Un tetto che viene scoperchiato e resta sospeso così, prima di essere rimosso definitivamente, aprendo quel che resta di una vecchia abitazione alla vastità del cielo ma lasciandola allo stesso tempo senza protezione.

Non c’è mai niente di indolore, nel cinema di Hlynur Pálmason, dal puro urto di quell’inferno primordiale dell’esordio Winter Brothers, passando per la nebbia ossessiva di A White, White Day per arrivare alla maestosità di Godland, che ad oggi rimane il suo capolavoro.

Con il quarto lungometraggio, L’amore che rimane (Ástin sem eftir er), il cineasta islandese insegue un’ascesi formale che si spoglia dell’epica per farsi scavo quotidiano, domestico, pur mantenendo intatta quella capacità di far parlare l’ambiente circostante.

Presentato in Cannes Premiere nel 2025 e ora in arrivo nelle nostre sale grazie a Movies Inspired (inizialmente previsto per il 9 aprile, ora è stato spostato in data da definire), il film ci immerge nel collasso "controllato” (proprio come quella rimozione del tetto in apertura…) di un nucleo familiare.

L'amore che rimane
L'amore che rimane

L'amore che rimane

Anna (Saga Garðarsdóttir) e Magnus (Sverrir Gudnason) si stanno separando. Non ci sono urla plateali, litigi sguaiati o piatti che si infrangono sui muri. C’è, invece, il tempo, quel tempo che Pálmason sa dilatare e comprimere senza soluzione di continuità: la narrazione abbraccia un intero anno, seguendo il mutare delle stagioni che non è mai solo sfondo meteorologico, ma riflesso di un’erosione sentimentale inarrestabile.

L’utilizzo ostinato della camera fissa trasforma le inquadrature in teche, dove ogni scena è un quadro vivente con l’azione che non viene inseguita, ma attesa. Così facendo, Pálmason (e di rimando lo spettatore) osserva, non giudica: la macchina da presa rimane immobile anche quando, ad esempio, i figli della coppia (in particolare i due gemelli) inventano giochi bizzarri nei prati battuti dal vento.

Questa fissità produce un effetto di perturbante intimità: ci obbliga a osservare i dettagli, i resti di una cena, i silenzi imbarazzati, il modo in cui i corpi degli ex coniugi occupano lo spazio cercando una distanza che il cuore non ha ancora del tutto metabolizzato, con lui che tenta di tanto in tanto nuovi approcci e lei che invece sembra più convinta del percorso verso la fine del rapporto.

L'amore che rimane
L'amore che rimane

L'amore che rimane

In questo senso, il debito verso il cinema nordico si fa esplicito, ma al contempo viene rielaborato in una chiave del tutto personale. Se il rigore della messa in scena e l’indagine sulla crisi della coppia portano inevitabilmente a Bergman (impossibile non pensare a una versione "open air" di Scene da un matrimonio), il tono agrodolce e l’ironia surreale che punteggia le sequenze più quotidiane possono ricordare la fissità ieratica di Roy Andersson.

Ma se in quel caso il lavoro è sulla ricostruzione artificiale e sul grottesco, Pálmason sceglie qui la via della “sostanza”: la luce, la pioggia e il fango islandese sono elementi vivi che partecipano al dramma. E non fa mancare momenti in cui la realtà sembra sfaldarsi in frammenti poetici e onirici, che restituiscono la complessità di ciò che resta quando un legame si spezza.

L’amore che rimane, del resto: non ciò che è finito, ma il residuo che continua a occupare le stanze, a influenzare i gesti dei figli, a vibrare nel paesaggio. La separazione, in fondo, non è un “evento”, ma una sorta di processo di riassestamento molecolare. Pálmason prova a concettualizzare questa trasformazione con un film che richiede pazienza (tra i suoi quattro è sicuramente quello meno “d’impatto”), sfidando i ritmi frenetici del contemporaneo, senza temere il vuoto e proprio grazie alla persistenza dello sguardo riesce a catturare l'indicibile.

Ancora una volta resta viva poi quell’ossessione per il tempo che passa sopra le cose (in Godland trovava la massima espressione in quel fantastico timelapse della carcassa del cavallo che diventa tutt’uno con il suolo), qui sembra invece che l’unico modo per onorare ciò che resta dell’amore sia rimanere immobili a guardarlo, senza particolari artifici.