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Cristian Mungiu Palma d'Oro a Cannes 79 con Fjord - Foto Karen Di Paola
“Ad essere onesti non volevo assegnare la Palma d’Oro a nessun film, dato che è un premio che io non ha mai ricevuto”. La simpatia non fa difetto al presidente di giuria Park Chan-wook, che nell’incontro con la stampa subito successivo alla consegna dei premi di Cannes 79, ha sostanzialmente ammesso che le scelte sono state “ampiamente condivise con tutti i giurati”.
Sarà, ma se su sette premi tre vengono dati in ex-aequo (ci vorrebbe qualcuno con molta pazienza per andare a controllare se e quante altre volte è mai successo...) c’è qualcosa che non torna.
Partiamo da quello più discutibile, il premio per la migliore regia, che viene assegnato a tre registi per due film che più diversi non si può: Fatherland di Pawel Pawlikowski (che puntava dritto alla Palma d’Oro e invece replica il riconoscimento ottenuto con Cold War nel 2018) e La bola negra degli spagnoli Los Javis (Javier Ambrossi e Javier Calvo).


Pawel Pawlikowski con i Los Javis vincitori ex-aequo del Premio per la migliore regia - Foto Karen Di Paola
Scherzo del destino (?) ha voluto che in questa edizione a consegnare il premio sul palco ci fosse proprio Xavier Dolan, che nel 2014 con Mommy vinse il Premio della Giuria in ex-aequo con un certo Jean-Luc Godard (Adieu au langage - Addio al linguaggio): ok, d’accordo, il riconoscimento non era proprio lo stesso, ma è una coincidenza che fa quantomeno sorridere.
Per gli amanti della statistica, è già successo altre 7 volte nella storia del Festival che il premio alla migliore regia venisse dato in ex-aequo: la prima nel 1955, allo statunitense Jules Dassin per Rififi e al sovietico Sergei Vasilyev per Geroite na Shipka (sarebbe stato bello esserci per quel momento di palco condiviso...), l’ultima nel 2016 al francese Olivier Assayas per Personal Shopper e al romeno Cristian Mungiu (pensa...) per Un padre, una figlia (Bacalaureat).
L’altra curiosità legata al Premio per la migliore regia è che non accadeva dal 2019 che venisse assegnato ad una coppia di registi, allora avvenne con i fratelli Dardenne per L’età giovane. Ma la coppia da battere in questo particolare riconoscimento rimane quella formata dai fratelli Joel ed Ethan Coen, premio che hanno vinto ben 3 volte con Barton Fink - È successo a Hollywood (1991), Fargo (1996) e L’uomo che non c’era (2001).
I fratelli Dardenne però appartengono al ristretto novero di registi che vantano la duplice vittoria della Palma d’Oro, nel 1999 e nel 2005: da oggi si inscrive nel “Circolo dei 10” anche Cristian Mungiu con Fjord (bissando il successo del 2007 con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni). Gli altri otto registi sono lo svedese Alf Sjöberg (1946, 1951), l’americano Francis Ford Coppola (1974, 1979), il giapponese Shōhei Imamura (1983, 1997), il serbo-bosniaco (allora jugoslavo) Emir Kusturica (1985, 1995), il danese Bille August (1988, 1992), l’austriaco Michael Haneke (2009, 2012), il britannico Ken Loach (2006, 2016) e lo svedese Ruben Östlund (2017, 2022).
Tornando al palmarès di questa edizione – sono saliti in 11 per ricevere 7 premi, possibile non avanzava qualcosa per El ser querido di Rodrigo Sorogoyen?... – ribadiamo l’ormai sospetta abitudine che vuole la Palma d’Oro (PER LA SETTIMA VOLTA CONSECUTIVA) assegnata ad un film che batte bandiera Neon (società ricordiamo di proprietà della famiglia Friedkin: ehi magari dirottare tutta questa buona sorte anche su una delle tre squadre di calcio che possedete? E no, non ci riferiamo né al Cannes né all’Everton...).
Annotiamo poi che Renate Reinsve ha definitivamente stabilito una liaison speciale con questo Festival: nel 2021 vince come migliore attrice per La persona peggiore del mondo, nel 2024 è protagonista del film Camera d’Or Armand, diretto da Halfdan Ullmann Tøndel, nel 2025 è protagonista sempre per Joachim Trier di Sentimental Value (Grand Prix) e ora è protagonista per Mungiu del film Palma d’Oro, Fjord. Insomma, che dire, una così è sempre meglio averla in squadra che contro.


Renate Reinsve - Foto Karen Di Paola
L’altra considerazione da fare – che in qualche modo avevamo già anticipato nel TotoPalma di qualche giorno fa – è la tremenda costanza di alcuni registi a finire sempre dentro il Palmarès: il russo esiliato (e redivivo, considerate le drammatiche peripezie che ha dovuto affrontare causa Covid) Andrey Zvyagintsev, stavolta premiato con il Grand Prix per Minotaur, fa seguito al premio della giuria ottenuto con il precedente Loveless, al premio per la sceneggiatura di Leviathan e al premio per il miglior attore ottenuto con The Banishment. Niente male per uno che pronti-via, nel 2003, vinse il Leone d’oro a Venezia con il film d’esordio (Il ritorno).
Poi c’è Lukas Dhont, che dopo la Camera d’Or ottenuta con Girl e la consacrazione del Grand Prix ottenuto con Close, stavolta si “accontenta” del duplice premio vinto dai suoi due attori per Coward, infine Ryūsuke Hamaguchi, che ovunque va (Orso d’argento a Berlino, Gran Premio della Giuria a Venezia) sa che – quasi sempre – il suo film finirà nell’elenco dei premiati: Drive My Car vinse per la sceneggiatura a Cannes e stavolta porta a premio le due attrici di All of a Sudden, Virginie Efira e Tao Okamoto.
Insomma, tra habitué della ribalta festivaliera e neofiti del riconoscimento (tutti e 4 gli attori premiati, i Los Javis, la stessa Valeska Grisebach giustamente premiata dalla giuria per il notevole The Dreamed Adventure), anche questo Cannes 79 ce lo siamo levati… L’adagio vanziniano lo conoscete, ça va sans dire...



