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Tatiana Maslany in Keeper - L'eletta - Courtesy of NEON
+++ IL PRESENTE ARTICOLO CONTIENE SPOILER SUL FILM KEEPER – L’ELETTA DI OSGOOD PERKINS, IN USCITA IL 12 MARZO +++
Una coppia, una casa nel bosco. È una delle premesse abituali di numerosissimi, infiniti horror. Dopo la parentesi del “giocattolo assassino” The Monkey (dal racconto di Stephen King), Osgood Perkins (Oz per gli amici) esplora il classico topos dell’unità di luogo che diventa plateale metafora di una prigionia ancestrale.
Già dal titolo – Keeper – è pacifico quanto nel nuovo film del regista del notevolissimo Longlegs ci si ritrovi a dover fare i conti con qualcosa che non attiene solamente all’hic et nunc della narrazione, ma che va ricercato nella notte dei tempi: la violenza non è un evento isolato, ma una funzione.
Il titolo stesso suggerisce un ruolo, un “custode” di qualcosa che deve essere mantenuto. L'allegoria del patriarcato qui non è rappresentata solo dall'aggressività del singolo, ma da una struttura architettonica e temporale.
Perkins suggerisce che il patriarcato non è un’ideologia che si impara, ma una sorta di “infestazione” che si eredita. Il custode non è un mostro unico, è un testimone che passa di mano in mano. La violenza patriarcale viene descritta come un rumore di fondo che attraversa i secoli, cambiando volto ma mantenendo intatta la sua funzione: il controllo dello spazio domestico e del corpo femminile.


Keeper - L'eletta - Courtesy of NEON
In questo senso, la casa – che alle prime potrebbe apparire come rifugio – diventa in realtà ingranaggio della macchina patriarcale, con le mura che si trasformano in confini eretti per delimitare l’esistenza stessa della donna.
Nella versione italiana del film tale figura viene indicata dal sottotitolo L’eletta e per quanto possa sembrare un errore “concettuale” (specie se abbinato al titolo d’origine) nasconde in realtà la possibilità di un doppio significato.
Perkins ribalta totalmente l’archetipo della “final girl” – che negli anni ’80 venne codificato dalla studiosa di cinema Carol J. Clover – smontandolo e rimontandolo: tradizionalmente vincitrice in quanto figura “morale” e pura (l’esempio lampante, tra i primissimi del filone, è naturalmente la Laurie Strode di Halloween), qui la protagonista del film (la canadese Tatiana Maslany) sopravvive perché è costretta a guardare nell’abisso. È come se la sua “vittoria” venisse in fondo spogliata dagli allori del trionfo, facendola coincidere piuttosto con una traumatica integrazione del male subito.
Ed è qui che il film gioca con l'idea sovversiva che per sopravvivere al sistema, la final girl debba in qualche modo diventarne parte o esserne perennemente segnata. Non è più la ragazza che scappa verso l'alba (come in Non aprite quella porta), ma una figura che resta bloccata nell'oscurità del trauma. Compiendo in questo modo una vera e propria mutazione di senso, concettuale, per quello che riguarda tale figura: non più la ragazza, la vittima, che sopravvive per uscire dal film, ma colei che sopravvive per diventare il film, restando intrappolata nella sua stessa mitologia.
La protagonista non combatte contro un uomo, ma contro un'istituzione metafisica: la sua “vittoria” non è la fine del patriarcato, ma la consapevolezza della sua esistenza, una presa di coscienza che la rende, suo malgrado, l'ultima testimone di un ciclo che il film suggerisce essere tragicamente difficile da spezzare.
