A un certo punto, appena entrato in carcere, il conduttore caduto in disgrazia Gianni Riccio, incarnato con sensibilità da Massimo Ghini, si fa una doccia e la tinta dei capelli se ne va scura e copiosa per il volto: non è Morte a Venezia, ma Nel tepore del ballo, il nuovo film di Pupi Avati.

In cartellone al Bif&st e dal 3° aprile nelle nostre sale, racconta la caduta e, forse, il riscatto, l’amore che non ritorna perché mai se n’è andato, e un piccolo mondo antico che ha la misura del cinema degli Avati, qui Pupi, il fratello produttore Antonio e il figlio cosceneggiatore Tommaso.

Va in malora tutto, o quasi, nella grammatica sentimentale e nell’antropologia sensuale di questo dramma caparbiamente intimista: Gianni partorito dalla madre che muore, abbandonato presto pure dal padre (Raoul Bova), che va a far sfortuna in Germania, è subito un sopravvissuto, lasciato a sé stesso, a un primo amore (Isabella Ferrari, senza trucco e senza inganno) sfatto, alla carriera che tutto concede e nulla può, al futuro remoto.

Travolto da uno scandalo finanziario, dall’avidità in conto terzi, Gianni sulla dorsale, e non è schiena dritta, Roma-Jesolo perde i pezzi, frantuma la reputazione, scorge la rinascita: è solo come un cane, nonostante amici e collaboratori (Sebastiano Somma), una zia devota (Lina Sastri) – e persino il nuovo e già ex marito della prima moglie (Pino Quartullo).

Avati inzeppa l’album di famiglia con Bruno Vespa e Jerry Calà nel ruolo di loro stessi, ma la necessità non inficia la virtù, che è fantasmatica, marcescente, mortuaria: il pesce puzza dalla valigia postuma, la venuta al mondo è fatale e la conduttrice televisiva à la Barbara D’Urso - una superba Giuliana De Sio, merita sin d’ora e senz’altro il premio David - che resuscita il collega defunto si chiama “la Morta”, al più “la strafiga”.

Sì, Avati insegue l’amore e trova la morte, com’è ineludibile che sia, ma auspicabile che tardi: Nel tepore del ballo ha l’ardire della danse macabre e il rifugio di un ultimo intreccio di mani.