All’origine c’è il cinema, come sogno e attitudine. D’altronde da lì si parte: dalla Cinecittà dell’immediato dopoguerra piena di sfollati in cui un’intraprendente e volitiva provinciale sogna di diventare una star e s’innamora di un profugo istriano, un medico che poi diventa il suo produttore (prodromo femminista, essendo percorso inverso rispetto all’epoca), alla conquista di Hollywood, che cade ai piedi della maggiorata italiana.

Vita da cinema, quella di Gina Lollobrigida, diva totale e assoluta che esplode tra le macerie e brilla nei cieli stellati di una stagione gloriosa. Una carriera d’attrice che attraversa due, forse tre decenni e pochi film per incastonarsi per sempre nell’immaginario. Da Subiaco con furore, Lollobrigida è stata forse la diva più consapevole della sua generazione prima dell’avvento dell’eterna rivale Sophia Loren, che seppe riconoscere e sfruttare al massimo la grande occasione americana. Ma dopo il cinema c’è stato altro, la scultura nella fattispecie, e una presenza nel jet set che, nella fase finale, la rese protagonista di una storia(ccia) irresistibile per quanto contenga di tutto: la tragedia greca e il romanzo familiare, i matrimoni annullati e le perizie psichiatriche, i soldi nei paradisi fiscali e i gossip da testate scandalistiche.

Gina Lollobrigida: Diva contesa
Gina Lollobrigida: Diva contesa

Gina Lollobrigida: Diva contesa

(HBO Max)

Gina Lollobrigida: Diva contesa, prima docuserie italiana targata HBO Max (in streaming dal 3 aprile), ricostruisce la vicenda giudiziaria (e giornalistica) che coinvolse l’ormai anziana artista. Dove per contesa s’intende l’eredità, un patrimonio da circa 10 e i 20 milioni di euro (dalla mitologica villa sull’Appia alle opere d’arte fino a cimeli di vario tipo e conti offshore) diviso tra il figlio Milco Skofic, con cui era ai ferri corti, e il controverso assistente Andrea Piazzolla, poi condannato in primo grado per circonvenzione di incapace con l’accusa di aver dilapidato i beni della Lolla. Diva contesa, sì, ma anche La contesa della diva, perché i tre episodi della miniserie certificano la tempra della signora e le sue battaglie, le discussioni, le polemiche, le liti. Il dilemma è servito: dove finisce l’autonomia e inizia la manipolazione?

Diretta da Graziano Conversano e firmata da Carlo Altinier e Matteo Billi (Elena Martelli, Ilenia Petracalvina e Shaila Risolo hanno collaborato ai testi), la docuserie si muove all’ombra di una diva che si è fatta monumento, affamata di vita e probabilmente improvvida in molte frequentazioni. Lo fa attraverso vari materiali di repertorio, dai cinegiornali d’epoca agli spezzoni delle più recenti trasmissioni televisive, con rari frammenti cinematografici se si eccettuano le ricorrenti apparizioni come Fata Turchina ne Le avventure di Pinocchio, non solo perché fu così che Piazzolla – a suo dire – la vide per la prima volta (un imprinting troppo simbolico per non essere sospetto) ma anche per sottolineare la dimensione barocca e fantasmatica di un’attrice che, a un certo punto, ha lasciato i set per mettere in scena la propria vita.

Gina Lollobrigida: Diva contesa
Gina Lollobrigida: Diva contesa

Gina Lollobrigida: Diva contesa

(HBO Max)

Tutti gli uomini della Lollo: oltre al figlio Skofic, colpevole di aver sposato una donna poco affine alla suocera e di puntare solo ai soldi della madre, e all’unico nipote Dimitri Skofic, messo alla porta per aver diffuso sui social “immagini pornografiche” e Piazzolla, Gina Lollobrigida: Diva contesa dà voce a Javier Rigau, l’imprenditore spagnolo che la signora sposò dopo una relazione segreta durata per vent’anni per poi rinnegare tutto e denunciare la truffa. Le dichiarazioni dei “tre schieramenti” (la famiglia d’origine che avrebbe voluto diseredare; l’assistente, prima factotum e poi trattato alla stregua di un congiunto de facto; l’ex marito o presunto tale) si intrecciano a quelle di ex collaboratori, amici, avvocati, commentatori per ricostruire la vicenda con contenuti audio inediti, atti giudiziari, retroscena sui fondi all’estero.

Per setting (i testimoni principali collocati negli spazi reali, gli intervistati in luoghi “neutri” per far emergere meglio le parole: fotografia è di Luigi Montebello) e montaggio (puntate sostanzialmente monografiche senza perdere il filo orizzontale: montaggio di Michele Castelli e Daria Di Mauro), è un tipico e pregevole esempio di true crime che schiva le morbosità della televisione popolare e sceglie di non parteggiare, lasciando margini di manovra alla discrezione del pubblico. Una consapevolezza che deriva dal fatto che più del côté penale – spiegato bene, certo – conta la componente umana. Da più parti e senza il dovere di prendere le parti di qualcuno o qualcosa: dal figlio schiacciato dal peso di una madre troppo ingombrante al velato classismo come sospetto nei confronti dell’ostilità verso il parvenu Piazzolla e il cheap Rigau, dal persistente non-detto legato alla spericolata vita sessuale della signora (fatti suoi, ci mancherebbe, ma è un tema) all’ambiguità nel rapporto con il giovane assistente.

Gina Lollobrigida: Diva contesa
Gina Lollobrigida: Diva contesa

Gina Lollobrigida: Diva contesa

(HBO Max)

Al centro c’è quello che potremmo definire il mistero di Gina Lollobrigida, morta nel 2023 a 95 anni nel pieno della tempesta: ci sono le perizie psichiatriche che la definiscono paranoide, narcisistica, istrionica e con un’indefinita deficienza, gli audio (registrati da Piazzola) che ce la consegnano combattiva e furente (nonché piuttosto sboccata) con i parenti che la diffamano e le impongono un amministratore di sostegno, il circo mediatico che ne cavalca il bisogno di attenzioni e l’egocentrismo a uso e consumo della platea popolare (e degli interessi di una parte). Una self-made woman bizzosa e fumantina che ha sempre rivendicato la libertà di fare quel che voleva come voleva, anche sperperare i soldi accumulati per una vita pur di non lasciarli agli eredi naturali, che a detta di Piazzolla ha vissuto gli ultimi anni come nel film Non è mai troppo tardi.

Difficile dire quanto e se Lollobrigida sia stata manipolata o indipendente, istigata o istigante, annichilita e lucida, vittima o carnefice (di se stessa in primis). Se il suo crepuscolo sia stato glorioso o penoso, volontariamente estroso e costoso o tristemente gestito e controllato. Se l’unico finale possibile per una vita da film fosse questo incrocio tra la faida familiare e il legal thriller, la soap opera e Un giorno in pretura, la commedia all’italiana e Bernie di Richard Linklater. Alla fine restano i milioni scomparsi, la villa in stato di abbandono, le condanne, i sequestri, le cause. E dell’icona? Un ricordo sempre più lontano.