Romanzo criminale

ITALIA, FRANCIA, GRAN BRETAGNA, USA - 2005
Romanzo criminale
Roma anni Settanta. Tre giovani della piccola malavita romana, il Libanese, il Freddo e il Dandi, si accordano cercando di formare una fitta rete di alleanze tra tutti i "pesci piccoli". Il primo atto del gruppo è il sequestro e l'uccisione del Barone Rosellini, un ricco possidente. Investono poi i soldi del riscatto nel traffico dell'eroina, mettendo in piedi una vera organizzazione criminale che riesce in poco tempo ad assumere il controllo assoluto del traffico di droga. Presto le loro mire si espandono verso altri campi come quello della prostituzione e del gioco d'azzardo. Si alleano con la mafia e ottengono la protezione delle frange deviate dello Stato. L'unico a intuire lo strapotere del gruppo criminale è il commissario Scialoja, che per distruggerli intreccia con Patrizia, una prostituta che è la donna di Dandi, una relazione che sfugge di mano ad entrambi perché i due si coinvolgono sentimentalmente. La sete di potere del Libanese, spinge il gruppo ad osare sempre di più, fino alla morte di uno dei capi carismatici e allo scatenarsi di una serie di vendette trasversali che metteranno a ferro e fuoco la città.
  • Altri titoli:
    CRIME NOVEL
    ROMAN POLICIER
    KRIMINALROMAN
  • Durata: 152'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo (Ed. Einaudi - Stile Libero)
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, MARCO CHIMENZ, GIOVANNI STABILINI PER CATTLEYA, WARNER BROS. ITALIA, BABE (PARIGI), AQUARIUS FILMS (GRAN BRETAGNA)
  • Distribuzione: WARNER BROS. ITALIA
  • Data uscita 30 Settembre 2005

RECENSIONE

di Diego Giuliani
Un Michele Placido ritrovato dirige ottimamente un cast corale ben assortito. Alle spalle lo straordinario Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, riesce nell'impresa quasi impossibile di portare sullo schermo più di 600 pagine (e quasi vent'anni) di Banda della Magliana. Mafia, servizi deviati, terrorismo, eversione: dell'intreccio fra istituzioni e criminalità, che costituisce il fulcro del Romanzo letterario, sopravvive però sullo schermo uno schizzo appena accennato. Di fronte a complessità di mole e materia, Placido adotta la soluzione cinematograficamente più semplice. Stringe il campo, zoomma sui bravissimi protagonisti e lascia l'affresco sociopolitico in secondo piano. Scelta legittima e comprensibile, che rischia però di lasciare disorientato chi non conosca la storia (e la Storia). Il rapimento Moro, la strage di Bologna, l'attentato al Papa: non bastano le sgranate immagini di repertorio a sottolineare il filo doppio che legava Banda della Magliana e istituzioni, piccola criminalità e poteri occulti. E' la componente più debole di Romanzo criminale. Quella che che gran parte del pubblico rischia di non cogliere, riuscendo però ugualmente ad apprezzare il film. Affiancato in sceneggiatura da Rulli, Petraglia e dallo stesso De Cataldo, Placido punta infatti tutto su atmosfere e protagonisti. Bravissimo nel lavoro con gli attori, valorizza i singoli, esalta le seconde file e governa con decisione un non facile cast corale. La marcia in più è la straordinaria motivazione che riesce a infondere ai protagonisti. Su tutti lo straordinario Pierfrancesco Favino, a cui per diventare il Libano basta uno sguardo. Leader nella storia e sul set, parla con gli occhi, mette in ombra il commissario Stefano Accorsi e incarna al meglio l'etica del malavitoso. Mai così bravo, anche Kim Rossi Stuart nell'inedita parte del cattivo. Via il buonismo di (quasi) sempre, si sporca il viso da bravo ragazzo e si scopre Freddo davvero. E' la parte più complessa la sua, quella che lascia spazio a più sfumature, acquistandone però troppo nell'economia del film. Quando Favino lascia la scena e il testimone della storia passa a lui, l'eccessiva attenzione al suo dramma privato rallenta i tempi e incide sulla tensione. Ottima anche la fotografia che Bigazzi vira dal livido al quasi sgargiante, per sottolineare bassifondi e paillette della criminalità romana, le musiche si rivelano in più di un'occasione un efficace soluzione di snodo narrativo. Meno riusciti, ma qui sembra che lo stesso Placido ci abbia "investito" poco, i personaggi femminili di Jasmine Trinca e della Mouglalis. Menzione speciale, infine, a Claudio Santamaria e Gianmarco Tognazzi: aiutato dal phisique du role, il primo è il perfetto prototipo del Dandi che gli dà il nome. Irriconoscibile e inquietante da ruolo, Tognazzi incarna invece quella zona grigia fra Stato e malavita che tanta parte ha avuto nella Storia di De Cataldo e in quella del nostro paese.

