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Checco Zalone in Buen camino
Il cinema italiano è chiamato ad un urgente discernimento. Non basta commentare con aggettivi polarizzati incassi e il numero di spettatori di Buen camino, non è sufficiente celebrare i successi e paragonarli al passato, o indignarsi per i supposti pessimi gusti del pubblico. Occorre riconoscere i segni di un tempo che cambia; decidere che futuro costruire; capire come questa potente arte possa interessare al Paese, a chi lo governa e a chi lo abita. Il contrasto tra i grandi incassi di pochi film e il silenzio che avvolge la stragrande maggioranza di titoli che non lasciano tracce Cinetel sono un segnale: il cinema italiano non ha perso il pubblico, bensì la direzione.
Tra uscite che da sole rianimano le sale e garantiscono almeno un altro anno di vita all’esercizio e opere che faticano a trovare schermi e pubblico, si impone una concatenazione di domande che insieme sono industriali, culturali e morali: c’è un modello sostenibile per la produzione italiana, che ha un mercato ridotto, visto che difficilmente può pensarsi da “esportazione”? Per quale cinema vogliamo spenderci? Che idea di spettatore abbiamo? Quale sguardo sull’uomo, sulla società, su questi tempi vogliamo raccontare con il cinema?
Il successo – innegabile – di Checco Zalone non è soltanto una questione di incassi. È, prima di tutto, un termometro culturale. Indica una domanda di cinema troppo spesso ignorata da molti: il bisogno di un genere come la commedia con un pensiero ed un valore (anche al singolare…), la possibilità per lo spettatore di riconoscersi a partire dalla vita quotidiana, di ritrovarsi con altri nel rito della visione collettiva che diviene sentire comune.
Zalone intercetta un pubblico che non rifiuta il cinema italiano, ma che va al cinema se ne ha tutte le motivazioni: esistenziali, prima che artistiche. Le famiglie che hanno popolato le sale per il suo film, tra biglietto, parcheggio e Popcorn hanno investito tempo ed una giornata di stipendio. Occorre una gran determinazione: su come spendere tempo e soldi la gente è molto attenta.
“Il pubblico non ha sempre ragione”, sostiene parte della critica, ma se il cinema italiano non sta messo benissimo non può essere colpa del pubblico. Qual è l’offerta? Quali i generi? Che contenuti propongono le opere?


La Grazia - Toni Servillo e Paolo Sorrentino - foto © Andrea Pirrello
Pur se con altre metriche, ma sempre nella classifica degli incassi ad otto cifre (speriamo) c’è il cinema di Paolo Sorrentino, che rappresenta un’altra possibilità, molto più significativa per lo sguardo che questa rivista ha. Il regista di La grazia dimostra che un cinema d’autore ambizioso, riconoscibile, può ancora dialogare con il pubblico imponendo la sua vocazione ad essere arte, non negando complessità, densità formale, stratificazione simbolica, coerenza stilistica personale. Ma proprio questa capacità di emergere e di essere significativa, di rinnovare la grande tradizione italiana cinematografica rischia di trasformarsi in eccezione.
Tra questi due poli – il grande successo popolare e il cinema d’autore delle grandi firme capace di richiamare il pubblico – si colloca una vasta area di cinema italiano che fatica: film spesso di qualità, di autori giovani o emergenti che non riescono a incontrare il pubblico non tanto per limiti artistici, quanto per un ecosistema fragile. Manca l’accompagnamento, mancano le teniture, manca una vera alleanza tra produzione, distribuzione, sale e comunicazione. Quando ciò accade ecco i fenomeni come Le città di pianura di Francesco Sossai (2 milioni di incasso).
Troppi film escono senza davvero uscire, attraversano le sale senza lasciare traccia, come se l’incontro con lo spettatore fosse diventato un dettaglio secondario. In questo contesto, la questione del finanziamento alla produzione cinematografica è decisiva. Non può essere ridotta a un confronto ideologico o a una sommatoria di interventi correttivi. Il sostegno pubblico dovrebbe tornare a essere una leva strategica, capace di orientare il sistema verso progetti solidi, pensati, accompagnati, per produrre meglio, con una visione che tenga insieme sostenibilità economica, qualità artistica e responsabilità culturale.


Le città di pianura Pierpaolo Capovilla, Filippo Scotti e Sergio Romano © 2025 Vivo film, Maze Pictures
Le opere che possono riportare il pubblico in sala sono quelle capaci di generare attesa, di creare un discorso pubblico, di offrire uno sguardo riconoscibile sul presente. Opere anche popolari senza essere superficiali, autoriali senza essere autoreferenziali. Il pubblico al cinema italiano non chiede solo semplificazioni, ma verità; non domanda sempre rassicurazioni, ma uno sguardo che sappia nominare la complessità della vita. In questo scenario, la sala cinematografica è il luogo in cui il cinema trova la sua forma più compiuta. Ma la sala la si difende non per posizione romantica o per decreto, piuttosto con film differenti per genere, linguaggio e stile capaci di intercettare i pubblici differenti per preparazione, interessi, gusti.
In un tempo segnato da frammentazione, solitudine, smarrimento del senso, il cinema resta uno dei pochi linguaggi capaci di raccontare l’umano nella sua interezza. Il successo di Zalone, come quello di pochi altri, non è un’eccezione da archiviare, ma un segno da interpretare a beneficio soprattutto del cinema come forma d’arte e della sua fruibilità. Il pubblico è ancora in ascolto, attende storie capaci di parlare alla vita, di nominare le contraddizioni, di restituire un senso di appartenenza. Ma i segni, da soli, non bastano: chiedono responsabilità, scelte, visione.
Il sistema cinema italiano scelga se limitarsi a sopravvivere, inseguendo modelli esterni e logiche di breve periodo, o se tornare a essere un luogo di senso, di immaginazione condivisa, di educazione dello sguardo, di domande. Di successo.



