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La vecchia memoria
“¡No pasarán!” è un grido di battaglia entrato nella storia grazie a Dolores Ibárruri, la pasionaria comunista che così incitava i soldati al fronte contro le truppe fasciste del generale Franco. Non è solo uno slogan di propaganda: è una frase che indica appartenenza, che definisce le differenze tra oppressi e oppressori, che rivendica la necessità di schierarsi contro la tirannide. “¡No pasarán!” è anche il titolo della retrospettiva che il XIX Pordenone Docs Fest dedica alla guerra civile spagnola, novant’anni dopo. Curata da Federico Rossin, il programma ha l’obiettivo di ripensare il conflitto armato nato dopo il colpo di Stato militare del 17 luglio 1936, che vide contrapposte le forze nazionaliste contro il Fronte popolare legittimamente al governo.
Una retrospettiva eterodossa e non agiografica che parte dall’anniversario per rileggere la guerra non attraverso i film girati in diretta ma rileggendo le opere successivi ai fatti, realizzate negli ultimi anni della dittatura franchista e nei primi anni della transizione democratica. Operazione che noi italiani dovremmo guardare con un po’ d’invidia, poiché abbiamo dovuto aspettare quasi quindici anni dopo la fine del regime fascista prima di tornare a confrontarci con l’eredità di quella stagione nera. È vero, nei giorni successivi alla fine della guerra, il neorealismo restituì l’orgoglio perduto a un Paese devastato, raccontando in alcuni film (citiamo Paisà) gli atti eroici dei partigiani e dei resistenti. Ma il fascismo è stato il grande rimosso del nostro audiovisivo almeno fino al biennio 1959-’60, cruciale grazie a film come Il generale Della Rovere, Tutti a casa, La ciociara, Estate violenta, Era notte a Roma, Il gobbo, La lunga notte del ‘43 e così via.
La Spagna, invece, s’impegnò subito in un’operazione di memoria per immagini con l’intento di rielaborare criticamente il passato senza cedere il passo alla retorica o all’autoindulgenza. La retrospettiva del Pordenone Docs Fest segue le linee guida di quel passaggio storico per affrontare il tema del lutto, la necessità di far incontrare memorie divise, il dovere di ricostruire una coscienza civile per una nuova fase democratica. Come nel caso della retrospettiva dedicata all’assedio di Sarajevo, l’occasione è data dall’anniversario, ma il senso dell’iniziativa ha a che fare con l’attualità delle istanze dei film della retrospettiva, così vicine a quelle di altri paesi toccati da rigurgiti autoritari.
Il programma è imperdibile: Viva la Spagna! di José María Berzosa (1976), documentario in cui vengono messi a confronto i ricordi dei vincitori e dei vinti attraverso una polifonia che non fa sconti; Le due memorie di Jorge Semprún (1972), mai proiettato nei cinema spagnoli, sulla convergenza tra i concetti di “amnistia” e “amnesia”; Il disincanto di Jaime Chávarri (1976), in cui la vedova e i tre figli di un poeta franchista fanno a a pezzi il patriarcato fascista; Non potete essere lasciati soli di Cecilia e José Juan Bartolomé. (1981), primo e censurato documentario sulla Transizione. Ma quello che, forse, è il pezzo pregiato del programma è La vecchia memoria, la monumentale corale che Jaime Camino realizzò nel 1977, nei mesi immediatamente successivi all’inizio della Transizione.
La vecchia memoria (in originale La vieja memoria) è un film di sconcertante modernità anche grazie al montaggio di Teresa Alcocer. Che tesse le testimonianze raccolte da Camino con una finezza incredibile: si rinuncia alla voce narrante, all’intervento esterno di qualcuno che accompagni lo spettatore in un contesto complesso (a maggior ragione cinquant’anni dopo, in cui quasi tutti gli intervistati sono praticamente fantasmi della memori), e si adotta un metodo straordinario, con i monologhi che diventano dialoghi immaginari. I ricordi confliggono tra loro, la dialettica è incendiaria benché non ci sia mai un vero scontro tra le parti, i fatti si confondono con le opinioni, l’interpretazione degli eventi prevale sulla loro restituzione fattuale. Camino lascia che tutti parlino liberamente, cercando di riacciuffare la verità attraverso le giustapposizioni, il ritmo, la tensione morale, la messinscena delle parole. In campo icone comuniste o anarchiche come Dolores Ibárruri, Federica Montseny (una delle prime donne a ricoprire un incarico ministeriale in Europa), Enrique Líster, Abad Santillán, Federico Escofet, José María Gil Robles, Josep Tarradellas ma anche lo scrittore avventuriero José Luis de Vilallonga e il franchista Raimundo Fernández-Cuesta. Più che un film, è un archivio, un thriller, un monumento.
