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A Girl Unknown
Per la Semaine de la Critique è stato un anno segnato dal coming of age, e attorno a A Girl Unknown c’era molta attenzione.
Il film cinese di Zou Jing arriva infatti da una regista già passata nel 2023 attraverso il programma di scrittura Next Step e segue la crescita di una ragazza cinese dai sei ai diciotto anni, attraverso tre famiglie diverse, ognuna delle quali finirà per darle un nome differente. Partendo da uno spunto familiare – la nonna della regista aveva subito lo stesso destino nel 1936 – Zou Jing riesce a trasporre con convinzione questa intuizione nel contesto della Cina tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, con la politica del figlio unico a fungere da motore iniziale della narrazione.
A Girl Unknown si articola in capitoli che seguono le diverse famiglie attraversate dalla protagonista; tra queste compare anche la fabbrica, con il gruppo di lavoratrici che la abita, elemento particolarmente interessante e indicativo dell’ambizione del progetto. Strutturato come un coming of age che si sviluppa nell’arco di oltre un decennio, il film accompagna la protagonista nel tentativo di costruire una propria identità all’interno di contesti che tendono continuamente a ridefinirla.
Purtroppo, però, la solidità della premessa e la riuscita ricostruzione del panorama politico e sociale cinese degli ultimi trent’anni non trovano pieno sostegno né nella regia né nella scrittura. Da una parte, l’approccio di Zou Jing è attento alla protagonista e alla sua collocazione nello spazio scenico, ma mantiene una distanza che invece di produrre riflessione finisce per indebolire il coinvolgimento emotivo. Dall’altra, la scrittura sembra mancare di dettagli, deviazioni e momenti di libertà che avrebbero potuto arricchire e rendere più complesso il risultato finale. L’aspetto più interessante rimane così la struttura narrativa del film, costruita per ellissi progressive, più che le singole scene, che spesso risultano spesso dimenticabili e funzionale all’arco narrativo.
Nel complesso resta comunque un’opera prima solida e controllata, che conferma le capacità narrative di Zou Jing, pur lasciando la sensazione che una maggiore apertura e libertà espressiva avrebbe permesso ai personaggi di respirare di più, evitando che restassero schiacciati all’interno della struttura e delle funzioni narrative loro assegnate.



