La sostanza dei sogni perduti

A cosa è legato il crollo degli spettatori dell'ultima cerimonia degli Oscar? Perché vedere una serata che mette in luce storie dolorose dalle quali stiamo scappando?
29 Aprile 2021
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La sostanza dei sogni perduti
MINARI. Alan S. Kim, Steven Yeun. Credit: Melissa Lukenbaugh/A24

La protagonista di Nomadland è una vedova travolta dalla recessione che decide di vendere la maggior parte dei suoi averi e viaggiare per il paese in cerca di lavoro. The Father è la storia di un uomo devastato dalla demenza senile che sta scomparendo dentro un corpo fragile. Judas and the Black Messiah rievoca le vicende di Fred Hampton, il leader delle Pantere Nere che nel 1969 fu ucciso nel sonno dalla polizia. Il punto di partenza di Una donna promettente è il trauma derivato dalla morte di una ragazza, vittima non creduta di uno stupro. Andiamo avanti?

Andiamo avanti perché non c’è solo la fiction. C’è Chadwick Boseman, candidato invano per Ma Rainey’s Black Bottom che ha mancato post mortem l’appuntamento con la statuetta. C’è Thomas Vinterberg, autore di Un altro giro, miglior film internazionale dell’annata, colpito dalla scomparsa improvvisa della figlia, ricordata nel frangente più commovente della serata. E poi ci sono i milioni di decessi per Covid-19: impossibile non tenerne conto di fronte alla più irrituale e mesta cerimonia degli Oscar di sempre.

Dati alla mano, sono stati circa 10 milioni e mezzo gli spettatori americani che hanno seguito la serata. Non possiamo dire quanti siano stati in tutto il mondo e forse non è importante: l’Oscar è uno spettacolo completamente americano, irresistibile rito autoreferenziale in cui l’industria premia se stessa distribuendo i riconoscimenti con logiche cencelliane e elargendo qua e là imprevisti omaggi a cineasti stranieri (l’episodio di Parasite).

A leggere i risultati delle ultime edizioni, l’interesse verso la festa degli Academy è in costante indebolimento: 29.56 milioni nel 2019 (tra i film in gara c’erano i popolari Black Panther, Bohemian Rhapsody, A Star is Born, Green Book), 23.64 nel 2020 (con Joker plurinominato e un parterre di star in platea, da Leonardo DiCaprio a Brad Pitt). Del 2014 è il picco del decennio, 43.74, grazie alla conduzione di Ellen DeGeneres. Come si arriva, allora, al misero risultato di quest’anno?

Si dirà che lo spettacolo latitava nell’accurata (diciamo anche fighetta) confezione firmata Steven Soderbergh, che gli interpreti delle canzoni originali si sono esibiti in un pre-show, che i candidati e i film avevano poco appeal. Certo, qualche lustrino sarebbe apparso poco opportuno e tutto sommato si cucina con gli ingredienti che si hanno in dispensa. Quella che resterà negli annali come l’edizione di Chloé Zhao (seconda donna e prima cino-americana a vincere la statuetta per la miglior regia) e dell’inclusività, ci sembra al momento lo specchio di una nazione-mondo profondamente segnata dal lutto.

Director/Writer Chloé Zhao and Frances McDormand on the set of NOMADLAND. Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

È chiaro che lo slittamento a momenti migliori dei film più travolgenti, rutilanti e costosi ha portato gli elettori a puntare su una manciata di titoli più “dimessi” e meno mainstream. Più delle commedie (a parte Borat – Seguito di film cinema e poco altro) rare come consuetudine sono mancati gli intrattenimenti d’evasione e soprattutto i feel good movie. Ci sarebbe Minari, che a suo modo è un’eccezione del filone feel good (i film che ti fanno stare bene) per la sua capacità di proiettarsi verso una speranza, ma è un fiore nel deserto. Gli Oscar 2021 non producono né suggeriscono la possibilità di un sogno ma rappresentano, riflettono, sublimano un dramma che mai come quest’anno è quotidiano.

Sicché la domanda non è tanto “perché vedere una cerimonia che premia film che non abbiamo visto?” quanto “perché vedere una cerimonia che mette in luce storie dalle quali stiamo scappando?”. Beninteso, sappiamo che si tratta di una semplificazione, ma stiamo parlando di uno show che ha l’ambizione di trasmettere lo spirito del tempo attraverso la sua narrazione cinematografica. Secondo gli Oscar 2021, il cinema migliore è quello dove si stagliano lutto e recessione (Nomadland), le conseguenze della malattia (The Father e Sound of Metal), le riletture del passato per affrontare le contraddizioni contemporanee (Judas and the Black Messiah e Il processo ai Chicago 7).

È, infatti, indicativo che a Tenet sia andato solo il premio per gli effetti speciali: la realtà non è un effetto speciale, sembra dirci l’Academy. Così come Mank val bene se celebrato sul piano formale della sontuosa ricostruzione di un mondo perduto (fotografia e scenografia), ma, insomma, non andiamo oltre (peraltro con un film dominato da istrionici maschi bianchi).

Nel momento in cui il pubblico – un bacino ampio e versatile che non coincide con i cinefili o gli “spettatori forti” – cerca una rassicurazione anche dalla forma d’arte che più di ogni altra ha costruito il suo immaginario con la sostanza dei sogni, l’industria americana ha preferito esibirsi in uno spettacolo intimamente politico presentandosi col vestito migliore, la faccia pulita di chi sta facendo la cosa giusta, tra indubbi passi in avanti che però rinnovano il sospetto dell’ipocrisia di un sistema che usa i cambiamenti per preservarsi. Una parata liberal, in sintonia con un corso storico caratterizzato da nuove (e vivaddio) sensibilità e punti di vista finora laterali.

È mancato il cuore, agli Oscar 2021. È come se il potenziale pubblico avesse capito sin dal principio che non sarebbe stata una parentesi di serenità ma il puntellamento di un lungo dolore. Non possiamo fare a meno di contare i morti, piangerli e ricordarli, ma al contempo non riusciamo più a sostenere questa infinita cerimonia degli addii. Non a caso, più del mancato alloro al compianto Boseman, a suscitare polemiche (ma anche un po’ di tristezza) è stato il frettoloso e poco empatico segmento In Memoriam: mai così affollato, mai così poco emozionante.

Nella serie Feud: Bette and Joan, commentando la sbrigativa carrellata di star defunte agli Oscar 1978, effige di Joan Crawford compresa, Joan Blondell e Bette Davis sentenziavano: “Cinquant’anni nello spettacolo e ti danno solo due secondi. È quello che avremo tutti”. Cerchiamo tanto dal cinema e tanto troviamo, ma in fondo cosa chiediamo più di ogni altra cosa? Un po’ di calore in un tempo infame.

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