Dopo le parole di Wim Wenders, presidente della giuria internazionale, che alla conferenza stampa d'apertura della 78a edizione ha dichiarato che gli artisti dovrebbero “stare fuori dalla politica perché se realizziamo film che sono espressamente politici, entriamo in quel campo”, la grande scrittrice indiana Arundhati Roy ha deciso di rinunciare alla sua partecipazione al festival.

Roy, autrice del pluripremiato Il Dio delle piccole cose e di Il ministero della suprema felicità, era attesa per la proiezione della versione restaurata di In Which Annie Gives It Those Ones, un tv movie del 1989 da lei scritto e interpretato per la regia di Pradip Krishen. “Sentirli dire che l'arte non dovrebbe essere politica mi ha lasciato a bocca aperta” ha commentato la scrittrice e attivista, che si è detta “scioccata e disgustata: è un modo per chiudere un dibattito su un crimine contro l'umanità, proprio mentre si sta svolgendo davanti ai nostri occhi in tempo reale, quando artisti, scrittori e registi dovrebbero fare tutto il possibile per fermarlo”. Roy, che si riferisce alla al sostegno espresso dal governo tedesco a Israele nel conflitto a Gaza, ha aggiunto che “se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non possono alzarsi e parlare di questo apertamente, sappiano che la storia li giudicherà”.

Arundhati Roy in In Which Annie Gives It Those Ones
Arundhati Roy in In Which Annie Gives It Those Ones

Arundhati Roy in In Which Annie Gives It Those Ones

(Film Heritage Foundation)

Le dichiarazioni di Wenders sono state accolte con molte polemiche. Il grande regista tedesco ha spiegato che “noi registi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”. La trasmissione in diretta della conferenza stampa d’apertura della Berlinale si è interrotta proprio mentre un giornalista ha posto una domanda sulla Palestina. Il festival ha negato la censura.

Interpellato da la Repubblica, Wenders ha specificato che “viviamo in un tempo in cui si produce più rumore che mai, perché ci sono persone al potere che pensano di dover fare rumore ogni giorno per ricordarci che esistono. Per un po’ ne sono stato anch’io vittima: seguivo le notizie quotidianamente e quel rumore era assordante. Ora non so neppure più che rumore facciano queste persone, e so che tutto questo passerà, mentre il cinema resterà”.

Da sempre considerato un festival profondamente politico, la Berlinale di quest’anno – che è iniziata ieri – si sta distinguendo per una certa cautela nei confronti dei grandi temi che infiammano il mondo. A maggior ragione in un momento storico segnato non solo dal genocidio a Gaza ma anche dalle violenze e dagli omicidi di Stato commessi dall’ICE negli Stati Uniti, dall’avanzata dei neonazisti in Germania.

Dopo la sorprendente presa di posizione di Wenders, un regista da sempre sensibile alla dimensione politica del cinema, anche le parole di Neil Patrick Harris hanno destato più di una perplessità. Durante la conferenza stampa del film Sunny Dancer – storia di un’adolescente che guarisce dal cancro, presentata nella sezione Generation – un giornalista ha chiesto al regista George Jaques e ai due protagonisti, Bella Ramsay e Harris, se i film possono contribuire a combattere l’ascesa dei fascismi in Europa e in America. Se il regista se l’è cavata sostenendo di aver voluto Jaques “fare un film sulla gioia che ti porti davvero altrove”, Harris ha invece risposto: “Penso che viviamo in un mondo stranamente algoritmico e diviso. E quindi, come artista, sono sempre interessato a fare cose apolitiche, perché siamo tutti esseri umani che desiderano connettersi in qualche modo”. Il giornalista ha manifestato il suo disappunto, ritenendo “imbarazzante” l’idea che un film sui vantaggi di avere “un'adeguata assicurazione sanitaria” non sia politico.

Michelle Yeoh
Michelle Yeoh

Michelle Yeoh

(Berlinale)

Altre perplessità le ha provocate Michelle Yeoh. Rispondendo a una domanda sulla situazione degli Stati Uniti, la diva malese con residenza svizzera ma attiva nel cinema americano, a Berlino per ricevere l’Orso d’Oro alla carriera, è apparsa piuttosto timida: “Non credo di essere nella posizione di parlarne davvero e non posso nemmeno presumere di capirla. Quindi, è meglio non parlare di qualcosa che non conosco”. Che dire, il festival più politico d’Europa – e forse del mondo – è appena iniziato.