PHOTO
Marina Vlady in Due o tre cose che so di lei
Due o tre cose che sapevamo su Marina Vlady, morta ieri a 88 anni dopo una vita avventurosa. Natali francesi – nacque a Clichy il 10 maggio 1938 – ma figlia di due russi espatriati dopo la rivoluzione, geni artistici (papà cantante d’opera, mamma étoile) condivisi con le tre sorelle (era la più piccola di quattro, tutte dedite all’arte), Marina Catherine Poljakova – così all’anagrafe – studiò danza ma a dodici anni era già su un set, quello di Orage d’éte (1949) accanto alla sorella Odile Versois (all’epoca promessa del cinema transalpino, insignita del Prix Suzanne Bianchetti per la migliore attrice emergente, riconoscimento poi conquistato anche da Vlady, nel 1954). A tredici l’incontro cruciale con Orson Welles, che la scelse per uno dei tanti film che non fece (la storia di un’adolescente che vuole diventare famosa) e la ritrovò anni dopo, quando Vlady era già affermata (Falstaff, 1965).
Giovanissima e già cosmopolita, fece innamorare il cinema italiano: nove ruoli tra il 1952 e il 1954, dall’umile indossatrice del corale Le infedeli di Steno e Mario Monicelli (1953) al film della svolta, Giorni d’amore di Giuseppe De Santis (1954), fiammeggiante racconto popolare di una fujitina dove ritrova Marcello Mastroianni a due anni dal mélo bellico Penne nere (1952). Parallelamente consolidò la carriera in patria: molto apprezzata la sua interpretazione della giovane sbandata di Prima del diluvio (1954), contestato terzo capitolo della tetralogia sulla giustizia di André Cayatte e Charles Spaak.
Ancora minorenne e già protagonista affermata, dal love affair tedesco Lei di Rolf Thiele (1954) al sodalizio professionale – tre film – e sentimentale – un matrimonio breve – con Robert Hossein (Gli assassini vanno all’inferno, 1955, fu l’opera prima dell’attore) ma soprattutto La strega di André Michel (1956), fantasia romantica e folk horror in cui dà vita a una ragazza isolata nella foresta che tutti credono maledetta dal demonio.
Dall’inizio degli anni Sessanta si mosse agilmente su più fronti: mentre oltralpe fu diretta da registi della vecchia guardia come Jean Delannoy (La principessa di Clèves, 1961), Claude Autant-Lara (L’omicida, 1962) o Christian-Jaque (Il delitto Dupré, 1963), l’Italia le offrì le parti più stimolanti e curiosamente molto censurate, dal meraviglioso La ragazza in vetrina di Luciano Emmer (1960) al dirompente L’ape regina di Marco Ferreri (1963), che le valse il premio per la migliore interpretazione al Festival di Cannes e una nomination ai Golden Globe. A segnarle la carriera, Due o tre cose che so di lei (1967) e l’incontro con Jean-Luc Godard, turbolento sul piano affettivo (una settimana prima delle riprese il regista le chiese di sposarlo, lei rifiutò e lui non le rivolse più la parola) e importante su quello artistico. Com’è noto, il titolo si riferisce alla Parigi del periodo, in profonda trasformazione urbanistica e sociale, e alla protagonista, una giovane donna che abita in un complesso residenziale di nuova costruzione a canone agevolato.
Curiosa e spericolata, Vlady conciliò avventure d’autore e operazioni commerciali, dal recupero delle radici russe Sjuzet dlja nebol'sogo rassakaza di Sergej Iosifovič Jutkevič (1968), in cui interpreta il grande amore di Cechov, alla cassiera che turba il prete Alberto Sordi nell’episodio diretto da Luigi Zampa in Contestazione generale (1970), dall’allegoria totalitaria Scirocco d’inverno di Miklós Jancsó (1970) al greve disaster movie Il triangolo delle Bermuda di René Cardona Jr, dall’intimista Ők ketten di Márta Mészáros (1977) dove appare anche l’allora marito, il cantautore sovietico Vladimir Vysotsky, al rutilante Il ladro di Bagdad di Clive Donner (1978), passando per lo storico Che la festa cominci… di Bertrand Tavernier (1974) e il politico Tangos – L’esilio di Gardel di Fernando E. Solanas (1985).
Militante femminista, nel 1971 firmò il cosiddetto Manifesto delle 343, una dichiarazione in cui 343 donne ammettevano di aver avuto un aborto, esponendosi alle relative conseguenze penali, e continuò ad alzare la voce fino al 2015, quando aderì all’Appello dei 58 per difendere la libertà di manifestazione durante lo stato d’emergenza dopo gli attentati di Parigi. Anche cantante e scrittrice, fu ancora l’Italia, negli anni Ottanta, a riscoprirla come attrice ricca di sfumature, dalla commedia senior Una casa in bilico che segnò l’esordio di Antonietta De Lillo e Giorgio Magliulo (1986) al nostalgico Splendor di Ettore Scola (1988) dove ritrovò Marcello Mastroianni insieme a Massimo Troisi fino alla recente, fantasmatica partecipazione in Spira mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti (2016), dove recita un una rivisitazione di L’immortale di Borges. E Giorgio Conte, nel 1993, le dedicò una canzone, celebrandola come donna ideale. Bionda e conturbante, illuminata di grazia, ha incarnato la libertà di essere chi voleva e come voleva.

