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Sarajevo Safari
È durato quasi quattro anni, 1425 giorni tra il 1992 e il 1995, l’assedio di Sarajevo, il più lungo dell’era moderna, evento centrale del conflitto in Bosnia ed Erzegovina che le Nazioni Unite definirono “una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali”. Per noi italiani, una guerra nella stanza accanto; per l’Europa, una ferita che lacera la sua storia. Forse mai rimarginata, tant’è che, a distanza di più di trent’anni dal suo inizio, riemerge ciò che la cronaca aveva sommerso, come fosse una sinistra leggenda metropolitana da raccontarsi per spingere la notte più in là.
Negli ultimi mesi, la Procura di Milano ha avviato un’inchiesta sulla presenza di cecchini che, durante l’assedio di Sarajevo, vennero pagati per sparare sui civili. Un vero e proprio “safari umano”: mentre la città pagava un prezzo ingiustificabile (si calcola che le vittime siano state più di dodicimila e che, alla fine dell’assedio, anche a causa delle migrazioni forzate, la popolazione si sia ridotta del 64%), molti stranieri benestanti – compresi alcuni cittadini italiani – raggiunsero il teatro di guerra, sulle colline di Sarajevo, per partecipare allo spettacolo dei cecchini che sparavano sui civili come in una battuta di caccia. Una vicenda sconvolgente e agghiacciante: la magistratura si sta occupando del piano penale, ma il compito di preservare la memoria dell’orrore spetta alla società civile. E al cinema.


Sarajevo Safari
Nel programma della XIX edizione del Pordenone Docs Fest c’è la retrospettiva “Sarajevo, l’assedio: 1992-1996”, uno spazio aperto che si confronta col passato interrogando gli archivi e confrontandosi con il rimosso collettivo, riscattando le vittime ed esplorando l’oblio. Il tema di Sarajevo Safari, presentato in anteprima italiana al festival, è già tutto nel titolo: il turismo della morte in diretta, quasi un preambolo a quella riflessione sull’indifferenza verso le tragedie della Storia che Sergei Loznitsa ha messo al centro di Austerlitz.
Lo sloveno Miran Zupanič non è nuovo a questi racconti che indagano nell’orrore, dai tempi di Run for Life (1990), primo documentario dedicato a Goli Otok, la più dura prigione politica dell’ex Jugoslavia: negli anni ha affrontato la guerra in Bosnia ed Erzegovina (The Eyes of Bosnia, 1993), i conflitti nazionali tra sloveni e tedeschi all’inizio del Novecento (Aufbiks!, 2006), i destini dei discendenti di presunti o reali collaborazionisti nazisti internati nel campo di concentramento di Petriček (Children from Petriček Hill, 2007), le mutilazioni durante le guerre (My Friend Mujo, 2012). Sarajevo Safari è una storia che “gli arriva”: l’idea è del produttore Franci Zajc, un veterano del cinema indipendente sloveno, che era stato a Sarajevo durante l’assedio e aveva sentito parlare di questa storia dei cecchini, minimizzandola alla stregua di una voce poco attendibile. Solo in anni più recenti ha deciso di indagare, riuscendo a intercettare un testimone, non solo uno degli ultimi (forse) di quella stagione di sangue ma anche uno dei pochi, probabilmente l’unico, disposto a parlarne. A quel punto Zajc ha coinvolto Zupanič che, una volta accertata la credibilità del personaggio, ha cominciato a riprenderlo oscurandone il volto ma non la voce (chi lo conosce, insomma, l’ha riconosciuto).


Sarajevo Safari
Sarajevo Safari non si tira indietro: è un documentario dritto e diretto, che non censura le immagini più terribili proprio per trasmettere il senso della macelleria a cielo aperto, della mattanza a disposizione dello sguardo voyeuristico di un élite bramosa di godere dello show dell’orrore. Immagini che lasciano emanare l’odore dei cadaveri spostati dalle strade ai portabagagli, l’eco degli spari che continua a riecheggiare tra le macerie di una città che sarà sempre il simbolo di una certa idea d’Europa, l’angoscia dei bambini che giocano con i fucili di legno quasi a perpetuare l’eterno ciclo della cultura della morte. E le parole del testimone, ripreso di fronte a un poligono proprio per sottolineare la macabra dimensione “ludica”, non fanno altro che aprire uno squarcio nella storia ufficiale: sul fronte serbo, non c’erano solo l’esercito serbo-bosniaco, i volontari e i mercenari, ma anche i ricchi stranieri disposti a pagare l’impagabile per poter sparare contro gli abitanti della città assediata, con uno scioccante “listino prezzi” diverso a seconda della vittima.
Oltre al repertorio proveniente dagli archivi, Zupanič intervista anche Edin Subašić, uomo legato all’intelligence bosniaca, e alcune delle persone rimaste vittime di quei “turisti” come Faruk Šabanović, che offre una riflessione interessante sulla “noia” della pace e l’eccitazione della guerra. Lavorando su un materiale così parlante e incandescente, Zupanič si mette di lato, lascia che siano le immagini e le voci a restituire l’atroce banalità del male, non cerca il sensazionalismo e dà consistenza anche alle assenze (testimoni dapprima coinvolti hanno deciso di tirarsi indietro).


Edin Subašić
Non è un caso che, alla sua prima uscita nel 2022, Sarajevo Safari abbia ricevuto una forte accoglienza in Slovenia, dove ha scosso il pubblico e innescato alcune polemiche per la mancanza di prove più concrete. In Bosnia ed Erzegovina, invece, molti funzionari e gruppi di veterani serbi negarono la tesi del film e la bollarono come propaganda da censurare. Dal canto suo, la sindaca di Sarajevo, Benjamina Karić, ha presentato una denuncia penale alla Procura della Bosnia ed Erzegovina contro gli ignoti autori del reato menzionati nel film, integrata successivamente con le testimonianze del marine statunitense John Jordan che aveva parlato di “turisti cecchini” a Grbavica.
Dopo le denunce del giornalista Ezio Gavazzeni e dell’ex magistrato Guido Salvini, la Procura di Milano ha aperto un’indagine formale su cittadini italiani volati da Verona a Belgrado con il supporto dei servizi di sicurezza statali serbi. L’accusa è di omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi spregevoli. Che tutto questo sia stato innescato da un film, come dire, ci fa credere che il cinema serva ancora a qualcosa. Sarajevo Safari è disponibile dal 16 febbraio sulla piattaforma OpenDDB.
