Ma Rainey’s Black Bottom

Dalle parole di August Wilson, il regista George C. Wolfe realizza il suo lungo addio a Chadwick Boseman, qui per l'ultima volta sullo schermo in un'interpretazione lacerante

15 Dicembre 2020
3,5/5
Ma Rainey’s Black Bottom

Cinema di transizione, di cambiamento. Mank di David Fincher si inserisce in un periodo di passaggio tra muto e sonoro, ma in realtà richiama il legame tra grande e piccolo schermo, tra sala e piattaforme. One Night in Miami di Regina King racconta di un incontro epocale, una svolta, avvenuta la notte del 25 febbraio. Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe ci riporta al 1927, in un pomeriggio in cui Ma Rainey deve registrare alcune canzoni. Lei è stata una delle prime cantanti blues a incidere dischi.

Si torna al Sam Cooke di One Night in Miami, quando spiegava come piegare l’industria della musica, dominata dai bianchi, al talento delle persone di colore. Per lui la soluzione erano le cover delle hit, per Ma Rainey è un carisma debordante, che non si arrende davanti alle angherie.

Il blues per dare voce agli ultimi, per rivendicare i diritti umani, per immergersi nella realtà afroamericana. Tutti elementi cardine della poetica del drammaturgo August Wilson, che con la sua omonima pièce del 1984 ha ispirato Ma Rainey’ Black Bottom. Si tratta del secondo capitolo del Ciclo di Pittsburgh, l’unico ambientato fuori dalla Pennsylvania. Il regista mantiene la stessa impostazione, si muove tra poco più di due stanze e un vicolo. Resta fedele a Wilson, come Denzel Washington (qui produttore esecutivo) aveva fatto con Barriere.

Prende forma una serrata jam session, dove gli scontri tra i membri della band e i manager sono le note di ogni brano. La macchina da presa volteggia intorno a loro, e un semplice scantinato nello studio di registrazione diventa palcoscenico di ricordi, amori, miti e tragedie.

A colpire sono gli occhi spiritati di Chadwick Boseman, qui un genio dietro a una tromba. Boseman, Black Panther per i più, è morto il 28 agosto, e questa è la sua ultima interpretazione. Lacerante, grintosa, il suo personaggio non abbassa la testa, osa sfidare i numeri uno. Nel suo corpo magro, nervoso, si nasconde la rabbia della discriminazione, la violenza come unica via per farsi ascoltare. Suona, urla, aggredisce. E regala i monologhi più belli del film.

 

Lui era già stato “il padrino del soul” James Brown in Get on Up di Tate Taylor, dove lo affiancava proprio Viola Davis, che qui veste i panni dell’imponente Ma Rainey. A un certo punto abbozza due solfeggi, come se ce lo volesse ricordare. In un istante Ma Rainey’s Black Bottom prende le sembianze di un lungo addio. Lo scrittore Delmore Schwartz ci suggeriva che Nei sogni cominciano le responsabilità. La nostra responsabilità è quella di non dimenticare chi, anche se per poche ore, ci ha fatto sognare.

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