NOTE

- VINCITORE DEL NASTRO D'ARGENTO 2006 PER: MIGLIOR FILM ITALIANO, PRODUTTORE (RICCARDO TOZZI, MARCO CHIMENZ E GIOVANNI STABILINI), ATTORI PROTAGONISTI (KIM ROSSI STUART, PIERFRANCESCO FAVINO, CLAUDIO SANTAMARIA), MONTAGGIO, SONORO IN PRESA DIRETTA. IL FILM E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2006 ANCHE PER: SCENEGGIATURA, ATTORE NON PROTAGONISTA (GIANMARCO TOGNAZZI), FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, COSTUMI.

- IN CONCORSO AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006) (VEDI CRITICA DI TULLIO KEZICH 16.02.06).

- VINCITORE DI 8 DAVID DI DONATELLO 2006: MIGLIORE SCENEGGIATURA, ATTORE NON PROTAGONISTA (PIERFRANCESCO FAVINO), FOTOGRAFIA, SCENOGRAFIA, COSTUMI, MONTAGGIO, EFFETTI SPECIALI VISIVI (PROXIMA), DAVID GIOVANI.

- IL FILM ERA STATO CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2006 ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, PRODUZIONE, ATTORE PROTAGONISTA (KIM ROSSI STUART), MUSICA, FONICO DI PRESA DIRETTA.

CRITICA

"Di fronte ai caporioni della banda della Magliana nel film 'Romanzo criminale', nelle vivide incarnazioni di Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria e compagni, non si può che detestarli da principio alla fine. Arroganti, sbruffoni, violenti, machisti, drogati, incapaci di lealtà nei confronti l'uno dell'altro; e pronti a prestarsi per denaro ai più bassi servizi pretesi dalla politica e dallo spionaggio. In tale senso bisogna riconoscere che il film di Michele Placido è più vicino alla realtà di quanto lo siano in genere gli americani, tanto più che l'uomo della legge (Stefano Accorsi), rientrando in pieno nella visione pessimista di Placido, non sembra fatto di una pasta migliore rispetto a quella dei banditi ai quali dà la caccia. (...) Il tutto in un sovrapporsi di illazioni e false piste destinate a vanificarsi in testimonianze reticenti e in dubbie accuse di pentiti, opinabili soprattutto quando vengono chiamati in causa i poteri occulti. Si tocca con mano che l'espressione corrente i misteri d' Italia è davvero appropriata perché molti fatti misteriosi sono e tali restano. Nessuno è riuscito a individuare fino a che punto la banda della Magliana è stata implicata in trame nere come il caso Moro, l'uccisione di Mino Pecorelli, la strage alla stazione di Bologna, l'attentato al Papa. Né il film, che pur cita tali episodi, ci fa fare un passo avanti in direzione della verità, limitandosi a confermare la presenza di un lugubre burattinaio dell' eversione concretata nella figura (troppo stereotipa per essere credibile) dell'ennesimo Grande Vecchio (Toni Bertorelli). A differenza dei libri citati, Romanzo criminale non è sociologico né dietrologico. E' un colpo d'occhio inquietante e atroce che affonda nel buio della coraggiosa fotografia di Luca Bigazzi, proponendosi come un affresco della Roma anni ' 80. Un periodo nero, che vede l' innesto della criminalità comune su quella politica e viceversa fino a far cadere le barriere tra l'una e l' altra. Troppo lungo (due ore e mezza), ridondante nei particolari e (come notavamo per contrasto con il cinema americano) asceticamente sgradevole, è un film che magari non fornisce informazioni inedite sulla banda della Magliana, ma ti lascia inquieto e spaventato come dopo una discesa all'inferno." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 30 settembre 2005)

