Chi ha letto Limonov, la monumentale biografia romanzata di scritta da Emmanuel Carrère, ricorderà che, a un certo punto, troviamo Ėduard sulle colline di Sarajevo durante l’assedio della città nel 1992. L’avventuroso scrittore sosteneva i serbo-bosniaci e si schierò con Radovan Karadžić e le milizie di Arkan. Carrère raccontava che, in quei giorni, Limonov fu ripreso da un regista che poi avrebbe fatto molta strada: Paweł Pawlikowski, poi premiato con l’Oscar per Ida e autore dell’altrettanto celebrato Cold War. Il regista polacco, all’epoca alle prime esperienze, firmò con la versione anglicizzata del suo nome, Paul, Serbian Epics, un documentario di circa 40 minuti realizzato per la BBC. E che ora torna d’attualità dopo le inchieste sui cosiddetti “cecchini del weekend”, i turisti dell’orrore che andarono sulle colline della Sarajevo assediata per sparare ai civili, una storia raccontata dal documentario Sarajevo Safari.

Era impossibile non includere Serbian Epics nella retrospettiva che il XIX Pordenone Docs Fest dedica all’assedio di Sarajevo, a trent’anni dalla sua conclusione. Perché l’eccezionale documentario di Pawlikowski filma il conflitto dalla parte degli assedianti, non solo inquadrando i militari ma, proprio attraverso una figura come quella di Limonov, raccontando come quella vicenda abbia cinicamente affascinato una varia disumanità, che si recò nel teatro di guerra per partecipare attivamente al più lungo assedio europeo dell’era moderna.

Serbian Epics
Serbian Epics

Serbian Epics

Rivisto a trentaquattro anni di distanza, il documentario di Pawlikowski impressiona per la disinvoltura con cui il male si mette in scena. E che trova una sua incarnazione perfetta in Radovan Karadzic, leader politico e militare della minoranza serbo bosniaca (nonché psichiatra, poeta e uomo d’affari), tra i principali responsabili della pulizia etnica e dei massacri avvenuti tra il 1991 e il 1995 durante le guerre nella ex Iugoslavia. Latitante per anni, Karadzic è stato arrestato nel 2008 e condannato all’ergastolo nel 2019. Pawlikowski lo riprende all’apice del potere, servendosi dell’atteggiamento compiaciuto di chi tiene in mano il destino di un popolo.

Il regista non commenta, non discute, non parla: si limita a far parlare le immagini. In meno di un’ora, riesce a congiungere il ritratto narcisistico di Karadzic con una dimensione etnografica, in cui canti e poesie secolari del patrimonio culturale serbo vengono sfruttati per giustificare la pulizia etnica. I pezzi folkloristici incorniciano il reportage psicologico, con riunioni di gabinetto, attacchi militari e momenti privati che contribuiscono a plasmare il profilo psicologico di un capo e il contesto antropologico nel quale si muove. Un mondo oscuro e sempre en plein air che Pawlikowski testimonia senza alcuna fascinazione, ancora più evidente quando cattura lo sguardo ammaliato di Limonov: lo scrittore è una figura laterale, in questo documentario, che mentre si lascia suggestionare dal leader sembra quasi soffrire il suo ruolo da comprimario, una contraddizione che Pawlikowski sa cogliere in modo molto efficace.

Les Vivants et le Morts de Sarajevo
Les Vivants et le Morts de Sarajevo

Les Vivants et le Morts de Sarajevo

E in questa retrospettiva del Pordenone Docs Fest, curata da Alessandro Del Re, Serbian Epics fa da controcanto a Les Vivants et le Morts de Sarajevo, un capolavoro da riscoprire per la struggente autenticità delle sue immagini che non lasciano scampo. Se Pawlikowski va tra i carnefici, il croato Radovan Tadic si cala nell’inferno delle vittime: girato tra il 1992 e il 1993, il film racconta il quotidiano di alcune persone durante i primi due anni di assedio, tra drammatiche privazioni (cibo e acqua in primis) e la paura di essere uccisi camminando per strada.

Opera di valore essenziale per capire la vita durante la guerra, Les Vivants et le Morts de Sarajevo è una tragica rapsodia che dice tutto nel titolo: una città che è il fantasma di se stessa, sommersa da macerie e con i palazzi completamente crivellati di colpi, in cui chi sopravvive convive e si confonde con i morti, dove le case fredde e senza servizi non sono tanto diverse dalle fosse in cui seppellire i cadaveri. Più che un blues per Sarajevo, è una fotografia per non dimenticare, una lotta per la sopravvivenza schiacciata tra la psichiatra che descrive i devastanti disturbi post-traumatici e l’équipe medica che si concede una parentesi di felicità per festeggiare un neonato. Trent’anni dopo, cambiano le guerre ma non gli effetti sulle persone.