Il 2025 non è stato un anno memorabile per il cinema italiano e le nomination dell’European Film Academy, il principale organismo cinematografico del nostro continente, hanno ratificato la posizione laterale di un sistema che può contare su qualche nome già consacrato (Paolo Sorrentino e Toni Servillo, in gara per sceneggiatura e interpretazione di La grazia, la cosmopolita Valeria Bruni Tedeschi come Duse) più La vita da grandi, esordio di Greta Scarano infine premiato con il Young Audience Award).

Eppure, sul fronte delle coproduzioni – in particolare tra l’Italia e alcuni paesi balcanici – ci sono state almeno due sorprese. Una è La ragazza del coro di Urška Djukic, in nomination come miglior rivelazione. L’alta è Fiume o morte! di Igor Bezinović, che, un po’ inaspettatamente, ha vinto l’EFA per il miglior documentario. Sarebbe riduttivo se non improprio definirlo semplicemente tale, perché Fiume o morte! è un’occasione straordinaria per confrontarsi con la ricchezza espressiva e la libertà creativa del cosiddetto “cinema del reale” nonché per scoprire l’opera in movimento di un regista da tenere d’occhio.

Fiume o morte
Fiume o morte

Fiume o morte

Classe 1983, Bezinović – nella giuria del XIX Pordenone Docs Fest, dove ha tenuto una masterclass – è nato a Rijeka ovvero Fiume, città portuale sulla baia del Quarnero nel nord Adriatico che oggi fa parte della Croazia ma con alle spalle un passato turbolento che, in qualche modo, rappresenta tutta la storia del Novecento europeo (compresi gli strascichi ottocenteschi), dei suoi conflitti, delle sue contraddizioni, delle sue tensioni. Andando a ritroso, Rijeka è stata nell’alveo della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, prima divisa tra il Regno d’Italia e il Regno di Jugoslavia, prima ancora nello Stato Libero di Fiume, alla Reggenza Italiana del Carnaro, all’Impero Austro-Ungarico. A partire da questa condizione singolare, Bezinović compie un viaggio nel tempo per ritrovare non solo il tempo perduto, ma anche le immagini stilizzate, i corpi contundenti, i suoni gracchianti di una memoria sommersa, da salvare dalla retorica e dagli opportunismi di parte.

“Ho iniziato a immaginarlo nel 2015, il che significa che questa idea mi accompagna da quasi dieci anni” ha raccontato il regista, che non nega a Fiume o morte! lo statuto da “film della vita”. A cui Bezinović, formatosi con studi filosofici e sociologici, è arrivato dopo a The Blockade (2012), immersione nella protesta studentesca per l’istruzione pubblica del 2009, la più lunga e massiccia della storia nazionale dal 1971, e Veruda (2015), corto su un giovane detenuto, entrambi vincitori del Premio Oktavijan per il miglior documentario croato.

A Brief Excursion
A Brief Excursion

A Brief Excursion

E dopo A Brief Excursion (2017), acclamato esordio nel lungo di fiction, un malinconico viaggio allegorico sprofondato in un’estate istriana, con un gruppo di ragazzi festaioli che si ritrova nel nulla della campagna, alle prese con un complesso di simbolismi religiosi ai quali dare significati inattesi. Sotto la coltre del coming of age c’è la riflessione su un Paese, la Croazia, alla ricerca di una tradizione condivisa, di una narrazione collettiva nella quale riconoscersi senza ambiguità e possa accogliere le esperienze di ieri, le generazioni di oggi e la possibilità di un futuro.

Da qui si apre una delle strade percorse da Fiume o morte! (2024), vincitore del Tiger Award al 54° International Film Festival di Rotterdam, uno dei riconoscimenti più prestigiosi per il cinema indipendente, oltre al Premio FIPRESCI assegnato dalla giuria della critica internazionale. Alle prese con il film più desiderato e ponderato (e tra i documentari più visti in patria), Bezinović è sfrontato e scatenato nel restituire la vita ai fantasmi della storia, misurando il reale all’altezza dell’immaginazione, offrendo al documentario la possibilità di esaltarsi e riconfigurarsi in una dimensione romanzesca in bilico tra la messinscena e la reinvenzione.

Fiume o morte!
Fiume o morte!

Fiume o morte!

Come si intuisce dal titolo perentorio, il film si concentra sull’impresa di Gabriele D’Annunzio, che, insieme a un drappello di circa trecento legionari, occupò la città per sedici mesi con l’intento di annetterla all’Italia. A distanza di un secolo, in un tempo di revanscismi e di rigurgiti nazionalisti, l’assedio viene rievocato dalle immagini d’archivio del ricco repertorio fotografico e soprattutto dai reenactment che vedono come protagonisti gli attuali abitanti della città.

E così autisti, politici, netturbini, archivisti, portieri, cuochi, musicisti, professori, traduttori e camerieri si sono prestati alla rievocazione, un po’ burlesca e un po’ straniante, non solo per contemplare quel che accade tra la trasmissione della storia e la sua rappresentazione, ma anche per sfidare la pagliacciata del conquistatore e la ridondanza del suo verbo usando l’arma della recitazione, del gioco, della sperimentazione.

La scintilla arriva dal libro Alla festa della rivoluzione di Claudia Salaris (da cui l’omonimo film di Arnaldo Catinari), che descrive l’occupazione come una rivoluzione d’avanguardia, ma Bezinović si discosta da quella visione politica per confrontarsi con una città naturalmente multiculturale e cosmopolita che ha relegato quell’evento all’oblio, forse traumatizzata da una semplificazione che ha spesso concepito l’assedio come il sogno di un poeta e forse bisognosa di chiudere i conti con una carnevalata che ha contributo ad angosciare l’umore di un popolo.

“Dall’occupazione di Fiume, D’Annunzio – spiega il regista – ha certamente costruito un mito. Il mito dell’eroismo, della città della vita, della città del sacrificio, dell’eroismo dei suoi legionari, il mito della sublimità della razza latina... Quella che realisticamente fu la sua sconfitta, la trasformò, creando il Vittoriale, in un’istituzione che continua oggi nel turismo. Nel Vittoriale non troverete nulla di critico nei confronti di D’Annunzio, proprio come desiderava Gabriele”. Ci pensa questo film a ribaltare il tavolo, riconfigurando “la festa della rivoluzione” in un teatro punk, ribelle e spudorato, contro ogni retorica fascista.