PHOTO
Chiwetel Ejiofor in Backrooms - Courtesy of A24
Una distesa infinita di stanze vuote, tappezzate di una carta da parati giallastra e monocroma, illuminate dal ronzio stonato di luci al neon che sembrano vibrare di un’elettricità malata.
È l’immagine che, più di ogni altra, tormenta il sonno della Generazione Z e, per estensione, di chiunque abbia mai smarrito la bussola in un non-luogo della modernità: è il noclip dalla realtà, la caduta accidentale attraverso le maglie del mondo fisico in una dimensione parallela che la rete ha battezzato Backrooms.
Ma se il mito nasce nei bassifondi digitali di 4chan come “creepypasta” collettiva (era il 2019), è sotto l’occhio digitale di un allora diciassettenne, Kane Parsons (noto come Kane Pixels), che questa suggestione si è fatta cinema.
Un cinema spurio, nato su YouTube, che ora, grazie alla lungimiranza della A24 e alla produzione di James Wan, varca la soglia della sala.
Il passaggio dal corto virale al lungometraggio non è solo un salto di budget, è la consacrazione di una nuova grammatica dell’orrore.
L’estetica del vuoto: dal pixel alla pellicola. Il lavoro di Parsons sui suoi cortometraggi – The Backrooms (Found Footage) del 2022 – non è stato un semplice esercizio di stile. Parsons ha compreso (con una profezia spiazzante) che il vero terrore non risiede nel mostruoso che ci insegue, ma nello spazio che ci circonda.
È l'estetica (e l’incubo) della liminalità: quegli spazi di transizione (corridoi di uffici, hotel deserti, centri commerciali dopo l'orario di chiusura) che, svuotati della loro funzione antropologica, diventano perturbanti: un concetto che per estensione pervade anche le suggestive architetture di una serie ormai di culto come Severance (Scissione), geniale creazione di Dan Erickson per Apple Tv+.
Nello stile di Parsons, la macchina da presa (virtuale, ma simulata con una precisione materica impressionante) si muove con la goffaggine di un occhio umano. Il formato 4:3, la grana della pellicola VHS, le aberrazioni cromatiche non sono solo feticismo nostalgico per l'analogico, ma strumenti di una “verità” documentaria che rende tattile l’impossibile. Quando guardiamo quella serie di corti, non stiamo guardando una CGI di alto livello, stiamo piuttosto sbirciando una vecchia cassetta ritrovata che non dovrebbe esistere.


Kane Parsons e Chiwetel Ejiofor sul set - Async Pictures Inc, Backrooms Rights LLC
(Asterios Moutsokapas)Il film targato A24 – che I Wonder Pictures porta in Italia dal 27 maggio – eredita questo DNA. La casa di produzione di Hereditary e The Witch, di Heretic e Saint Maud (solo per citare alcuni dei numerosi horror realizzati), ha capito che Parsons non è un semplice “youtuber”, ma un autore che ha saputo costruire una lore (definizione Treccani: “L'insieme delle informazioni di carattere enciclopedico, interne o esterne a un testo o a più testi, che riguardano il mondo finzionale in cui si svolge una vicenda narrata in videogiochi, film o serie televisive, fumetti e graphic novel ma anche romanzi e racconti”) complessa: l’istituto di ricerca ASync, la burocrazia brutale degli anni 80 che tenta di colonizzare l'ignoto per risolvere i problemi di spazio del mondo reale. C'è un'eco che rimanda quasi a Carpenter e/o a Cronenberg, in questa commistione tra scienza miope e orrore metafisico.
Ciò che rende Backrooms un oggetto di studio affascinante è la sua capacità di tradurre in immagini la solitudine digitale. Il labirinto (e la conseguente vertigine) di Parsons è la visualizzazione architettonica di Internet stesso: una serie infinita di stanze che si somigliano tutte, dove l'informazione (o la strada di casa) si perde in un loop eterno. Il “mostro” (“i Perduti”, creature che abitano questi spazi, spesso esseri umani “mutati” che hanno perso la sanità mentale) è quasi un elemento di disturbo secondario.
Il vero antagonista è il giallo. Un giallo ocra, malaticcio, che satura lo sguardo e annulla ogni punto di riferimento. Parsons gioca con il montaggio sonoro per creare un senso di oppressione uditiva: il ronzio dei neon non è un rumore bianco, è una frequenza che scava nel sistema nervoso dello spettatore. È il suono del silenzio che ha smesso di essere tale.
Nel passaggio al grande schermo, la sfida sarà quella di mantenere questa purezza astratta senza farsi sedurre dalle spiegazioni eccessive e in tal senso sarà curioso capire come questo aspetto si potrà coniugare con il coinvolgimento di attori del calibro di Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve (nella foto della pagina precedente in due frame del trailer). Il mistero delle Backrooms deve rimanere tale: una crepa nella realtà che non può essere richiusa.


Renate Reinsve in Backrooms - Courtesy of A24
L'operazione condotta da A24 crea un precedente storico, oltre a quello anagrafico dato che Parsons (20 anni, come detto) è il regista più giovane assoldato nella storia della casa di produzione. Per anni, Hollywood ha cercato ispirazione nei videogame o nei fumetti. Oggi, cerca il talento dove il linguaggio cinematografico si sta evolvendo in modo spontaneo (sarà sicuramente un caso, ma non dimentichiamo che dal 2029 anche la diretta della cerimonia degli Oscar sarà “trasmessa” solamente su YouTube…).
Kane Parsons ha dimostrato che con un software di rendering e un’idea potente si può generare più angoscia di un blockbuster da duecento milioni di dollari. Il film non è solo l’espansione di un fenomeno virale, ma la prova del nove per un nuovo tipo di cinema “dal basso” che incontra la produzione d'essai. Parsons non ha bisogno di mostrare il sangue, l’efferato: gli basta inquadrare un angolo di muro leggermente fuori asse per farci sentire che il mondo, così come lo conosciamo, si è appena rotto. Mentre attendiamo di perderci definitivamente nei corridoi della versione cinematografica, resta una certezza: Backrooms – e l’hype social che si è generato per il rilascio del primo teaser (e per il successivo trailer esteso) è lì a testimoniarlo – ha già cambiato il modo in cui percepiamo l'orrore contemporaneo.
Non è più una questione di ombre nel buio, ma di troppa luce in stanze vuote. È la paura di restare intrappolati in un eterno presente, in un ufficio disabitato dove nessuno verrà mai a darci il cambio.
D’altronde, non è forse “liminale” anche il nostro rimanere “fermi” tra due fasi transitorie dell’esistenza o nell’angoscia di dover prendere una decisione?
Kane Parsons ci mostra che l'abisso non è solo nero. A volte, è di un giallo sbiadito e odora di moquette umida. E la cosa più spaventosa è che, una volta entrati, potremmo scoprire che non siamo mai stati altrove.
