Dal 19 al 21 gennaio torna in sala INLAND EMPIRE, il film più misterioso ed enigmatico di David Lynch, che conclude la sua filmografia (al contempo anticipando però il clamoroso ritorno di Twin Peaks) all’insegna di un rinnovato spirito indipendente e di una totale autonomia produttiva, che la tecnologia digitale rende possibile. Il restauro in 4K da Criterion con la collaborazione di Studiocanal è stato supervisionato dallo stesso Lynch. Ripubblichiamo la nostra recensione d’epoca.


Ed è ancora David Lynch. Forte del Leone d'oro alla carriera all'ultima Mostra di Venezia, dove portava questa sua ultima fatica, il regista americano è tornato a ruggire, spalancando le fauci della sua autorialità estrema, del suo impero interiore: INLAND EMPIRE, rigorosamente maiuscolo.

E l'ha fatto rincarando la dose. La dose onirica, folle e geniale del suo cinema, che trova definizione solo nella tautologia: lynchano. INLAND EMPIRE è sì una zona dell'amata Los Angeles, ma soprattutto un idiosincratico impero dei sensi, un locus creativo che partorisce incubi da visione.

In questo ultimo capitolo, Lynch getta nella sua anti-materia poetica la diletta Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux - già visto in Mulholland Drive. E partorisce un mare magnum profondo notte, increspato di sangue, travolto più che travolgente, che sfida la forza di gravità di qualsivoglia drammaturgia.

INLAND EMPIRE (2006)
INLAND EMPIRE (2006)

INLAND EMPIRE (2006)

Laura Dern è braccata, scrutata, stuprata da una macchina da presa obliqua, invasiva e ammorbante, che molte altre attrici - tutte? - rifiuterebbero. Inchiodata in stanze claustrofobiche, tallonata nella notte prezzolata di Sunset Boulevard, ingaggiata dal regista Irons e affiancata sul set da Theroux, la Dern diviene vittima consapevole, capro espiatorio dell'ennesimo sacrificio lynchano: sull'altare del cinema puro a immolarsi è la logica. Per molti la visione non catalizzerà l'opinione, viceversa: gli estimatori del regista apprezzeranno, i suoi detrattori non muteranno posizione.

Rispetto al prologo Mulholland Drive, INLAND EMPIRE è ancora più sregolato, apparentemente ancora meno "guidato". Tutto scorre, tutto passa. Infine la Dern muore, o forse no. Ma è un film divorante, egocentrico, narcisistico e - letteralmente - imperialistico. In rarissimi casi lo spettatore si sente così libero di scorrere tra le immagini, rischiando di perdersi, e contemporaneamente così vincolato al fluire di una poetica che non teme la contraddizione interna e l'aporia, ugualmente rischiando di perdersi. Forse solo in questo caso, la visione è così costrittiva, durante e dopo: soggezione, incomprensione, plauso, straniamento, repulsione sono reazioni indifferentemente legittime.

Definitiva variazione sul tema (dell')inconscio, INLAND EMPIRE riscrive le regole del genere lynchano, mutando all'unisono il concetto stesso di opera e di giudizio sull'opera, ovvero muovendo verso l'infinito e oltre le coordinate della creazione e riducendo ai minimi termini l'utilità della critica. Ma con un retaggio antico: per Lynch il cinema può ancora cambiare il mondo. Almeno il proprio.