla sostanza della natura umana in chiave aristotelica, poi sul sempre accattivante tema del doppio (da noi), sull’iperbole di poter incarnare le nostre ossessioni e soprattutto sulle possibilità (o meno) che ha lo sguardo di catturare le sfumature, l’essenza delle cose.

Proprio per questo Harari sovrappone al tema centrale dell’opera – la detection disperata che porta avanti David (nel corpo di una Seydoux al solito eccezionale, colta qui in una fisicità che è fiero inno contro l’imperante Ozempic...) insieme al suo “corpo” ritrovato ma abitato ormai da un’altra figura, la giovane Malia (Lilith Grasmug) – l’affascinante progetto fotografico che Zimmerman aveva quasi ultimato, iniziato anni prima dal padre: gli stessi luoghi di Parigi colti dapprima da cartoline anni ‘20, poi negli anni ‘70, infine nei nostri giorni. Quei luoghi sono sempre gli stessi? O le rivoluzioni urbanistiche avvenute nel corso dei decenni ne hanno snaturato l’essenza? 

Inclassificabile come dovrebbe essere il cinema migliore (quello che continua a lavorarti dentro anche dopo giorni dalla prima visione), L’inconnue è punteggiato dall’ottima partitura musicale del nostro Andrea Poggio ed è coprodotto, tra gli altri, dalle italiane Ascent Film e Rai Cinema.

Ultima curiosità: nel cast figura anche il regista rumeno Radu Jude, è il padre di Malia.