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Michele Riondino, Paolo Strippoli e Sandra Toffolatti sul set di La valle dei sorrisi
Dopo A Classic Horror Story e Piove, La valle dei sorrisi conferma Paolo Strippoli come una delle voci più coerenti e necessarie del nuovo cinema italiano di genere. Ma non aspettatevi facili scorciatoie: qui l’horror è perturbante, intimo, esistenziale, e Remis, il villaggio che fa da sfondo alla storia, diventa uno specchio opaco dell’Italia più profonda. In questa conversazione — la prima ufficiale sul film — il regista racconta la genesi personale del progetto, i riferimenti (da Thelma a Carrie, passando per Lasciami entrare), le sfide produttive e la necessità di un cinema “senza promesse”.
Questo è il tuo terzo horror. Cosa rappresenta per te La valle dei sorrisi rispetto ai precedenti?
È il mio film più personale. Un coming of age non solo per l’adolescente protagonista, ma anche per gli altri personaggi. L’ho scritto fin dall’inizio, in un momento di grande smarrimento, appena uscito dal Centro Sperimentale. Era un tentativo di esorcizzare l’ombra che sentivo addosso: la paura della morte, del diventare adulto. Racconto un dolore che non si nega ma si attraversa.


Michele Riondino in La valle dei sorrisi
Remis è un luogo apparentemente idilliaco, ma pieno di inquietudine. Come nasce l’idea del ragazzo che assorbe il dolore altrui?
Remis è una comunità immaginaria, costruita come un personaggio vivo. L’adolescente che incamera il dolore è l’allegoria di una società anestetizzata, che respinge la sofferenza e poi la replica. In Matteo c’è qualcosa di me: la solitudine dell’adolescenza, il desiderio di essere visti.
Il film è stato accostato al folk horror, ma sembra sfuggirne le formule. A cosa ti sei ispirato davvero?
Amo il folk horror, ma qui i riferimenti principali vengono da film sull’identità nell’età evolutiva: Lasciami entrare, Thelma, Carrie. Anche Smile mi ha colpito: parla della rimozione del dolore. Ma il mio è un horror senza promesse, senza antagonisti: e questo lo rende fragile e necessario.
Dal punto di vista visivo, come hai costruito il mondo del film?
Ho cercato un immaginario coerente, in bilico tra idillio e perturbante. Il paesaggio montano era fondamentale: è un abbraccio che protegge e isola, come la comunità. Non avrei potuto girarlo altrove.
Il film ha vinto il Premio Solinas. Com’è cambiato il progetto da allora?
È cambiato tanto. Ha avuto un percorso produttivo lungo e complicato. Per sette anni abbiamo difeso l’idea di un film senza antagonisti, insieme a Milo Tissone e Jacopo del Giudice. È stato estenuante, ma necessario.


Michele Riondino e Giulio Feltri in La valle dei sorrisi
Com’è stato lavorare con gli attori, in un contesto ancora poco abituato all’horror?
Il lavoro più intenso è stato con Giulio Feltri, il giovane protagonista. Abbiamo fatto un casting lungo, cercavo qualcuno che mi ricordasse me a quell’età. Anche Michele Riondino e Romana Maggiora Vergano sono stati fondamentali: lei ha dato profondità a due scene difficili, lasciando il segno anche con poco tempo in scena.
Il tuo è un horror del disagio più che della paura. È una scelta consapevole?
Sì. Mi interessa l’inquietudine, non i salti sulla sedia. L’horror è un modo per raccontare il bisogno disperato di un abbraccio. Non esistono buoni e cattivi, solo persone in conflitto. Anche la fede, nel film, è vista come un dispositivo di compensazione: un bisogno di credere che oggi prende strade alternative o distorte.
Cosa ti aspetti dall’uscita in sala? A chi parla questo film?
Non lo so. È un film difficile da spiegare, che non offre certezze. Ma può toccare chi si è sentito fuori posto almeno una volta nella vita. Anche solo per un giorno.


Riondino e Romana Maggiora Vergano in La valle dei sorrisi
E questa è anche la tua prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia. Che effetto ti fa?
È un’emozione enorme. Da piccolo andavo lì con mio padre solo per respirarne l’aria, quando ancora non potevo entrare alle proiezioni. Poi ho iniziato a seguirla come spettatore. Portare un mio film è un sogno che si realizza. Sono grato ai selezionatori, agitato e felice allo stesso tempo. Spero che il pubblico possa cogliere la complessità e la fragilità del film.
E il futuro? Ancora horror o cambi direzione?
Il prossimo film non sarà horror, ma sarà il più crudele che abbia mai fatto. Una saga familiare con un’ombra sopra. Resto legato al genere, ma sento il bisogno di esplorare altre strade. Per poi magari tornare, con uno sguardo nuovo.