PHOTO
David Lynch
È passato un anno dalla morte di David Lynch: il 16 gennaio 2025, il maestro ha lasciato questa dimensione dell’esistenza, si è dissolto ma non è scomparso, anzi la sua permanenza è più che mai viva. Di lui, a livello atomico, resta la lapide all’Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles, condivisa dalla figlia e regista Jennifer Lynch: “Night Blooming Jasmine” è l’enigma-epitaffio, che come tutti i misteri lynchiani si può sciogliere ma va rispettato. L’allusione al gelsomino notturno di Pascoli ci conduce verso il fiore che si schiude di notte, nell’oscurità; il fiore di Lynch è sbocciato anche di giorno, nel corso della sua vita, ma è nella regione della tenebra che si capisce perfino meglio, viene annusato, introiettato, storicizzato.
Di David Lynch c’è un lascito diretto e uno indiretto. Il primo risiede nei fatti, ovvero negli eventi che si sono srotolati negli ultimi dodici mesi: è stato presentato a Locarno “l’ultimo film di Lynch” che rischia l’equivoco, nel senso che il regista fu uno dei produttori senza metterci mano. È Legend of the Happy Worker di Duwayne Dunham, montatore di Velluto Blu e Cuore Selvaggio, una storia di frontiera, una provocazione positiva sull’archetipo americano del buon capitalismo e dei lavoratori felici.


Legend of the Happy Worker
(Arte3 GMBH)Un film però anche “oziano”, nel senso del Mago di Oz, e forse questo ci aveva visto il regista di Missoula, l’eterna ossessione fleminghiana da sempre riversata sullo schermo, quel sublime delirio Technicolor alla base del “lynchianesimo”, culminando nella fatina buona di Sheryl Lee proprio in Wild at Heart. L’altro fatto sta nel fascino dell’incompiuto, svelato ancora da Jennifer, cioè la presunta serie per Netflix dal titolo provvisorio Unrecorded Night che il cineasta stava cucinando, nel mondo delle idee, al momento della fine. Tale resterà, un’idea.
E poi c’è il dato concreto dell’eredità, che si è affacciato sulle cronache negli ultimi tempi: la famosa casa di Hollywood messa in vendita per 15 milioni di dollari, ma soprattutto i 400 oggetti appartenuti a Lynch battuti all’asta per privati, tra cui le sceneggiature di Twin Peaks e Mulholland Drive. Un brutto colpo per chi sognava un “David Lynch Museum” accessibile a tutti, con gli strumenti creativi e i feticci dell’artista, ma tutto sommato la speranza di una ricomposizione resta, alla faccia della privatizzazione della memoria.


Alison Brie e Dave Franco in Together
(Courtesy of NEON / Germain McMicking)Al polo opposto troviamo il lascito indiretto oppure, come dicono a Twin Peaks, la musica nell’aria. In tal senso la musica di Lynch continua a diffondersi, sia dentro che fuori lo schermo: può essere un caso che la nuova inchiesta di Garlasco viene definita la Twin Peaks italiana? Non è mai accidentale quando si diventa modo di dire, espressione idiomatica. Tracce di Lynch sono ovunque nel cinema di oggi, soprattutto nell’horror: l’avvitamento metafisico che avvolge la seconda parte di Together è molto lynchiano, così come è lynchiana la costruzione dell’immagine perturbante in Keeper, l’ultimo Oz Perkins, che per cesellare le sue creature discende da quel cinema.
Una virgola di David c’è addirittura in Ed Gein, il serial killer della serie Monster, specie quando si arrende all’impero della mente e intreccia un rapporto immaginario con la cagna di Buchenwald… E si potrebbe continuare, ma non rileva certo la quantità, piuttosto la sostanza: Lynch ha segnato il cinema e il suo fantasma continua a infestarlo. E continuerà. Dopo la dissolvenza restano pochi altri come lui, immensi vecchi, forse solo tre, Cronenberg, Polanski e Woody Allen. Per David Lynch invece vale ciò che diceva Edgar Allan Poe in Danza Macabra di Margheriti, tra i capolavori del gotico italiano: “C’è una differenza tra la tomba e la morte”. Qui c’è solo la tomba, e di notte fiorisce il gelsomino.
