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Rachel Amanda e Sal Priadi in Sleep No More
“Di solito il più grande problema di una persona che lavora è il lavoro stesso” dice la figlia di un’operaia che si è appena suicidata alla padrona, un’arcigna signora che già solo dalla faccia capiamo non essere propriamente uno stinco di santo. Infatti sfrutta i dipendenti della sua fabbrica con turni lunghi e massacranti, adescandoli con incentivi in nome della religione del profitto. Ci siamo: Sleep No More (letteralmente: “non dormire più”; titolo indonesiano: Monster Pabrik Rambut, cioè “Il mostro della fabbrica di capelli”) è l’orrore del capitalismo portato al parossismo, una fantasia macabra in cui i padroni sono pronti a uccidere pur di arricchirsi e gli operai non possono fare altro che subire le loro crudeltà.
Presentato a Berlino 76 come Special Midnight, Sleep No More segue l’indagine di due sorelle, le figlie dell’operaia di cui sopra, che sospettano che la morte sia avvenuta per possessione. Pervasa da un’oscura presenza, la fabbrica che produce manichini diventa scenario di episodi inspiegabili: un’operaia si fionda con la faccia su un attrezzo chiodato in cui passare i capelli delle parrucche, un altro sbatte ripetutamente la testa su una colonna, un altro lancia oggetti contundenti per uccidere le sorelle troppo curiose. A subire di più è il fratello delle ragazze, nato con un dono speciale che permette alle sue ferite di guarire rapidamente ogni volta che si ferisce e subito adescato dal mostro.
Diretto da Edwin (che l’ha anche scritto con Eka Kurniawan e Daishi Matsunaga), il regista che ha vinto il Pardo d’Oro a Locarno 2021 con la black comedy Vengeance Is Mine, All Others Pay Cash, Sleep No More è un horror divertente senza frivolezze, dominato dalla presenza mefistofelica e perversa dell’incredibile Didik Nini Thowok, un’autorevole danzatrice indonesiana che qui incarna la quintessenza della crudeltà, rapata a zero sotto la parrucca e con vestiti fetish con i corsetti stretti. Più della dimensione paranormale, è proprio lei, con il suo mezzo sorriso schifato e i movimenti da sacerdotessa dal male, a garantire la credibilità di un esercizio tanto bizzarro quanto preciso nel definire obiettivi e minacce.
C’è il rischio che risulti soprattutto un’estrosità del sud-est asiatico, ma sotto la facile allegoria mostruosa Sleep No More contiene il germe di una tensione globale, specialmente in un’epoca in cui è sempre più netto e profondo il divario economico e sociale tra servi e padroni. Edwin non rinuncia all’umorismo, attinge al grottesco, non si vergogna di risultare trash (il kitsch sarebbe troppo intellettuale), preferisce la favola nera all’accumulo di tensione, gioca con i generi, fa puro artigianato e si chiude con delle vignette davvero gustose.
