Il 7 gennaio 1926 usciva il film che ha fatto nascere la parola “documentario”. Girato nell’arcipelago delle Samoa, ovviamente muto, deve il suo titolo originale al nome protagonista (maschile, conviene sottolinearlo) che, nella lingua locale, significa “acque profonde”. Parliamo di Moana diretto da Robert J. Flaherty, che in una lontana edizione italiana girò con un titolo piuttosto esotico, L’ultimo Eden. La vicenda di questo film, entrato di diritto nella storia del cinema, è avventurosa e avvincente: cento anni dopo, il XIX Pordenone Docs Fest celebra il “primo dei documentari” proiettando Moana with Sound, la versione che Monica Flaherty, figlia di Robert, realizzò aggiungendo voci e suoni al capolavoro muto del padre.

Un po’ di fatti. Flaherty riuscì a realizzare Moana grazie ai capitali investiti dalla Paramount, che si interrò al lavoro del documentarista dopo il successo di Nanook l’eschimese. Con il budget della major, Robert Flaherty volò in Polinesia nel 1923, con l’obiettivo di immortalare la vita degli abitanti dell’arcipelago di Samoa. Il regista si portò dietro tutta la famiglia, rimase lì due anni, conquistò la fiducia delle popolazioni locali e, prima volta per un lungometraggio, utilizzò la pellicola pancromatica per risaltare l’incarnato scuro degli indigeni.

Nonostante il sostegno della major e la qualità del lavoro, Moana non ebbe il successo sperato. Flaherty, pioniere del cinema del reale nell’esplorazione del rapporto dialettico tra uomo e natura, girò altri film (citiamo almeno il classico etnografico L’uomo di Aran) e morì nel 1951 a 67 anni. Negli anni Settanta, sua figlia Monica ebbe l’idea di tornare nei luoghi di Moana per catturare la colonna sonora che il padre non poté registrare. Lo fece nonostante il parere contrario della Paramount e con il sostegno autorevole dall’anziano maestro Jean Renoir e di Richard Leacock, che fu direttore della fotografia per Flaherty, e autore di documentari come il fondamentale Primary. Monica Flaherty perseverò nell’intento, recuperò una modesta copia 16 mm e presentò il film all’inizio degli anni Ottanta. Come accaduto per il padre, il successo non le arrise. Per loro fortuna, Moana è talmente potente che è riuscito a salvarsi dall’oblio, complice anche un restauro di qualche anno.

Moana with Sound non è semplicemente la versione sonora di Moana: è l’estensione, l’approfondimento, l’esaltazione di un progetto che Robert Flaherty non poteva concepire con le tecnologie di un secolo fa. Le immagini sono le stesse, ma Monica dà voce al desiderio disperato del padre: restituire la voce, i suoni, i rumori al mondo a parte, un esempio di antropologia dello sguardo e di etnografia per immagini che passa attraverso la forma primigenia di cinema del reale, quella in cui il regista può modificare ciò che accade per consegnare al pubblico una testimonianza reale e non realistica. Perché, sì, Flaherty osserva il quotidiano di un popolo arcaico, dedito a pratiche ancestrali a e rituali in bilico tra lo spirituale e l’esoterico, ma è come se sentisse sempre il bisogno di farci sentire quel che sta sentendo anche lui, al fine di darci un quadro il più possibile completo.

Monica Flaherty lo sapeva: il suo with Sound è un atto d’amore verso il lavoro di ricerca del padre. E lo completa con un tessuto sonoro in cui si rincorrono tempeste fragorose e rumori di fondo, canti religiosi e cantilene cerimoniali, la natura selvaggia e l’identità di un popolo. Qualcosa che, a cento anni dalla sua realizzazione e a poco meno di cinquanta dal suo completamento, non può che emozionare e interrogare il nostro sguardo, celebrazione della memoria individuale e atto di restituzione collettiva. Dopo la sua presentazione al Pordenone Doc Fest, la versione restaurata e sonora del grande classico dei mari del Sud è disponibile on demand su CG TV Streaming.