Arriva sempre un momento, nella carriera di un grande cineasta, in cui fare i conti con la materia stessa del proprio lavoro, che sia il cinema, la fotografia, la scrittura o, più in generale, la narrazione. Questo momento è arrivato anche per il 54enne Asghar Farhadi. Il suo decimo lungometraggio di finzione, il secondo girato in Francia dopo Il passato (2013), è una riflessione molto ampia (anche nella durata: 140 minuti), sul senso della narrazione, sui processi che la innescano e che da essa sono innescati, sul piacere e sui rischi che vi sono connessi. Un tema non banale per un regista iraniano da tempo trapiantato in Europa, ma che non deve aver dimenticato quanti problemi possa causare il raccontare una storia in un Paese noto per l’implacabile macchina della censura. Libertà sì, ma con responsabilità. Come impareranno loro malgrado i tanti personaggi che affastellano questo racconto corale.

Histoires parallèles
Histoires parallèles

Histoires parallèles

A partire da Sylvie, scrittrice francese in declino, che vive quasi reclusa nel suo appartamento parigino, circondata da libri, sigarette, scatole di tonno e da una vecchia Olivetti. In cerca di ispirazione per un nuovo romanzo, comincia a osservare con un cannocchiale l’appartamento di fronte, dove tre tecnici del suono lavorano alla creazione di rumori e ambienti acustici per il cinema.

Da quei frammenti di vita intravisti a distanza Sylvie ricava una storia di desiderio, adulterio e sospetto, trasformando i vicini in personaggi di una finzione più o meno scabrosa, ma del tutto autonoma rispetto alla reale vita dei tre rumoristi.

Quando però la nipote Céline le presenta Adam, un giovane senza documenti ed ex detenuto assunto per aiutarla nel trasloco, tutto s’impasticcia. Adam si impadronisce del manoscritto scartato di Sylvie (dopo che la sua editrice, interpretata dall’onnipresente Catherine Deneuve, lo ha rifiutato) e lo spaccia per proprio, entrando così nella vita reale delle persone che la scrittrice aveva immaginato. La finzione comincia allora a contaminare la realtà, generando malintesi, sospetti e una catena di avvenimenti e di sguardi incrociati in cui nessuno sembra più saper distinguere ciò che ha visto e letto da ciò che ha inventato.

Histoires parallèles
Histoires parallèles

Histoires parallèles

In questa contaminazione sta il piacere e il limite del film di Farhadi. L’autore di Una separazione si diverte a montare e smontare gli ingranaggi che muovono le storie, con una leggiadria e un’eleganza degne del suo nome. Senza però evitare del tutto l’effetto deus ex machina, la combinazione rigida, l’incastro troppo calcolato. A volte tutto questo meccanismo esibito suscita ilarità, altre volte fastidio. Ma è lo stesso dispositivo della scrittura nella scrittura a suonare oggi un po’ rétro, per quanto l’omaggio di Farhadi ai grandi classici sul tema, dal sesto episodio del Decalogo (1988) a La finestra sul cortile (1954), ma anche Blow-Up (1966), La conversazione (1974), Blow Out (1981), Body Double (1984), Monsieur Hire (1989), sia sincero e disinneschi il rischio della teoria sempre connesso al film sul film.

Histoires parallèles
Histoires parallèles

Histoires parallèles

È un approccio sentimentale, il suo. Che arriva grazie soprattutto al personaggio a lui più vicino, Adam, l’esule, la cui volontà di nutrirsi della vita degli altri rivela un’urgenza, una necessità tale da sospendere il giudizio morale sulle sue azioni. Ma richiede un tipo di comprensione più umana. Adam rappresenta il corpo estraneo, marginale, precario, che penetra nella cittadella borghese della cultura e ne scompagina i codici. È lui il personaggio, ottimamente reso da Adam Bessa, che apre il racconto, sterzando quelle storie parallele che grazie a lui arrivano a toccarsi, contaminarsi e a rivelare cose nuove degli esseri umani che le abitano.

Adam è proteso all’altro fin dalla prima scena, quando insegue senza una vera ragione una borseggiatrice nella metro di Parigi, che aveva appena derubato una passeggera. Adam che si circonda della compagnia di topolini, forse un’immagine rubata alla condizione nelle carceri di Evin e delle altre prigioni del mondo, dove proprio le creature più abiette diventano l’unica compagnia.

Il fascino del film sta nella percezione di questa velatura che si estende su una realtà altrimenti opaca, sconnessa, insensata o, come dice Nita, il personaggio di Virginie Efira, “normale”. È invece questa sedimentazione di storie, immagini, sensazioni e ricordi che rende la materia del film, a suo modo, misteriosa, allusiva, ineffabile.

Histoires parallèles
Histoires parallèles

Histoires parallèles

A funzionare meno sono gli altri personaggi, non perché siano scritti male, ma perché rischiano di portarsi dietro tutto il loro pregresso di maschere consumate, a partire dal personaggio scostante di Isabelle Huppert, scrittrice logorata, ostinata, volutamente caricata fino al cliché, per proseguire con il solito balletto di grandi star francesi qui riunite per l’occasione, da Vincent Cassel a Pierre Niney, fratelli che rappresentano anche le due polarità del maschile: una matura ma incapace di risoluzione, l’altra più giovane e immatura.

Inoltre il congegno non è sempre preciso né pungente. Alcune situazioni da sitcom, sinceramente, lasciano il tempo che trovano e alla lunga il film sembra un po’ smarrirsi nelle sue traiettorie senza un senso preciso. L’affastellarsi dei temi poi - i limiti dell’invenzione, la responsabilità dell’autore, la paternità dell’opera, la sorveglianza, il voyeurismo, il metacinema, la verità delle relazioni - finisce per appesantire il film di spunti importanti senza mai dare loro adeguato respiro.

Histoires parallèles
Histoires parallèles

Histoires parallèles

L’ambientazione in una Parigi intellettuale, borghese, libresca appare anche un po’ esausta, nonostante classi sociali più contaminate che altrove. Anche il lavoro sul suono, con cui Farhadi sottolinea il procedimento già esplicitato dalla scrittura, ovvero la fabbricazione del reale attraverso il falso (e non il contrario, come abitualmente si pensa), resta più accennato che approfondito.

E se il regista sa padroneggiare con maestria la struttura a più livelli, cimentandosi in un gioco di rifrazioni potenzialmente vertiginoso, alla lunga il procedimento risulta macchinoso.

Ne scaturisce un film ambizioso e diseguale, il tentativo non del tutto riuscito di Farhadi di girare intorno alle proprie ossessioni, senza però trovare mai il guizzo necessario per rinnovarle davvero.