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Giuliana De Sio in Nel tepore del ballo
Perché il cinema italiano ha rinunciato a Giuliana De Sio? Il carattere, si dice, dove per carattere s’intende caratteraccio. Argomento pretestuoso, forse perfino calunnioso, e che comunque non ci basta per capire il motivo di una reticenza se non proprio di un’assenza. Basta vederla sul palcoscenico, nei teatri che frequenta da almeno vent’anni con successo di pubblico e critica, per godere della statura artistica di Giuliana De Sio, l’attrice più complessa e inclassificabile della sua generazione. Che nel suo momento di gloria, gli anni Ottanta, ha illuminato il grande schermo irradiando il bagliore tenebroso di chi si sente fuori posto.
Ci voleva Pupi Avati, un ardito signore di ottantasette anni che da sempre salva dall’oblio attori e attrici fuori dai giri, per riconsegnare la grande De Sio al cinema, offrendole uno di quei personaggi che restano nella memoria, peraltro con un notevole côté simbolico. Nel cupo e sorprendente Nel tepore del ballo (in sala da giovedì 30 aprile), De Sio è una conduttrice di programmi trash, sacerdotessa catodica della pornografia del dolore che tutti chiamano “la Morta” perché caduta e risorta più volte nello stupore generale. De Sio è spudorata e coraggiosa, non si sottrae alle esigenze del ruolo indossando vestiti spericolati ed esalta il cinismo di chi conosce le regole della società dello spettacolo.


Confiteor - Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione
Un’interpretazione clamorosa che però non è una novità ma una conferma, anche per chi l’ha ammirata nelle rare prove recenti, non a caso nell’underground indipendente o giù di lì, dalla fantasmatica apparizione in Confiteor di Bonifacio Angius all’ambigua sfruttatrice in Raqmar di Aurelio Grimaldi. E, in fondo, non sorprende che un’attrice così ostile alla retorica e alle scorciatoie stia ai margini del sistema da più di trent’anni, più o meno da quando vinse il secondo David di Donatello con Cattiva (1991), rischioso ritratto di una donna schizofrenica o squilibrata “salvata” dai metodi freudiani. Personaggio sintomatico per un’attrice che non ha mai fatto mistero di avere una certa confidenza con le nevrosi.
Classe 1957, arrivata diciottenne a Roma da Cava de’ Tirreni, De Sio è esplosa in televisione (a vent’anni con Una donna da Sibilla Aleramo, due anni dopo con Le mani sporche dell’allora compagno Elio Petri, altro irregolare), nell’epoca in cui gli sceneggiati erano interpretati da grandi attrici spesso inquiete e mai riconciliate come Lea Massari e Carla Gravina, scelte forse impensabili per l’attuale serialità generalista dedita a figure certamente più rassicuranti e comode. Guarda caso, quando il cinema si dimenticò di lei, fu proprio la televisione a darle nuove occasioni: sì, magari si è troppo concessa ai fumettoni o ai feuilleton un po’ camp e un po’ kitsch di Alberto Tarallo e Teodosio Losito, ma un personaggio come la spietata e irresistibile arrampicatrice sociale Annalisa Bottelli in Il bello delle donne?
E però in poco più di dieci anni, tra il 1982 e la metà degli anni Novanta, De Sio irrompe sul grande schermo senza chiedere il permesso, prendendosi tutto senza chiedere in cambio nient’altro che personaggi alla sua altezza. È lei, la commedia malincomica, quel tipo di donna indipendente che abita le storie dei giovani maschi fragili di quegli anni. In primis Francesco Nuti, che le concede spazio sin dal titolo: diretta dal sodale Maurizio Ponzi, in Io, Chiara e lo Scuro (1982) è una ragazza con la valigia e con il sassofono che rifiuta ammiccamenti per accattivarsi il pubblico (primo David di Donatello ma anche Nastro d’Argento, Globo d’Oro e Grolla d’Oro: un trionfo che fa ricostituire la coppia nel sequel Casablanca Casablanca, 1985).


Giuliana De Sio, Liv Ullmann e Catherine Deneuve sul set di Speriamo che sia femmina
(Webphoto)E Massimo Troisi, che la dirige in Scusate il ritardo (1983) mentre lei soffre per la morte di Petri e il lutto le vela il volto capitalizzando l’umore di questo film sull’amore che fugge. De Sio incarna tutto: dolce e ruvida, coriacea e vulnerabile, determinata e tormentata, giovane ed esperta. La galleria parla da sola: la pragmatica fedifraga in Sciopèn (1983), la rampolla riluttante di Speriamo che sia femmina (1986), la prostituta opportunista in I picari (1988), una versione di se stessa in La vera vita di Antonio H. (1994) su e con Alessandro Haber che fu suo compagno e soprattutto due film che si reggono completamente su di lei come Ti presento un’amica (1987), che anticipa Una donna in carriera nell’Italia craxiana, e Se lo scopre Gargiulo (1988), che esalta la sua verve in una sorta di Tutto in una notte napoletano. Perché il cinema italiano ha rinunciato a Giuliana De Sio? Ci vorrebbe un’indagine, come nel film più famoso del regista che amò, ma qui al di sopra di ogni sospetto c’è solo il talento di un’attrice magnifica.


