Tra tutti i maestri della commedia all’italiana, Ettore Scola è stato il più acuto e attento a raccontare la complessità del carattere nazionale, tant’è che molti suoi film possono costituire una sorta di sussidiario illustrato della storia italiana. Più del balzachiano Mario Monicelli e certamente più dell'anatomopatologo Dino Risi, Scola voleva bene ai suoi antieroi.

È stato il più italiano di tutti, un provinciale a Roma che ha imparato a osservare il popolo trasfigurandolo nelle illustrazioni per il Marc’Aurelio. Scola ha pedinato gli italiani senza starli addosso, ne ha colto le ossessioni private, impresso e ribaltato i luoghi comuni (che “contengono sempre un po’ di verità” dice Adriana ne La famiglia, scatenando il sarcasmo di Carlo: parafrasi di tutta un’opera), raccontato quanto possano essere vittime di umori instabili e volubili.

Se c’è qualcosa che accomuna tutti i personaggi di Scola è la convinzione di sentirsi sprecati rispetto a ciò che la vita sta offrendo loro. Perciò l’unica cosa che possono fare è abbandonare la ragione e cedere agli impulsi dati dalla vita, ai contraccolpi del cuore, alle affettuose storture di caratteri che forse non sono solo dei caratteracci.

Sarà per questo che, tra tutti i grandi registi del cinema italiano, è uno di quelli che continua a interrogare le nuove generazioni: fatevi un giro su Letterboxd, il social dei cinefili, per scoprire quanto i giovani spettatori amino i film di Ettore Scola. Che moriva il 19 gennaio del 2016, nello stesso giorno in cui nacque Antonio Pietrangeli, uno dei suoi mentori. A dieci anni dalla scomparsa, ripercorriamo la carriera di Scola con la classifica (arbitraria, ma tant’è) dei suoi film, dal peggiore (diciamo) al migliore.


30. La congiuntura (1965)

Con suprema onestà, Scola definiva i suoi primi film delle “stronzate”. La sua seconda regia indovina un bel titolo che potrebbe determinare il sentimento del tempo (il lato oscuro del miracolo economico e le crepe del benessere). Ma lo spreca in un film fiacco e blando, che ha sì l’intuizione del giallo rosa – filone che di lì a qualche anno avrebbe dilagato nel nostro cinema con ambizioni internazionali – ma si limita a gestire un Vittorio Gassman di maniera e a fregiarsi della presenza di Joan Collins. C’è anche un’impropria benché curiosa deriva slapstick nel finale.


29. Se permettete parliamo di donne (1964)

Tra i tantissimi film a episodi del periodo è uno dei pochi a essere diretto da un solo regista. E con un solo attore, il mattatore Gassman, a interpretare ogni storiella. È la cosa più interessante dell’esordio da regista del trentatreenne Scola, il primo dei tredici film girati con l’amico Gassman, una prova di maturità per uno sceneggiatore che aveva già scritto (soprattutto con il sodale Ruggero Maccari) film come Il sorpasso e Anni ruggenti, La visita e I mostri. Poi, è poco più di un veicolo per il funambolico protagonista, un’antologia invecchiata male e forse un po’ maschilista.


28. Mario, Maria e Mario (1993)

Dopo Nanni Moretti (La cosaPalombella rossa) e Alessandro Benvenuti (Zitti e mosca), il già ministro della cultura nel governo ombra del Pci non poteva non occuparsi della transizione verso Partito Democratico della Sinistra. Il triangolo sentimentale e politico è un pallido e pigro ricordo di C’eravamo tanto amati e a prendersi la scena è soprattutto “la Base”, con le discussioni tra chi non vuole restare schiacciato dalle macerie del Muro di Berlino e chi non sa rinunciare a falce e martello. Notevole, però, la scena della pizzeria, con il compagno più radicale che si siede lontano dai riformisti.


27. Thrilling (1965)

Se escludiamo i collettivi Signore e signori, buonanotte e I nuovi mostri, in cui gli episodi sono ascrivibili ai registi coinvolti ma non firmati, è l’unico sketch scritto e diretto da Scola. Il vittimista è il primo incontro con Nino Manfredi, qui nel tipico ruolo di uomo schiacciato dagli eventi, un insegnante di latino assillato dal pensiero che la moglie lo voglia uccidere. L’ambizione sarebbe quella di giocare con l’atmosfera sospettosa di un giallo hitchcockiano, condito con il gusto sadico della commedia all’italiana, ma i quaranta minuti dell’episodio sono di routine e battono la fiacca.


