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In utero
Pochi giorni fa, sono iniziate le riprese di 500 battiti, la nuova serie tv di HBO Max prodotta da Cattleya (ITV Studios) e diretta da Stefano Lodovichi e Alice Filippi. 500 battiti non è un progetto completamente nuovo. È stato annunciato mesi fa, insieme ad altre serie, più o meno in concomitanza con l’arrivo in Italia di HBO Max. Però ci dice qualcosa; ci dice che la piattaforma streaming vuole puntare sui medical drama: quindi storie di dottori, pazienti e ospedali.
Se ci riflettiamo, anche In Utero, partita l’8 maggio, si allinea a questa necessità. E, cosa altrettanto interessante: anche In Utero è prodotta da Cattleya. Segno che c’è un’idea precisa alla base. Un’idea che, con buone probabilità, deriva dal successo di The Pitt, altro originale di HBO Max, questa volta americano, e dall’accoglienza che il remake di DOC, la serie con Luca Argentero, ha ricevuto negli Stati Uniti.
C’è un ritorno al genere, direbbe qualcuno. In realtà, per quanto riguarda l’Italia, corriamo ancora una volta il rischio di limitarci a riprendere un modello senza provare ad aggiungere qualcosa di effettivamente nuovo. Fino a qualche anno fa, un termine che ritornava spesso nella discussione intorno alla serialità televisiva, vuoi per le necessità dei produttori, vuoi per l’impostazione di una certa critica, era “glocal”. Serie ambientate in Italia, fortemente italiane, però comunque capaci di parlare al pubblico internazionale, perché portatrici di temi universali. È stato questo, con buone probabilità, il segreto del successo di Gomorra – La serie, andata in onda tra il 2014 e il 2021, uno dei titoli di punta dell’offerta di Sky e responsabile di un cambiamento radicale, profondo, all’interno del linguaggio seriale italiano.


Gomorra - La serie
(Marco Ghidelli)In principio furono Romanzo Criminale e Gomorra – La serie
Gomorra – La serie è – semplificando brutalmente – Shakespeare in salsa criminale, e dunque contiene in sé sia la complessità e la varietà di sfumature di un classico della drammaturgia che il genere crime. Gomorra – La serie è arrivata pochi anni dopo Romanzo Criminale, uscita nel 2008. Anche questa di Sky, anche questa prodotta da Cattleya e anche questa, come Gomorra – La serie, diretta da Stefano Sollima (Sollima non è rimasto fino alla fine in Gomorra – La serie, però ha dato una forma precisa al racconto e alla messa in scena, lasciandola in eredità ai registi che lo hanno sostituito).
Romanzo Criminale fu, per motivi diversi, un fulmine a ciel sereno. Una serie cult, quando di serie cult ancora non si parlava in Italia, amata dal grande pubblico, trasversalmente, e ancora oggi ripresa e citata. La sua forza? Raccontare una storia di ragazzi, di emarginati, di criminali, che combattono per le stesse cose: potere, soldi e successo, ma pure amore e riconoscimento.
Né Romanzo Criminale né tantomeno Gomorra – La serie hanno mai cercato di giustificare i loro protagonisti. Eppure più volte, sui giornali e tra i politici, si è innescato un dibattito sulla giustezza di queste serie, che secondo alcuni avrebbero finito per celebrare i criminali. Grazie a Romanzo Criminale e a Gomorra – La serie, il crime ha ottenuto un successo e una visibilità enorme, e da allora sono stati sviluppati film e serie che, in qualche modo, hanno provato a cavalcarne il successo. Pensiamo, per esempio, a Suburra – La serie: la prima produzione originale italiana di Netflix. Al di là del crime, la cosa più interessante di questo discorso è il ruolo che Sky, per diversi anni, ha avuto. E cioè quello di canale attento alle produzioni di qualità e di autore.


Romanzo Criminale - La serie
Il ruolo di Sky e l’arrivo di Skam Italia
Sky ha reinvestito più volte il capitale economico e comunicativo che ha ottenuto grazie a Gomorra – La serie. The Young Pope (2016) e The New Pope (2020), con un regista-creatore come Paolo Sorrentino, si sono inserite esattamente in questo solco. E non è poco. The Young Pope e The New Pope, tra l’altro, sono state la prima collaborazione tra una realtà italiana e HBO, prima ancora de L’amica geniale (2018) della Rai. Parallelamente alle serie di Sorrentino, c’è stato spazio anche per ZeroZeroZero (2019), un colossal crime volutamente internazionale, fatto di storie di diversa natura e ambientato in più parti del mondo – e, purtroppo, poco considerato dalla critica italiana. Altrove, sulla Rai, si sperimentava con Non uccidere (2016), la serie con Miriam Leone, e si provava a cavalcare il rinnovato successo dei polizieschi con Rocco Schiavone (2016).
1992, 1993 e 1994 (uscite rispettivamente nel 2015, 2017 e 2019) sono serie Sky che hanno raccontato la storia italiana e la trasformazione profonda che ha segnato la nostra politica, e che hanno pure cercato una loro dimensione. Restano, come The Young Pope e The New Pope, un caso a parte: una parentesi più o meno breve all’interno della serialità italiana più recente. Un impatto fondamentale lo ha avuto, nel 2018, Skam Italia di Ludovico Bessegato, che ha riscritto, intelligentemente, il coming of age in salsa italiana, riprendendo una storia e un format esteri: ha funzionato la comunicazione, e ha funzionato un certo approccio, online, che ha coinvolto un pubblico verticale ma appassionatissimo di ragazzi. Sempre nel 2018 è arrivata Baby: anche in questo caso si parla di giovani e giovanissimi, ma lo spunto della trama è un caso di cronaca.


