Pur di sostenere l’impianto accusatorio, il procuratore generale Armando Olivares, impegnato nella requisitoria nel processo d’appello contro Enzo Tortora, dice – più o meno – che siamo tutti un po’ pazzi. Lo dice per minimizzare la schizofrenia paranoide diagnostica a Giovanni Pandico detto ‘o Pazzo, non pentito ma dissociato (termine con una sua ambiguità, ovviamente) della Nuova Camorra Organizzata che con le sue false rivelazioni mise nei guai Tortora.

La pazzia passa, sostiene Olivares, i fatti restano. Ed è un fatto, continua il procuratore come se calasse l’asso nella manica, che il giovane Tortora, insieme ad alcuni amici, raccontò di aver visto la Madonna. Insomma, si dovrebbe screditare la parola di un collaboratore di giustizia che magari un tempo è stato ritenuto pazzo per salvare un camorrista che scherzava con i santi, trafficava e consumava cocaina, era stato eletto al Parlamento Europeo con i voti della NCO? Che cosa vuol dire essere pazzi?

Lino Musella in Portobello
Lino Musella in Portobello

Lino Musella in Portobello

(Anna Camerlingo)

Eccoci: è nel processo, lo spazio ideale della vertigine kafkiana e dell’assurdo pirandelliano, che si rivela la natura di Portobello, seconda avventura seriale di Marco Bellocchio dopo la capitale Esterno notte (prima serie italiana HBO Original, dal 20 febbraio su HBO Max). Come ne Il traditore, opera liminare con cui il più grande dei nostri maestri è entrato nella fase del grande spettacolo d’autore restando fedele a se stesso e ai suoi fantasmi, e prima ancora ne La condanna, più che un film una dark star nella sua lunga carriera. E più degli incubi che affastellano la psiche di Tortora, dai balletti folkloristici ai castelli di carte nello studio dismesso della trasmissione, è la messinscena della realtà che interroga le ossessioni dell’autore: la verità in ostaggio della rappresentazione, la tragedia che deve fare i conti con i contraccolpi grotteschi, la follia come segno dell’impossibilità di adeguarsi al mondo.

È già tutto nell’apparizione di Paola Borboni, l’istrionica capocomica che nel 1982 divenne la prima persona a riuscire nell’impresa di far parlare il pappagallo mascotte del programma condotto da Tortora (è l’ultima interpretazione di Francesca Benedetti, quasi posseduta dallo spirito della primadonna). Momento entrato nella mitologia della televisione italiana (in un’epoca in cui gli ascolti superavano i venti milioni di teste) e non si sa bene quanto effettivamente vero (ma che importa?), diventa per Bellocchio lo spazio ideale in cui trasfigurare il realismo e convocare l’onirico.

Romana Maggiora Vergano e Fabrizio Gifuni in Portobello
Romana Maggiora Vergano e Fabrizio Gifuni in Portobello

Romana Maggiora Vergano e Fabrizio Gifuni in Portobello

(Valeria Gifuni)

Attraverso il montaggio di Francesca Calvelli, Bellocchio ragiona sul campo dove si esalta la finzione (lo studio di registrazione, la messinscena della teatrante che si lascia mascherare da maga) e sul fuoricampo al di là dello schermo (tutta l’Italia riunita nelle case e nei circoli: ricchi e poveri, nord e sud, borghese e proletaria, suore e laici), gioca con i piani, alternandoli e incrociandoli, e coglie così il senso profondo di un fenomeno che ha a che fare con la suggestione di massa e l’arte della commedia, l’imbroglio e l’incanto.

È pieno di pazzi, questo Portobello diretto da un autore sempre fiducioso nel simbolismo e nell’allegoria, che ha sempre creduto nell’arte come meccanismo catartico per convivere con la follia e che non può non denunciare il cortocircuito laddove le velleità non corrispondono agli esiti. Dal pittore mitomane Giuseppe Margutti (Giorgio Gobbi) che espose un quadro al Louvre e millantò di aver visto Tortora spacciare allo stesso Pandico, un ragioniere omicida con ambizioni poetiche e disturbi psichiatrici, che in carcere si affilia alla NCO diventando lo scribacchino del capo Raffaele Cutolo detto ‘o Professore (Gianfranco Gallo).

Gianfranco Gallo, Lino Musella e Massimiliano Rossi in Portobello
Gianfranco Gallo, Lino Musella e Massimiliano Rossi in Portobello

Gianfranco Gallo, Lino Musella e Massimiliano Rossi in Portobello

(Anna Camerlingo)

Un caso clinico che aspettava solo un Bellocchio in grado di capirne l’invidia e la miseria (Lino Musella è maestoso). E a Bellocchio interessa Tortora nella misura in cui ossessiona Pandico: la vittima diventa la pedina di una macchina teatrale, anzi televisiva, con mamma Rai diventata matrigna, che ammazza “il figlio” in nome dell’informazione voyeuristica, e statale tout court, dove l’apparato giudiziario si ciba della carne viva – e del cuore malmesso – di Tortora come nella Colonna infame citata attraverso una scena del film di Nelo Risi.

Per decrittare questo caso che ha segnato la storia d’Italia, la madre di tutte le vicende di malagiustizia, Bellocchio non può che ricorrere agli abissi della psiche frequentati in sessant’anni di cinema ribelle e mai riconciliato, affrontando la mitomania dei mediocri, il rancore dei servi, la superbia delle comparse convinte di avere diritto a un ruolo da protagonista.

