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Björn Andrésen e Luchino Visconti sul set di Morte a Venezia
Che resta, oggi, di Luchino Visconti? Definito da Lino Miccichè “il massimo uomo di spettacolo italiano del primo trentennio postbellico”, è il regista che più di tutti ha lasciato il segno a teatro come nel cinema. Una figura probabilmente irripetibile, per i natali fuori dall’ordinario (quartogenito del duca Visconti di Modrone e di Carla Erba, magnate della farmaceutica) e le conoscenze illustri (le avventure in Francia con Coco Chanel, Jean Cocteau e Jean Renoir di cui fu aiuto), il profilo politico (l’adesione al Partito Comunista, dalla clandestinità alla morte, nonostante l’identità aristocratica) e l’autorevolezza culturale (fu vero e proprio punto di riferimento per i colleghi spesso devoti).
Nato centoventi anni fa, il 2 novembre 1906, e morto da mezzo secolo, il 17 marzo 1976, Visconti resta nell’immaginario collettivo soprattutto per il fasto decadente del Gattopardo e per i crepuscoli dell’ultima fase della carriera, per aver colto attori e attrici al massimo splendore e per la ricerca maniacale di una forma in stretto rapporto con il contenuto. Citiamoli, i collaboratori abituali, perché quella di Visconti è stata davvero un’opera collettiva: gli sceneggiatori Suso Cecchi D’Amico ed Enrico Medioli, gli scenografi Mario Chiari e Mario Garbuglia, i direttori della fotografia Giuseppe Rotunno e Pasqualino De Santis, il costumista Piero Tosi, i montatori Mario Serandrei e Ruggero Mastroianni, i compositori Nino Rota e Franco Mannino.
Divisa in due fasi, la produzione di Visconti passa da una restituzione oggettiva di una società votata alla sconfitta e alla morte alla riflessione triste, solitaria y final di un mondo perduto travolto dalla Storia. Un contrasto fertile che ci permette di leggere Visconti al di là delle prospettive più superficiali (non ci fu solo la rivalità con Fellini, rievocata da Francesco Piccolo nel bellissimo La bella confusione): a cinquant’anni dalla scomparsa, ripercorriamo la sua carriera con la classifica (arbitraria, ma tant’è) dei suoi film, dal peggiore (che poi peggiore non è, ma tant’è) al migliore.
17. Lo straniero (1967)
I diritti del romanzo di Albert Camus che sedusse Jean Renoir e Ingmar Bergman finirono a Dino De Laurentiis che dopo vari rifiuti lo affidò a Visconti, che scelse Marcello Mastroianni come protagonista in seguito alle defezioni di Jean-Paul Belmondo e Alain Delon. Realizzato alle condizioni della vedova Camus, è tra i meno amati e audaci del regista, le cui intenzioni, tuttavia, erano più che interessanti: nella sua prospettiva, infatti, si partiva dal testo per arrivare alla guerra d’Algeria, congiungendo la tematica esistenzialista con una riflessione politica.


Anna Karina e Marcello Mastroianni in Lo straniero
(Webphoto)16. Le streghe (1967)
Prodotto da Dino De Laurentiis in gloria di Silvana Mangano (all’epoca sua moglie), questo film collettivo in cui la diva più riluttante del cinema italiano si fa in cinque è ricordato soprattutto per La terra vista dalla Luna di Pasolini. Visconti, che da qui in poi strinse un sodalizio con l’attrice, si cimenta con il beffardo e vagamente cinico La strega bruciata viva, un apologo sulla fama che mette alla berlina il bel mondo dell’alta società e con cui sembrava avere più di un conto in sospeso.


15. Vaghe stelle dell’Orsa… (1965)
L’agognato Leone d’Oro, più volte mancato, arrivò con questa rivisitazione moderna della storia di Elettra, che osserva l’incesto tra i fratelli Claudia Cardinale e Jean Sorel, figli di un reduce dei lager, lei appena tornata nella dimora di Volterra e lui impegnato a scrivere un memoir ispirato dalle Ricordanze di Leopardi. Colto (dentro ci sono anche o’Neil, D’Annunzio, Bassani, Freud, Proust…), coerente (l temi della solitudine, della dannazione, della sconfitta), ben confezionato (fotografia di Armando Nannuzzi), ma un po’ esangue.


