Sigarette, cappelli, sguardi di sguincio, penombra, parole che pesano. Riconoscibile l’iconografia proposta da László Nemes. Siamo nel giugno 1943. Jean Moulin, figura centrale della Resistenza francese e incaricato da De Gaulle di unificare le diverse forze clandestine sotto l’autorità della Francia libera, viene arrestato a Lione mentre tenta di consolidare l’unità dell’Armée secrète. Consegnato alla Gestapo e interrogato da Klaus Barbie, il “boia di Lione”, dovrà sostenere un duello estremo con il proprio carnefice, che metterà a repentaglio la sua vita e le sorti della Seconda guerra mondiale.

È un film di codici, Moulin. Scambiati in clandestinità tra i ribelli di Vichy. Usati nel galateo romantico e in quello di guerra. Esplicitamente citati da Nemes quelli della spy story classica, con le sue notti, i suoi impermeabili, le identità false, gli incontri segreti, le strade che non finiscono mai.

Mátyás Erdély, abituale collaboratore del regista ungherese, gli dà una grossa mano. L’immagine della storia, virata tra seppia, nero e giallo, è, nonostante il colore, quanto di più evocativo del vecchio noir bellico. Riferimento inevitabile Melville. L’armata degli eroi è il modello di ogni film sulla Resistenza francese.

Per le atmosfere ricorda anche Il treno di John Frankenheimer, che guarda caso torna nel finale di questo film. E quando s’alza la Marsigliese, l’orgoglio francese non può non andare a quel grande affresco corale sulla Liberazione che è Parigi brucia? di René Clément. Dall’arresto in poi, Moulin si trasforma ancora in un film sull’interrogatorio e lì si pesano altri modelli. Persino Schindler’s List (1993), per la costruzione del carnefice nazista, perché Amon Göth è il padre di tutti i sadici ufficiali del Reich.

È, dunque, un’operazione filologica che rivela accuratezza, eleganza, persino maestria. Comparti tecnici d’eccellenza, attori bravi (i duellanti Gilles Lellouche e Lars Eidinger su tutti), valori morali alti. Ma poi? Nemes non cerca catarsi facili, certo. Il suo Moulin è un uomo che non può vincere, se non mantenendo intatto, fino all’ultimo, il proprio silenzio.

È ancora la Storia europea come spazio di pressione estrema sui corpi e sulle coscienze a interessare Nemes. Ma dal regista de Il figlio di Saul, dove l’orrore dei campi di sterminio veniva filtrato attraverso un dispositivo di messa in scena radicale, era lecito attendersi di più. Sceglie invece una via più classica, sorprendentemente convenzionale, portando progressivamente il film su una tensione insistita e apertamente teatrale. Lo fa peraltro con pigrizia di scrittura - troppo schematico il duello eroe/villain per appassionare davvero – e comodo parossismo di rappresentazione, rifugiandosi nella macerazione dei corpi più per mancanza di altre idee che per necessità poetica. La riprova è che il film, nella seconda parte, ripropone alcune scene di violenza gratuite e poco credibili nell’ottica del racconto, come quella del balletto a cui Moulin e l’amica contessa sono costretti dall’ufficiale della Gestapo.

Si capisce d’altro canto la preoccupazione di Nemes di non cadere nel discorso patriottico, nella retorica, ma così finisce per non traghettare il film da nessuna parte. O almeno verso alcuna meta realmente soddisfacente.

Il suo limite principale però resta il pregresso: è quella potenza formale che Il figlio di Saul ci aveva regalato e che da allora non riusciamo più a ritrovare nel lavoro di Nemes. Che continua a fare film anche impeccabili e ben recitati, ma troppo lineari e illustrativi. Senza contare che scelte di sceneggiatura come quella di chiudere il film nella prigione in cui Moulin dovrà fronteggiare la sua nemesi non sono innocenti, lasciando fuori troppe cose che avrebbero meritato altro approfondimento. La questione del tradimento, ad esempio, qui appena accennata; e, più in generale, al mondo esterno relegato sullo sfondo. Il risultato è che della Resistenza non abbiamo che un ritratto sfocato, preferendo il film il martirio del singolo.