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Tricia Tuttle
La direttrice della Berlinale, Tricia Tuttle, ha respinto le accuse secondo cui il festival censura i registi che denunciano le azioni di Israele a Gaza. A scatenare la reazione, la lettera aperta firmata da 81 artisti che accusano la Berlinale di non aver preso posizione contro Israele e di aver chiesto ai registi di non esprimersi contro “il genocidio dei palestinesi di Gaza” (tra i firmatari, Tilda Swinton, Javier Bardem, Adam McKay e Mike Leigh).
“Non è vero che abbiamo messo a tacere o intimidito i registi” ha dichiarato Tuttle a un’agenzia di stampa tedesca, aggiungendo di essere rimasta sorpresa dalla lettera e che leggerla è stato “incredibilmente difficile”.
Intervistata da Screen Daily, Tuttle ha riconosciuto “la profondità della rabbia e della frustrazione per la sofferenza della popolazione di Gaza e l’urgenza che le persone sentono di parlare e far sentire la propria voce”. Allo stesso tempo, respinge le accuse fondate su “informazioni errate e affermazioni inaccurate sulla Berlinale, prive di prove o anonime” che “danneggiano il festival”, ribadendo l’indipendenza dal governo federale tedesco nelle decisioni artistiche e di programmazione.
Tuttle ha difeso l’operato del festival: “Il fatto che tutto ciò provenga da una campagna anonima è problematico… Ci prendiamo molta cura dei nostri registi, siamo sempre aperti al dialogo e rifiutiamo l’idea che i nostri programmatori abbiano intimidito o messo a tacere chi dissente”. Sulla questione Gaza, ha condannato “la violenza che continua a essere perpetrata contro la popolazione di Gaza e l’incapacità della politica e della diplomazia di affrontare il problema”, ma anche che “non tutti vogliono parlarne, per quanto serio possa essere nelle loro vite” poiché “alcuni vogliono venire al festival per altri motivi, non necessariamente raccontare sempre la storia in prima persona”. La direttrice contestato la campagna degli attivisti “che vogliono che diciamo quello che loro vogliono che diciamo e qualsiasi cosa di meno si tradurrà in continue molestie e disinformazione”.
Agli 81 firmatari ha proposto un dialogo: “Ci conoscono, da 76 anni ci battiamo per l’inclusione, la molteplicità di prospettive e la comprensione reciproca. Prendete il telefono, chiamateci. Fateci domande difficili, ma non è giusto presentare inesattezze o mezze verità. Se pubblichi una lettera aperta, ti assumi una grande responsabilità: stai dicendo che credi che le affermazioni che stai muovendo contro un’istituzione siano fondate e basate su prove”.
Sulla mancata condanna delle azioni israeliane a Gaza, Tuttle ha ricordato che “rappresentiamo molte persone con opinioni diverse” e che “le cose stanno cambiando” perché “le persone si stanno rendendo conto che forse la staatsräson (l’impegno previsto dal diritto tedesco basato sulla responsabilità storica dei tedeschi verso l’Olocausto, ndr) ci impedisce di avere conversazioni importanti sul governo attualmente al potere in Israele”.
Sulla giuria, Tuttle ha rivelato che “è dura” e che al momento non ha intenzione di esprimere un’opinione, ma l’amarezza vera sembra emergere quando parla della sua squadra: “È davvero dura. Gran parte di ciò che abbiamo cercato di fare negli ultimi due anni è stato proteggere i nostri registi. Il Bundestag ha approvato una risoluzione sull’antisemitismo, e non l’abbiamo mai accettata, anzi l’abbiamo pubblicamente respinta (una risoluzione che contempla critica a Israele come forma di antisemitismo, ndr)”.
Oltre alle note vicende legate alle dichiarazioni del presidente Wim Wenders e di altre star che hanno partecipato alla 78a edizione del festival, gli 81 artisti condannano alcuni eventi accaduti nella scorsa edizione: il caso più eclatante è quello del regista Jun Li, che, dopo aver accusato pubblicamente la Germania di non essersi opposta alle azioni israeliane in Palestina, è stato oggetto di un’indagine della polizia. Secondo la lettera, altri registi che si erano schierati contro il genocidio a Gaza sarebbero stati rimproverati dagli organizzatori del festival.
