“Franz, non siamo più a Venezia”, diceva all’amato la Contessa Serpieri, quintessenza del cinema d’amore italiano (forse europeo); e noi invece siamo ancora qua, a ricordare colei che più d’ognuna incarnò anzi fu la bellezzaAlida Valli ovvero la bellezza e le vite dentro una vita: la nobile, come si evince dall’anagrafe (Alida Maria Altenburger Freiin, baronessa von Marckenstein und Frauenberg), con le ascendenze aristocratiche del padre, un barone tirolese che faceva il professore di filosofia; l’esule, poiché nel 1930 fu costretta a lasciare la natia Pola, il 31 maggio 1921 dove nacque dove, per Como, anticipando lo straziante esodo giuliano-dalmata; la diva, prima con l’esplosione durante la stagione dei telefoni bianchi, la commedia di regime della quale fu simbolo poco più che adolescente, e poi con “i film che parlano al vostro cuore” e i melodrammi in costume; la cosmopolita, quando David O. Selznick la chiamò a Hollywood come alternativa alla reietta Ingrid Bergman, con la quale condivide l’eleganza algida, lo sguardo incendiario, la sensualità controllata; la signora, così percepita nella maturità (precoce, come si nota nei film di Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni e Pier Paolo Pasolini) che la vede al servizio di giovani registi adoranti (Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Dario Argento); e la dimenticata, in un crepuscolo segnato da rare apparizioni e difficoltà economiche.

Alida Valli
Alida Valli

Alida Valli

Morì vent’anni fa, il 22 aprile 2006, Alida Valli, e, nonostante un bel documentario in sua gloria firmato Mimmo Verdesca, la sua eredità resta sommersa, quasi snobbata rispetto a quella di attrici altrettanto leggendarie e però forse meno in dialogo con la contemporaneità, le sue istanze, i suoi contrasti. Tuttavia la morte non ci può fermare di fronte all’esigenza di augurare lunga vita ad una vita lunghissima che vogliamo spingere oltre il naturale decesso, ottantaquattro anni – nacque a Pola, allora italiana, – attraversati senza cedere alla retorica e alle etichette.

Alida Valli è ancora il fantasma di un cinema che ha incarnato in tutte le sue trasformazioni, una spatriata che ha sempre cambiato pelle come la sua città tormentata (“Troppe volte, come la mia città, avevo cambiato pelle, ma ero nata e sarei morta italiana” disse quando rifiutò la cittadinanza onoraria di Pola). Non sarà un caso che sia proprio lei, così sfuggente e radicale, a mancare l’appuntamento con la riscoperta: la diva più divina è la più rimossa dalla memoria collettiva. E se fosse stata propria a scappare dalla monumentalizzazione, scegliendo di vivere in un modesto appartamento con i fedeli gatti, gli acciacchi dell’anzianità e quel vitalizio Bacchelli che il governo elargisce agli italiani illustri.

Ci si chiede spesso perché il destino conceda loro questo scomodo epilogo e non basta la legge del contrappasso per trovare un senso accettabile. Sappiamo qualcosa ha beneficiato della cosiddetta legge Bacchelli, dalla regina del birignao Tina Lattanzi che perse la vista (e più di qualche spiccio al tavolo verde) e il mostro sacro Salvo Randone che doveva curare la moglie malata. Di Alida, invece, poco o nulla.

All’apice della carriera, dopo aver chiesto mille lire al mese durante le lezioni di chimica a chi covava per lei, ninfetta di regime, qualcosa di simile ad un represso sottotesto pedofilo, e salita agli onori degli altari cinefili come mater dolorosa di piccoli mondi antichi, Alida Valli approda ad Hollywood. Ma, giovane e decisa, non cede al protocollo della sottomissione al padrone: non vuole essere un’altra cortigiana, un oggetto nelle mani del capo, un ingranaggio dell’industria. E sceglie ruoli che la rendono una presenza quasi disturbante: uxoricida per amore per Hitchcock (Il caso Paradine) e quasi vedova inconsolabile di un criminale della tacca di Orson Welles (Il terzo uomo), dove s’incammina verso l’indefinito mentre Joseph Cotten, innamorato anche lui come tutti noi, vede scomparire la possibilità di un amore impossibile.

Alida Valli in Il terzo uomo
Alida Valli in Il terzo uomo
Alida Valli

Quello tra Valli – così la chiamano oltreoceano – e Hollywood è un amore destinato al fallimento. Un segno, perché nel suo destino ci sono Senso e la Contessa Serpieri, la coscienza della fine e l’incoscienza dei sentimenti, il melodramma e la storia alle spalle, l’amore per qualcuno che non esiste se non nella prospettiva della paura di non essere amati, il dolore che fa deflagrare il cuore fino a vagare nel buio per sfidare la certezza della morte. Poi, il grido alle pompe di benzina e che riecheggia di fronte a bambini uccisi da cancellate che trafiggono il corpo (Novecento), un’infinita permanenza nel ricordo (L’inverno ti farà tornare) e donne ragno tessono tele attorno a mitologie alimentate da inganni (Strategia del ragno).

Con la maturità diventa sempre più perturbante: sovverte la prima notte di quiete, quando impedisce ad Alain Delon di entrare nell’appartamento di Vanina; insegna danza per coreografare un sabba di morte (Suspiria); aggiorna il complesso di Edipo alla volgarità del corpo sciolto (Berlinguer ti voglio bene). Sorgeranno lune e cadranno angeli ribelli, resteranno i segreti delle vecchie tate (Segreti segreti) e i vuoti di compagni scomparsi (Zitti e mosca). Alida Valli continua a parlarci ancora citando Breton, giacché il desiderio è il “solo rigore che l’uomo debba conoscere”. E speriamo che l’oblio non accarezzi chi vuole addormentarsi con il dolce rumore della vita.