Si torna sempre dove si è stati bene e, che dire, è sempre un piacere ritrovare Zerocalcare sempre e per sempre dalla stessa parte. Che è quella di una periferia che non ha più sogni ma solo bisogni, abituata alle promesse non mantenute da una vita che non è all’altezza delle aspettative, forte di un disincanto che permette comunque di sopravvivere a tutta quest’amarezza. In Due spicci, calco romanesco dei two cents anglosassoni ovvero l’opinione che non è detto sia richiesta, esplode la nostalgia per quel che resta della giovinezza: il tempo passa e la voce dell’autore (e doppiatore: la voce è una faccenda letteraria e la sua è l’unica che può interpretare questo mondo che non l’ha reso cattivo), l’umorismo come filtro ma anche rifugio, la rappresentazione degli altri sempre al servizio di un realismo zoologico.

Voce, appunto, di una generazione, Zerocalcare al secolo Michele Rech espande il proprio universo restando negli stessi confini e costruisce un racconto collettivo mettendo al centro se stesso. Terza miniserie per Netflix, Due spicci è la più lunga (otto episodi di varia durata, da mezz’ora a un’ora) e la più ambiziosa nella struttura. Le crisi personali appartengono a tutti, i problemi economici sono tali perché sociali: per complicarsi la vita basta aspettare che il passato bussi alla porta, che l’amico Cinghiale riveli in che casino si è cacciato, che la violenza non si riveli più coreografia giocosa ma fatto di cronaca. E cioè che tutto, in questo mondo che forse ci ha reso davvero peggiori, è inevitabilmente tossico, dalle relazioni che non riusciamo a chiudere al nostro perturbante legame con la realtà (la sigla che ragiona sul concetto di non riconoscersi più nemmeno allo specchio).

Due spicci
Due spicci

Due spicci

Nel completare il romanzo di formazione di Zero e del suo bestiario, Due spicci congiunge la dimensione melodrammatica di Strappare lungo i bordi e quella politica di Questo mondo non mi renderà cattivo. E alza il tiro: ci si ritrova adulti senza essere cresciuti, ci si innamora senza conoscere il proprio lessico sessuale, ci si scopre incapaci di capire chi fino all’altro giorno era un’appendice della nostra anima. Ma è proprio la cosmesi della nostalgia a rivelare i limiti di questo dramma che fa sorridere o questa commedia che fa riflettere, quasi come se i feticci della cultura pop (dai soliti Goonies a Star Wars) di una generazione spaventata da tutto – e tutti, addirittura dall’adolescenza – siano appigli per non incaricarsi di un futuro che non ci piace già dall’orizzonte.

Discorso che vale anche per il vasto, eclettico e ricco repertorio musicale, da Take on Me degli a-ah a Chakra di Le Luci Della Centrale Elettrica, a incorniciare momenti che non perdono mai coerenza tematica ma sembrano quasi bastare a se stessi, come se tutta la storia sia una specie di collage emotivo che segue soprattutto il flusso dell’autore. Niente di grave, soprattutto considerando che più che di Zerocalcare questa serie è Zerocalcare, con l’autonomia del suo sguardo identitario (non immune a qualche moralismo, appaltato all’Armadillo di Valerio Mastandrea), la militanza come attitudine morale, la sensibilità crepuscolare a definire i paesaggi interiori. Ma l’effetto è che questa chiusura del cerchio sia un po’ derivativa, affaticata nel mantenere un discorso unitario, sparpagliata tra momenti di grande emozione e passaggi più stanchi.