in primo piano Ludovica Martino e Martina Lelio in SKAM Italia (credits: Francesco Ormando/Netflix)
Che cosa hanno fatto Netflix e le altre piattaforme streaming
Negli anni immediatamente successivi al suo arrivo in Italia, Netflix, ancora guidata da una dirigenza straniera, ha sperimentato con il genere, cercando la sua strada: a parte Suburra – La serie e Baby, ci sono stati anche Zero (2021), Luna Nera (2020) e Curon (2020). Con il tempo, però, Netflix si è trasformata. Più recentemente ha prodotto e distribuito titoli come Supersex (2024) e La vita bugiarda degli adulti (2023), ma è chiaro che la sua offerta, oggi, punta a un pubblico più generalista, simile a quello delle televisioni lineari. Le serie animate di Zerocalcare sono l’ennesima eccezione, e comunque sono state approvate prima dell’arrivo della dirigenza italiana (almeno è stato così per Strappare lungo i bordi, uscita nel 2021, da cui è partito tutto).
Un percorso simile l’hanno seguito anche Prime Video e Disney+: prima sperimentare, poi ripiegare sulle cose che funzionano. E così i vari The Bad Guy (2022), Bang Bang Baby (2022) e Prisma (2022) vengono cancellati dopo una o al massimo due stagioni. Chi, oggi, continua a provare a fare qualcosa di diverso è Sky. Negli ultimi tre anni ha prodotto e mandato in onda: M – Il figlio del secolo (2025), apprezzata in tutto il mondo, L’arte della gioia (2025), Dostoevskij (2024) e Hanno ucciso l’Uomo Ragno (2024). Ha prodotto anche serie più “classiche”, virgolette obbligatorie, come Petra con Paola Cortellesi (2022), Call my agent – Italia (2023), Diavoli (2020), Un’estate fa (2023), Avvocato Ligas (2026) e Rosa Elettrica (2026). E ha rinnovato, giustamente, la serie degli 883 per una seconda stagione, intitolata Nord Sud Ovest Est.


Jasmine Trinca e Viviana Mocciaro in L'arte della gioia
(Paolo Ciriello/Sky Italia)La serialità del futuro
Sky ha una sua linea editoriale, ma è una linea editoriale meno capace di influenzare il mercato e le scelte dei competitor rispetto a quella di più di dieci anni fa, con Gomorra - La serie. HBO Max, per esempio, sta provando a ritagliarsi un suo spazio – come hanno già fatto, precedentemente, le altre piattaforme streaming. Ha cominciato con una grande serie d’autore come Portobello di Marco Bellocchio, ha continuato con la docuserie sull’eredità di Gina Lollobrigida, quindi è toccato a In Utero. Tra le serie più interessanti che ha annunciato c’è Peccato, mockumentary di e con Emanuela Fanelli. Ma aspettarsi che questa sia la regola e non l’ennesima, promettentissima eccezione è come minimo ingenuo.
La verità è che la serialità italiana sta attraversando un periodo di transizione, dove contano più i successi d’oltreoceano, da riprendere e imitare, che le idee dei nostri creativi. Abbiamo dimenticato l’importanza del glocal. O ricalchiamo pigramente generi e spunti che arrivano da altrove, con le prescrizioni delle piattaforme, o ripieghiamo su storie vere, che ci parlano di cronaca nera.
E i documentari come SanPa? E le serie come In Treatment? E il coraggio di Boris? Rischiamo di finire in balia dell’algoritmo, con storie che si somigliano, che dicono tutto quello che c’è da dire nei primi cinque minuti della prima puntata, ché altrimenti gli spettatori si distraggono, e che non danno una vera libertà a registi e autori. Guardiamo all’estero e ci entusiasmiamo. Guardiamo al piccolo schermo del nostro paese e preghiamo, in attesa dell’arrivo della prossima Mare Fuori.



