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Orphan di László Nemes
Ándor Hirsch è cresciuto troppo in fretta. Nato all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale in una Budapest prostrata dalla distruzione e dalla indigenza prodotte dall’invasione nazista. Le prime immagini del film lo mostrano bambino, ebreo, orfano di padre insieme a tanti altri bambini ebrei per i quali si profila il destino dell’orfanotrofio. Ándor ha quattro anni e una madre, Klára, a cui non manca il coraggio di prendersene cura dignitosamente nonostante la miseria della città. L’ellissi temporale ci porta al 1957 e ci consegna un ragazzo dodicenne, vivace e determinato, integrato con gli altri, ma visibilmente desideroso di entrare nel giro dei giovani che “giocano” alla rivoluzione. Gli svaghi dei piccoli lo annoiano. È amico di Sári, una coetanea che aiuta alla meglio la madre raccogliendo bottiglie in vetro. Le madri dei due ragazzi lavorano entrambe presso uno spaccio alimentare impiegate miseramente dal regime comunista ancora controllato dai sovietici, la cui ingerenza al limite dell’asfissia produsse i moti di rivolta da parte della popolazione ungherese della capitale sottoposta a continui coprifuochi e a limitazioni coartanti. In questo clima Ándor, convinto di essere figlio di un eroe dal cognome ebreo (Hirsch), vuole come il padre contribuire alla riconquista della libertà, crescendo tra espedienti spesso al limite, ma nei quali dimostra coraggio e determinazione. La sua vita viene ulteriormente sconvolta quando un uomo, il brutale e corpulento Mihály, si presenta come suo padre, anzi come quello vero perché ad Ándor sono state raccontate solo delle sciocche mistificazioni.
La linea narrativa del regista, László Nemes, cambia registro per fare spazio al rapporto padre-figlio-madre dove, pur diversificandosi, resta presente e operante il carattere del conflitto socio-politico e familiare. Ándor, il ragazzino selvaggiamente coriaceo, non si tirerà indietro. Dovrà gestire la poesia di un padre idealizzato, di cui non ha nessun ricordo, e la prassi di una realtà in cui è vivo e attivo un padre non cercato. Al trauma della guerra, dell’orfanità e della ristrettezza politica e sociale, si aggiunge quella del tormento di un “presunto” genitore che non riconosce come tale. Un padre che a suo modo gli vuole generosamente bene, ma è violento con una remissiva madre che manterrà per sé un segreto inenarrabile.
László Nemes partecipa al Concorso con una storia dai tratti autobiografici. Ungherese ed ebreo di nascita, la sua famiglia ha subito sia la ferita dell’Olocausto che il dispotismo del regime comunista che, nonostante le episodiche rivolte, rimarrà in vigore sino al 1989, l’anno storico della caduta del socialismo reale in Ungheria e in altre nazioni di influenza sovietica, che è diventato poi simbolico con la Caduta del Muro di Berlino.
Il regista aveva già affrontato temi storico-politici nei suoi film precedenti caratterizzati dalle insurrezioni e dai disastrosi conflitti che hanno sconvolto il Continente europeo nel secolo scorso, in particolare l’Olocausto nello spietato e allo stesso tempo pietoso Il figlio di Saul (2015), premiato a Cannes con la Palma d’oro e dalla Accademy con l’Oscar, e i malesseri che iniziarono a sconvolgere la geo-politica con le insurrezioni nazionali che condussero l’Europa al primo conflitto mondiale nel potente e corale Tramonto (2018), premiato con il FIPRESCI a Venezia.
Buon direttore di attori, in Orphan lo fa con Bojtorján Barábas, un giovane interprete alla sua prima prova attoriale che si lascia guidare dal regista in atmosfere che, senza scomodare mostri sacri come Roberto Rossellini o François Truffaut, ricordano la capacità di sopravvivenza di un ragazzo tra le macerie della Berlino devastata di Germania anno zero (1948), non cinica come in quel caso, ma coriacea; o la precocità ribelle e selvaggia dei giovani protagonisti di film del regista francese, in particolare del protagonista inquieto, suo alter ego, de I quattrocento colpi (1959). Il clima del film di Rossellini lo si coglie anche nelle scelte della fotografia di Mátyás Erdély che restituiscono credibilità all’ambiente polveroso di una città distrutta, così come gli effetti della luce notturna che richiamano ambienti cupi e insicuri, umidi e inospitali. Una resa fotografica che, in questa favola triste e senza la soluzione auspicata, diventa poetica in quell’immagine della ruota panoramica stellare sotto una luna timida e lontana, ma dalla luce calda e suggestiva che ricordano i quadri colorati alla Méliès e che danno il forte effetto del cinema classico.
Il film di Nemes ha il difetto della continuità narrativa che si nota nel passaggio del racconto dalla vita del protagonista nella fase della più selvaggia autonomia e degli ardori rivoluzionari per la sua sopravvivenza e quella della madre, a quella della gestione della convivenza con un uomo ingombrante e indesiderato, in cui il dramma perde il carattere del romanzo di formazione per trasformarsi in quello generazionale e sentimentale dove si manifestano i soprusi del patriarcato e le veemenze di una paternità disfunzionale. I temi affrontati comunque sono temi universali. Oltre a quello della paternità, emerge la ricerca della verità, la sola che può dare senso a una esistenza e qualità alle relazioni. Le verità alterate, contraffatte, o peggio ancora negate, portano a narrazioni storiche alterate e sono alla base dei conflitti e delle prepotenze.
Nemes con il suo nuovo film, e soprattutto con l’intera sua filmografia, vuole ricordare che i tumulti e i conflitti prendono vita e consistenza da narrazioni falsificate che rispondono a interessi di parte e interrompono il dialogo e la comunicazione. E ciò che si pensava fosse stato definitivamente sepolto, riappare con tutta la sua crudezza nella realtà a dimostrazione che l’umanità possiede più predisposizione a ferirsi che a curarsi. La lezione della storia è rimasta una illusione e i suoi fantasmi riappaiono nella contemporaneità con la varietà delle sue manifestazioni, con egoismi personali e collettivi che costruiscono narrazioni individuali sulla scorta di interessi di parte. L’economia e l’interesse, di qualsiasi provenienza o appartenenza, quando sfugge al bene comune ritorna a essere l’energia e la ragione di ogni tipo di conflitto.
Ándor è archetipo del passaggio dalla fanciullezza alla adolescenza, dalla acerbezza alla maturità comune a ogni essere umano e che ciclicamente vive anche l’intera umanità. Il bisogno di paternità del ragazzo è cercato senza sosta, ma allo stesso tempo è tradito sia a livello affettivo-familiare che storico-politico; un bisogno interrotto dalle circostanze, ma che non ha mai scalfito la voglia di libertà e di autodeterminazione del giovane protagonista.