"Il film c'è: scolpito e incalzante, acceso da squarci visionari eppure concentrato nell'iperrealismo delle scene. Poi ci sono un mare d'imperfezioni, le forzature superflue e la deriva di un intento che si vuole antagonista e risulta solo approssimato e velleitario. Michele Placido si conferma regista votato all'azione pura e negato al contrappunto poetico-politico, ma, vivaddio, 'Romanzo criminale' si distacca con accattivante baldanza dal cinema italiano dell'ombelico d'autore. (...) Due ore e mezza che guardano a Leone, Scorsese e Coppola nell'ottica di repulsione e attrazione sprigionate dalle gesta dei ragazzi di vita che vollero prendersi la città eterna. La parte riuscita sta proprio nell'allucinata predestinazione che affiora in ogni passaggio, dagli efferati sequestri alle clamorose rapine, dalle atroci esecuzioni alle tossiche prepotenze, dalle cupe omertà ai biechi commerci; nel buco nero del delirio di onnipotenza che si apre tra il compulsivo benessere e le luci sgargianti della Roma anni Ottanta. In questa fertile vena Placido si sente, purtroppo, in dovere d'iniettare un bella dose di complottomania & dietrologia comparate sul delitto Moro, la strage di Bologna, il tentato assassinio del Papa e persino la caduta del muro di Berlino: nient'altro che vaghe illazioni o pretestuosi nessi riconducibili alla famigerata teoria del doppio Stato che gioca a scopa con la storia dell'Italia repubblicana e raffigura le sue stagioni più aspre e controverse come un'Opera dei Pupi gestita dai servizi segreti, dalla Cia, dai fascisti e dalla Democrazia Cristiana. Non si può affrontare il tema della contiguità tra criminalità comune e poteri occulti o deviati, scartando Piccolo Cesare, Scarface e il Padrino e pigliando il trespolo col solito Grande Vecchio/cocorita." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 ottobre 2005)

"La storia della banda della Magliana vista come un poliziesco sociale dal regista Michele Placido, più che mai Cattani: la piovra della Roma sud anni 70 è micidiale, entra in contatto con le stragi destrorse di allora, costeggia il caso Moro. Il film, dal libro di De Cataldo, ha un ritmo elettrico che non c' entra né con la vita né con la letteratura, ma con la pasta degli incubi del cinema. Un puzzle di personaggi incredibili (ma i giovani sanno oggi chi sono?), giallo atipico e cinico in cui Placido (al suo miglior film) non rende romantici i banditi, anche se ciascuno pecca per le ragioni del cuore: quei bravi ragazzi scorsesiani che cantano 'Ho in mente te'. Cast virile, attori fantastici, guai a chi dice che il nostro cinema ne è privo: vedere per credere Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart e Pierfrancesco Favino, seguiti dalle due pupe, dal frustrato Accorsi e Scamarcio, intenso in poche battute." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 ottobre 2005)

"Michele Placido, che ha firmato uno dei più notevoli film visti qui (nel cast Accorsi e Rossi Stuart), si presenta alla giuria come chi va in tribunale senza l'avvocato. Infatti il FilmFest ha trascurato di includere nel consesso un membro italiano, sgarbo che si è già verificato e avrebbe dovuto provocare almeno una telefonata di protesta dai ministeri interessati." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 16 febbraio 2006)
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