Claudia Cardinale in Vaghe stelle dell'Orsa...
14. Boccaccio ‘70 (1962)
La vaga ispirazione del titolo è un pretesto per raccontare l’inconscio sessuale dell’Italia del boom economico. Con Il lavoro, Visconti e la sodale Suso Cecchi D’Amico evitano Boccaccio e rileggono Guy de Maupassant per un’elegantissima e acidissima paraboletta sulle donne borghesi, imprigionate in matrimoni agiati ma senza amore, che vivono una condizione equiparabile a quelle delle prostitute. Non il più ricordato del quartetto ma c’è un bel duetto tra Tomas Milian e la splendida Romy Schneider (più i feticci Paolo Stoppa e Romolo Valli).


Romy Schneider e Tomas Milian in Boccaccio '70
13. Siamo donne (1953)
A suo modo un’operazione sperimentale: un’antologia composta da quattro episodi che immaginano le vite quotidiane di quattro dive (più un prologo con un concorso per aspiranti attrici). Il più celebre è quello di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman che insegue un gallo, ma anche Magnani (com’è noto ex di Rossellini) si difende con uno giochino in cui ritorna all’epoca della rivista, baccaglia con un tassista e canta stornelli in teatro. Visconti completamente al suo servizio in quella che è la sua unica, vera incursione nella commedia.


Anna Magnani in Siamo donne
12. L’innocente (1976)
Uscito postumo, il canto del cigno del regista (che lo girò in carrozzella) è una danza di morte. Come tutti gli antieroi di Visconti, anche quello dannunziano è un vinto che assiste alla fine di un mondo (Giancarlo Giannini, all’apice della fama, sostituì il previsto Delon). Le mani del Conte sfogliano le pagine nei titoli di testa, quasi a definire lo statuto di ultimo testimone di un’epoca perduta. E ribalta il superomismo originale per officiare la sconfitta di una società incapace di accettare i tempi che cambiano.


Laura Antonelli e Giancarlo Giannini in L'innocente
(Cineriz)11. La terra trema (1948)
Mandato in Sicilia dal Partito Comunista per girare un documentario di propaganda elettorale partendo dalla strage di Portella della Ginestra, Visconti decise di tornare a Giovanni Verga e convinse la cattolica Universalia a finanziargli un adattamento de I malavoglia. Parlato in dialetto e pensato come il primo capitolo di una trilogia fondata sull’anima collettiva di un popolo, un melodramma dalla parte degli oppressi e delle vittime della Storia: il suo film più sfortunato, ancestrale, misterioso, a tratti arcano.


10. Morte a Venezia (1971)
Partendo da Thomas Mann e arrivando al Proust mai portato in scena, il Conte cerca nei ricordi d’infanzia la chiave per affrontare la decomposizione di un vecchio musicista (Dirk Bogarde, ennesimo alter ego). L’attrazione (pedofila) per Tadzio è l’apogeo della frustrazione che vede nel “ragazzo più bello del mondo” l’unico palliativo all’indifferenza. Confezione spettacolare e non meramente decorativa (citiamo i costumi di Piero Tosi, candidati all’Oscar) per un’angosciante seduta spiritica (Mangano!).


Dirk Bogarde e Björn Andrésen in Morte a Venezia
(Webphoto/Warner Bros)9. Le notti bianche (1957)
Nell’inverno metafisico di Livorno, l’amore impossibile tra un uomo ordinario e una donna che aspetta l’uomo della vita. Dostoevskij in purezza nonostante il cambio di scenario, un passaggio fondamentale nella carriera del regista, che incrocia la prospettiva intimista (ma la scenografia di Garbuglia e Chiari è enorme) e la dimensione fantasmatica (lo spettro di Jean Marais), il melodramma della solitudine e la claustrofobia del teatro. Consacrazione per Mastroianni, ma che brava Maria Schell a imparare l’italiano.


Maria Schell e Marcello Mastroianni in Le notti bianche
8. Gruppo di famiglia in un interno (1974)
“Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile”: Lancaster si ispira al critico Mario Praz, che dopo la pensione si trincerò nella sua casa-museo, ma è prima di tutto alter ego di Visconti, ormai vecchio e infermo, che inquadra la fine della borghesia illuminata e l’ascesa di un ceto arricchito e volgare. Algido e viscerale, tutto dentro una casa piena di passato e polvere che è solo un involucro in cui (poter o dover) morire.


