PHOTO
Berlinale Palast
Non c’è pace per la Berlinale. La 78a edizione del festival sta facendo parlare di sé più per questioni politiche che per i film della selezione. Ottantuno artisti hanno firmato una lettera aperta in cui criticano il festival per aver “censurato gli artisti che si oppongono al genocidio in corso contro i palestinesi di Gaza da parte di Israele e al ruolo chiave dello Stato tedesco nel renderlo possibile”. Tra i firmatari della lettera ci sono tutti ex partecipanti al festival di Berlino, tra cui Tilda Swinton (premiata con l’Orso d’Oro alla carriera appena un anno fa), Javier Bardem, Adam McKay, Mike Leigh, Nan Goldin, Brian Cox, Miguel Gomes, Lukas Dhont, Fernando Meirelles, Saleh Bakri, Peter Mullan e Tobias Menzies (segnaliamo che non ci sono firmatari italiani).
La lettera auspica che “le istituzioni del nostro settore rifiutino di essere complici della terribile violenza che continua a essere perpetrata contro i palestinesi” e che gli organizzatori della Berlinale rilascino una dichiarazione di netta condanna del “genocidio di Israele, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra contro i palestinesi”. La richiesta arriva dopo che la Berlinale ha pubblicamente condannato “le atrocità commesse contro le persone in Iran e Ucraina”.


Tilda Swinton, foto di KAREN DI PAOLA
Tutto è iniziato nella conferenza stampa di apertura del festival, quando al presidente della giuria internazionale, Wim Wenders, è stato chiesto cosa pensasse della guerra a Gaza e del sostegno che il governo tedesco – che è anche il principale finanziatore del festival – ha dato a Israele, inclusa la vendita di armi. Wenders ha risposto che “i registi dovrebbero stare fuori dalla politica ed essere il contrappeso della politica”. A rincarare la dose, la produttrice polacca Ewa Puszczyńska, membro della giuria, che ha commentata che “non possiamo essere responsabili della decisione del governo di sostenere Israele o della decisione di sostenere la Palestina”.
Le parole hanno scatenato la reazione della scrittrice indiana Arundhati Roy, che ha annullato la sua partecipazione per presentare il restauro di un film da lei scritto e interpretato. Anche altri due restauri provenienti dall’Africa sono stati ritirati in seguito alle dichiarazioni di Wenders. Ma soprattutto ogni conferenza stampa con qualche nome di peso si è rivelata un campo minato, a volte in modo forse pretestuoso: Michelle Yeoh, premiata alla carriera, non ha espresso un’opinione sull’attuale situazione attuale degli Stati Uniti; Neil Patrick Harris, a Berlino con un film della sezione Generation, si è detto “come artista sempre interessato a fare cose apolitiche”; Rupert Grint, attore del film in concorso Nightborn, si è detto “ovviamente contrario al fascismo” ma promettendo una risposta più esauriente per un’altra occasione. Più abile Charli xcx, protagonista e produttrice di The Moment di Aidan Zamiri, che ha omaggiato il festival per “non aver evitato i film politici”. Più netto İlker Çatak, regista in gara per l’Orso d’Oro con Yellow Letters, che si è detto contrario al boicottaggio e che “l’unica cosa è avere una coscienza politica, alzando la voce”, negando di aver subito censure o indicazioni dalla Berlinale.


Tricia Tuttle
Travolta dalle polemiche, la direttrice del festival Tricia Tuttle ha diffuso una nota ufficiale ribadendo che “gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di parola come preferiscono” e che “non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival, su cui non hanno alcun controllo, né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sollevata, a meno che non lo desiderino”. Pensiero legittimo ma bizzarro, considerando che storicamente la Berlinale è il più grande festival europeo (e forse mondiale) a vocazione politica, sempre impegnato a promuovere voci dissidenti, film militanti e opere di impegno civile. Non a caso il cammino del documentario No Other Land è iniziato proprio qui due anni fa.
La lettera aperta degli ottantuno artisti, che non manca di dirsi “in disaccordo con Wenders”, ricorda anche che “molti festival cinematografici internazionali sostengono il boicottaggio culturale di Israele, tra cui l’Amsterdam Documentary Festival, il Film Fest Gent e il BlackStar Film Festival negli Stati Uniti” e che “più di 5.000 lavoratori del cinema, tra cui importanti personalità di Hollywood e internazionali, hanno annunciato il loro rifiuto di lavorare con società e istituzioni cinematografiche israeliane complici”.


Tuttavia, c’è chi sa da che parte stare, vuoi per vocazione o per consumata esperienza. Ethan Hawke, che nonostante la campagna per l’Oscar (è in gara come miglior attore per Blue Moon, film peraltro presentato proprio un anno fa alla Berlinale), ha trovato il tempo di accompagnare il suo nuovo film, The Weight (presentato nel Panorama), ha detto di essere “completamente a favore di tutto ciò che combatte il fascismo”. Specificando che “l’ultimo posto in cui probabilmente vorresti cercare consigli è un gruppo di artisti ubriachi e in preda al jet lag che parlano del loro film”.



