Nato dal fenomeno online e diventato virale, Backrooms è stato riconosciuto subito come uno degli horror psicologici più interessanti degli ultimi tempi. Il suo regista Kane Parsons, appena ventenne, ha espanso l’universo dei corti YouTube in una vera e propria esperienza cinematografica, realizzando un mix di footage rubati e riflessione sociale con i vibe anni ’90.

Parlando con il regista emerge chiaramente come l’orrore della trama del film non nasce soltanto dalla claustrofobia degli spazi chiusi e infiniti, ma soprattutto dalla sensazione di intrappolamento mentale che ne deriva. In tutti quei sistemi emotivi che noi stessi creiamo per sentirci al sicuro. Nella nostra comfort zone fatta di routine, pareti di casa,cene davanti alla tv. 

Eppure, secondo Parsons, il film non è una metafora. Per lui le Backrooms sono prima di tutto una conseguenza concreta del mondo contemporaneo fatte di spazi impersonali, quasi senz’anima, che riflettono il modo in cui la società moderna si è trasformata. Un vero e proprio “anti-spazio” trascurato, il derivato di un’ansia collettiva di una società alla deriva.

La trama del film vede protagonisti Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, lui scopre un labirinto infinito nascosto sotto il suo negozio di mobili, e decide di esplorarlo, mentre lei è la terapeuta che cerca di salvarlo dalla sua ossessione. Ma Parsons, più che ai luoghi, sembra essere interessato soprattutto a ciò che provoca perdersi per quei labirinti, a livello psicologico, nelle persone. 

Renate Reinsve in Backrooms - Courtesy of A24
Renate Reinsve in Backrooms - Courtesy of A24

Renate Reinsve in Backrooms - Courtesy of A24

Il film si concentra molto anche sul tema della solitudine, quella autoimposta, quella derivata e quella provocata dalla società stessa, come dichiarato da lui: “Essere soli evita la sfida”, spiegando come nel nostro contemporaneo ormai si può vivere benissimo anche senza confronto, si può fare una vita del tutto riservata e schiva, ordinando cibo online e restando connessi soltanto dai propri device. Questa condizione porta ad una vera e propria disconnessione, che è di per sé innaturale per l’essere umano.

Per ricreare le Backrooms, la produzione ha realizzato un gigantesco set paragonabile a 4 campi da basket, talmente realistico che alcuni membri della troupe si sarebbero persi al suo interno. La Reinsve ha raccontato come tutto fosse così destabilizzante, a tratti inquietante, che lei stessa ha evitato di camminare da sola per quei corridoi. 

C'è anche tutta una parte dedicata alla memoria e a ciò che ricordiamo a come lo facciamo, la percezione dei nostri ricordi e di chi li ha abitati, usata dal regista non come semplici flashback, ma come una vera e propria materia viva, organica quasi mostruosa. Parte stessa della struttura delle Backrooms che prendono vita e si alimentano tramite le proiezioni del cervello umano.

“Non siamo una specie costruita per percepire la realtà per quella che è” – dice Parsons – “conserviamo frammenti del passato perché speriamo possano aiutarci nel futuro, ma spesso finiscono per diventare soltanto immagini evocative di qualcosa che non esiste più. È qui che Backrooms trova la sua dimensione più disturbante: non come semplice horror sul mostro nascosto dietro l’angolo, ma come viaggio dentro la percezione umana stessa”.

Chiwetel Ejiofor in Backrooms - Courtesy of A24
Chiwetel Ejiofor in Backrooms - Courtesy of A24

Chiwetel Ejiofor in Backrooms - Courtesy of A24

Più che un horror, quindi il film rivoluzionario distribuito da I Wonder Pictures, sembra essere un approfondimento delle nostre paure che diventano spazi in cui abitare, quando ci costruiamo delle vere e proprie gabbie dalle quali è difficile uscire. Ansie, ricordi e rumori della nostra contemporaneità che cercano di farsi sentire, scalpitano per essere ascoltati e che involontariamente provano a trovare un senso. Anche nel peggiore degli scenari.