Fausto Russo Alesi in Portobello
Fausto Russo Alesi in Portobello

Fausto Russo Alesi in Portobello

(Anna Camerlingo)

Tra i matti slegati che irrompono in Portobello – in questo senso è un altro compendio bellocchiano, l’aggiornamento di una galleria cominciata con I pugni in tasca e proseguita con Salto nel vuoto, Enrico IV, L’ora di religione e via discorrendo – Pandico è sì il più inequivocabile non foss’altro per motivi diagnostici, ma è uno tra i tanti che si lanciano sul corpo di Tortora. Dai criminali mitomani, come Gianni Melluso detto Gianni il Bello che millanta frequentazioni con Francis Turatello (Giovanni Buselli) e il feroce pluriomicida Pasquale Barra (Massimiliano Rossi) passando per Nadia Marzano e il suo fascio di convulsioni per (forse) troppi psicofarmaci (Irene Maiorino), ai giudici sempre in bilico tra farsa e tragedia, che Bellocchio non può che fotografare cogliendone il registro grottesco, dal ridicolo Diego Marmo (Fausto Russo Alesi che sembra piombare da un film di Elio Petri) a Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella, una macchietta nera: non si toglie mai gli occhiali e dà le carte con goffo cinismo) fino al citato Olivares (Marcello Romoli di gusto scarpettiano) e il cupo Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi e le sue caramelle).

Luciano Giuliano, Alessandro Preziosi, Fabrizio Gifuni e Gennaro Apicella in Portobello
Luciano Giuliano, Alessandro Preziosi, Fabrizio Gifuni e Gennaro Apicella in Portobello

Luciano Giuliano, Alessandro Preziosi, Fabrizio Gifuni e Gennaro Apicella in Portobello

(Anna Camerlingo)

E non è un caso che la sottrazione, con il suo residuo d’umanità laica di fronte al teatro dell’assurdo, sia delegata a chi subisce il meccanismo e osserva l’inferno della giustizia con lo sconforto della ragione, in primis l’avvocato Dall’Ora (il magistrale Paolo Pierobon) e il giudice Morello che ristabilisce l’ordine delle cose (Salvatore D’Onofrio).

Portobello raggiunge l’apice proprio nel quinto episodio, quello che più si sofferma nell’aula di tribunale (un altro hangar, un altro capannone, un altro carnaio dopo quello del Maxiprocesso del Traditore), un teatro della menzogna elevata a procedura, del paradosso (il criminale Vallanzasca che sbugiarda il criminale Melluso per scagionare l’innocente Tortora), delle maschere del tradimento (i pentiti che battono le mani dopo il grido d’innocenza del conduttore). Dove Tortora, schiacciato da un meccanismo in cui le testimonianze di criminali contano più della mancanza di prove, deve sottoporsi ai confronti con gli accusatori, frenarsi un attimo prima dell’oltraggio alla corte, montare la rabbia per trasformarla in indignazione civile.

Carlotta Gamba, Barbora Bobulova e Giada Fortini in Portobello
Carlotta Gamba, Barbora Bobulova e Giada Fortini in Portobello

Carlotta Gamba, Barbora Bobulova e Giada Fortini in Portobello

(Anna Camerlingo)

È il frangente in cui si rivela al meglio l’interpretazione di Fabrizio Gifuni, non solo mimetica – il paragone con l’originale è sempre lì pronto a interrogare il grado realistico della performance, giacché l’immagine e la voce di Tortora appartengono all’immaginario collettivo immortalato dalla televisione – ma soprattutto politica: da attore intellettuale qual è, Gifuni legge Tortora come un altro cadavere eccellente, un martire della Repubblica come Moro e Pasolini, l’incarnazione di un trauma collettivo (irrisolto) che si svincola dal dato cronachistico per assumere una dignità, un rigore, un orgoglio dai tratti monumentali.

È la dimensione civile di una serie di raffinata complessità (decisivi la fotografia di Francesco Di Giacomo, con i suoi chiaroscuri paranoici, e l’incessante colonna sonora di Teho Teardo), che dà il meglio quando restituisce appieno quella cifra umana e poetica di Bellocchio che si ritrova nella straniante epifania dell’enigmatica ragazza che piange a comando per il programma (la sublimazione di una freak), nell’ipnosi per via catodica che suggella la suggestione di massa per via televisiva, nello scontro dialettico tra Tortora e il compagno di cella che ha ucciso in nome di un’ideologia e accusa la star di aver corrotto il popolo (Pier Giorgio Bellocchio: un caso?).

Valeria Marini in Portobello
Valeria Marini in Portobello

Valeria Marini in Portobello

(Anna Camerlingo)

Ma anche nella comparsa notturna di Moira Orfei che porta solidarietà a Tortora in una deviazione da passerella felliniana (Valeria Marini!), nell’intervento del detenuto che fa ginnastica zen (Antonio Piovanelli, che ci riporta ai turbamenti cechoviani de Il gabbiano), il karaoke di Ci sarà, la canzone vincitrice di Sanremo 1984, nella caserma in cui i pentiti convivono amichevolmente con le guardie (“vanno trattati bene”: nella cortesia dei mediocri c’è tutta la sconcertante inadeguatezza di un sistema, cioè dello Stato).

Scritta con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, Portobello è una serie che può apparentemente sembrare lontana dalle pratiche bellocchiane, ma che si rivela via via una variazione dei temi cari e delle angosce ricorrenti: più della cronaca nera conta l’assurdità pirandelliana; più del true crime, l’incubo kafkiano; più dell’equazione dei fatti allineati, la consistenza delle contraddizioni. E sembra dirci che una vicenda del genere non poteva che esplodere in un Paese ipocrita e moralista.