Luchino Visconti in Gruppo di famiglia in un interno
7. Ludwig (1973)
Melodramma fluviale e punto di non ritorno, è il più indirettamente autobiografico dei suoi film-summa. Al centro di una sorta di inchiesta con ministri e collaboratori (tutti traditori) che rompono la parete, Ludwig è il re dei disadattati, la persona sbagliata nel posto sbagliato, un ragazzo devastato da un ineluttabile destino (Helmut Berger ne è il protagonista naturale). Gli amori impossibili di un uomo disastrato per una discesa negli inferi sull’impossibilità della fuga e della redenzione se non con il sacrificio.


Romy Schneider e Helmut Berger in Ludwig
6. Bellissima (1951)
Dopo un flop (La terra trema) e progetti arenati (Cronache di poveri amanti e La carrozza d’oro), una resurrezione: girato settantacinque anni fa, è uno dei film più moderni e contemporanei del nostro cinema. Tra le macerie del dopoguerra, la fabbrica dei sogni di Cinecittà e i bisogni di un popolo condannato all’eterna illusione in un apologo che è quintessenza del neorealismo (il mondo poetico di Cesare Zavattini) e al contempo la sua antitesi per come rifiuta l’idealizzazione della povera gente. Con una trionfale Magnani.


Anna Magnani in Bellissima
5. La caduta degli dei (1969)
Parabola dissoluta e falò delle vanità, saga famigliare e spaccato storico: l’inesorabile crepuscolo morale, psicologico, politico della famiglia Essenbeck, prima avversa a Hitler solo perché plebeo e poi completamente venduta al regime nazista, guarda alla tragedia shakespeariana, ai Buddenbrook e alla biografia dei magnati dell’acciaio Krupp. Un corpo a corpo con il declino di un sistema e dei suoi (dis)valori tra corruzione, incesti e tradimenti. Cast pazzesco, una nomination all’Oscar per la sceneggiatura.


Ingrid Thulin e Dirk Bogarde in La caduta degli dei
4. Senso (1954)
Visconti prende in mano la novella risorgimentale di Camillo Boito e la piega al suo progetto ideologico: ne dilata lo spazio e il tempo, complica i fatti per far leggere la narrazione alla luce del dopoguerra, traslittera il naturalismo in un romanticismo disperato e struggente che infrange le convenzioni neorealiste e abbraccia lo spettacolo popolare. Traduce e tradisce, restituendo il mondo perduto che fa parte del passato del regista. Ostracizzato dalla censura democristiana, dominato da un’indimenticabile Alida Valli.


Alida Valli in Senso
(Webphoto)3. Il Gattopardo (1963)
Avrebbe dovuto dirigerlo Ettore Giannini, ma, del romanzo di Tomasi di Lampedusa, Goffredo Lombardo voleva farne il nostro Via col vento. Il kolossal italiano per eccellenza (sterminato il repertorio di leggende sulla maniacalità del regista), con la sequenza più famosa del cinema italiano (il lungo ballo: una trenodia) e una mitologia plasmata dai corpi in scena (il mastodontico principe Lancaster, gli splendidi e rampanti Delon e Cardinale). Ma soprattutto il primo tassello dell’ampio e complesso discorso sulla fine di un mondo. Palma d’Oro a Cannes.


Alain Delon e Claudia Cardinale ne Il Gattopardo (1963) © TITANUS
2. Ossessione (1943)
Realizzato dopo il tirocinio sul set con Jean Renoir, uno degli esordi più folgoranti del cinema italiano, annuncio del Neorealismo per la ricerca di autenticità nella rappresentazione, per l’ambientazione realista negli esterni della bassa padana, per la rottura della tradizione calligrafica nella passione amorosa (inedita anche per i protagonisti, Massimo Girotti e Clara Calamai), per la negazione del modello piccolo-borghese tanto caro al fascismo. Da Il postino suona sempre due volte, un capolavoro crudo, ellittico, torbido, rivoluzionario.


Massimo Girotti e Clara Calamai in Ossessione
1. Rocco e i suoi fratelli (1960)
Si parte da Giovanni Testori (Il ponte della Ghisolfa), si pensa a Dostoevskij (i personaggi arrivando da L’idiota) ma c’è anche un’eco biblica (via Mann, Giuseppe e i suoi fratelli) e un’ispirazione meridionalista (Carlo Levi, Rocco Scotellaro) nella storia dei cinque fratelli emigrano dalla Basilicata a Milano. L’autodistruzione di una famiglia (un tema viscontiano, da La terra trema a La caduta degli dei) sradicata dalla terra e devastata da una Milano che promette il progresso e nega un futuro. Osteggiato dalla censura, un capolavoro totale.


Alain Delon in Rocco e i suoi fratelli (1960) © TITANUS

