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Paolo Strippoli - Foto Karen Di Paola
“Questa è una storia che nasce tanto tempo fa perché sono ossessionato dal perdere il controllo. Per me è l’incubo più grande. Anche per questo ho scelto di fare il regista perché posso plasmare la realtà. Tutti i miei film parlano di gente che baratta il proprio senso di colpa con il controllo. Pur di non provare dolore rinunciano a loro stessi. È un pattern che mi perseguita e che perseguo. È una narrazione molto occidentale quella dell’avere il controllo e determinare la propria vita, il seme dei più grandi problemi mentali è quando ci scontriamo con l’impossibilità di poter controllare la nostra vita perché le cose accadono e non ci chiedono il permesso”.
Così il regista Paolo Strippoli sul suo film L’estranea, in concorso a Venezia 83 e nelle sale dall’8 ottobre con 01 distribution. Come lui stesso lo definisce “un thriller psicologico con delle incursioni nel genere horror” nel quale una donna, ovvero Anna Colonna, interpretata da Jasmine Trinca, fa visita a sua figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per raccontarle la verità sulla loro famiglia segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea (Valeria Bruni Tedeschi). Una ferita rimasta nascosta per anni verrà dunque a galla in questo lungo confronto tra una madre e una figlia. Nel cast anche Adriano Giannini, nel ruolo del padre.
Dopo Piove (2022) e La valle dei sorrisi (2025) arriva dunque L’estranea: “Scherzando la chiamo un po’ la trilogia della pioggia- spiega Strippoli-. Qui ho voluto esplorare come la famiglia tradizionale sia lo specchio in piccolo dell’esterno. Parlo di una certa borghesia che si vuole affrancare dalla piccola, parlo di Bari nel 1999, un momento che conosco bene perché ci sono stato. Non attacco la famiglia tradizionale, ma quella che mette davanti il mondo esterno a quello interno. Un film che parla degli sbagli dei genitori che poi trascinano anche i figli. Possiamo fare grandi danni se non filtriamo bene il mondo. I genitori sono come dei narratori che portano la realtà all’interno del salotto della propria casa”.


Sul suo personaggio Jasmine Trinca racconta: “Io nella vita sono una madre ordinaria. Mi sento imperfetta e confusa, ma guidata dal voler essere sufficientemente buona. Non sono una presenza che soffoca come Anna Colonna che vuole avere tutto sotto controllo. D’altronde i figli sono la prima cosa che il mondo ti rende possibile manovrare e controllare. Io sono talmente una distratta, quindi non controllo. Mi fanno paura le relazioni umane e per questo costringo ad avere un contatto umano che costringe gli altri a stare”.
E Romana Maggiora Vergano, al suo secondo lavoro con Strippoli, sul suo personaggio dice: “Interpreto una figlia che non chiede aiuto, ma scappa dal ruolo di figlia fino a che non è costretta ad affrontare questo dialogo, fatto di schegge di vetro, con la madre. Mi sono sentita anche un po’ uno specchio. Lavorare con Paolo è sfidante e divertente. È il personaggio più lucido di tutti, evita l’ossessione del controllo e tenta di rimanere nel presente non seguendo la madre che la costringe ad andare indietro”. Mentre Valeria Bruni Tedeschi dice: “Mi è sembrato di parlare con una vecchia amica quando Paolo mi ha chiesto di fare questo film. Una donna faticosa, anche simpatica”.
Alla domanda “ti senti un enfant prodige?” Strippoli, il “giovanissimo” trentatreenne (classe 1993) risponde: “Cerco di fare film importanti per me con onestà. Film che arrivino al pubblico. Se il pubblico li apprezza sono contento, se non li apprezza sono triste, ma non mi sento in colpa. Mi sentirei in colpa se tradissi me stesso”.
E infine conclude: “Sono un grande privilegiato e fortunato e spero che se c’è un’attenzione nei miei confronti si rivolga non tanto verso di me, ma nei confronti di una generazione. Credo che ci sia una difficoltà concreta. Ormai si dice che un regista è giovanissimo se è un cinquantenne. Questo è un problema. Credo che sia importante che ci siano trentenni che facciano cinema. Lo sguardo di un trentenne è importante tanto quanto quello di un settantenne, di un sessantenne e di un novantenne. Spero che se davvero c’è un piccolo fenomeno accanto al mio nome si rivolga alla possibilità di fare film e di dare fiducia anche a registi più giovani e non chiamarli più giovani”.