26. Maccheroni (1985)

Nel decennio in cui Scola riflette sul tempo che passa, ecco il racconto di come una grande menzogna possa procurare felicità nelle piccole vite di persone modeste e sfortunate. Calato in una Napoli antiretorica, uggiosa e malinconica, dove la sceneggiata sconfina nel mélo e la commedia all’italiana fa i conti con il camorra movie, con Jack Lemmon che dà lustro e Marcello Mastroianni fa macchia. Ma c’è poco al di là dello spunto delle resurrezioni, puro realismo magico da mistero napoletano. Designato, tra le polemiche, per la corsa all’Oscar, è tanto dignitoso quanto esile.


25. Gente di Roma (2003)

All’epoca fu trattato con la deferenza dovuta ai maestri che fanno cose un po’ così, accorate ma confuse, in bilico tra l’ingenuità e l’imbarazzo. Eppure, al netto di una resa non esaltante, questo collage che incrocia reale e fiction contiene il germe di una modernità, l’evidenza di un disagio, la consapevolezza del tempo che sfugge. E nell’album delle figurine si appiccicano nella memoria le apparizioni dei due vecchi, figli di una Roma perduta e rimpianta: Arnoldo Foà in preda all’Alzheimer di fronte a un’amatriciana e Fiorenzo Fiorentini che recita un sonetto del Belli.

Ettore Scola e Arnoldo Foà sul set di Gente di Roma
Ettore Scola e Arnoldo Foà sul set di Gente di Roma

Ettore Scola e Arnoldo Foà sul set di Gente di Roma

(CGTV)

24. L’arcidiavolo (1966)

Batte il ferro caldo dell’universo Brancaleone (una sontuosa commedia in costume che gioca con il lessico e valorizza l’istrionismo buffonesco di Gassman: la ricca produzione è sempre di Mario Cecchi Gori), ma i problemi della commedia sono esemplificati dalla dissonanza tra il protagonista compiaciuto e la clowneria fuori posto di Mickey Rooney come diavoletto tutto smorfie e manierismi. All’origine c’è il Belfagor di Machiavelli che dà il quarto di nobiltà, ma è più una grossolana farsa di corte che una satira allegorica (i riferimenti all'attualità sono estemporanei).


23. Splendor (1988)

Dei tre compianti al cinema in sala di quell’anno (il trionfale Nuovo cinema Paradiso e il più dimesso Via Paradiso) è il più politico, tant’è che il signorotto del paese che vuole comprare lo Splendor si chiama cavalier Lusconi (un po’ come il Lombardoni di Ginger e Fred dell’amico Fellini). Un’azione civile più importante nelle intenzioni che negli esiti, dal tono più lamentoso che commosso, una moscia cavalcata nostalgica in cui Mastroianni va di mestiere (discutibile il trucco che lo ringiovanisce) e Massimo Troisi offre una variante “poetica” del suo personaggio malincomico.

Marcello Mastroianni e Massimo Troisi in Splendor
Marcello Mastroianni e Massimo Troisi in Splendor

Marcello Mastroianni e Massimo Troisi in Splendor

(Warner Bros.)

22. Permette? Rocco Papaleo (1971)

Nella sua “transizione” verso un cinema più personale (d’autore?), Scola ha declinato in vari modi il tema dell’emigrazione. Qui vola negli Stati Uniti insieme a uno dei suoi feticci, Mastroianni, nel pieno della sua allure divistica, che tratteggia il bozzetto di un loser, un pugile meridionale che dal sud vola a Chicago per assistere a un grande match di boxe e incappa in una fotomodella (Lauren Hutton). Come nel coevo La mortadella di Monicelli, la visione dell’America è in bilico tra l’ipotesi grottesca e l’alienazione sotto la macchietta, ma il free jazz è un po’ troppo controllato.


21. Signore e signori, buonanotte (1976)

Esempio più celebre del cosiddetto cinema delle cooperative, in cui gli autori Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli e Scola si scagliano contro la degenerazione culturale scaturita dalla televisione. Benché nessuno firmi ufficialmente i vari pezzi, sappiamo che Scola diresse le parti del telegiornale in cui l’indolente mezzobusto Mastroianni presenta la carrellata di episodi che simula il palinsesto quotidiano: una satira moralista contro l’ordine costituito (politica, forze dell’ordine e chiesa), ma gli addendi valgono meno della somma.

Marcello Mastroianni
Marcello Mastroianni
Marcello Mastroianni

20. Concorrenza sleale (2000)

Nell’Italia degli anni Trenta, la rivalità tra due commercianti di stoffe, l’uno fascista e l’altro ebreo, si trasforma dopo le leggi razziali. L’ultimo film “tradizionale” del maestro è la testimonianza ultima di un cinema che sa di antico, curato nella sua dimensione artigianale (parte delle scenografie di Luciano Ricceri fu riciclata da Dante Ferretti per Gangs of New York), controllato sul piano tematico e valoriale (sceneggiatura di Scola con la figlia Silvia e di Furio e Giacomo Scarpelli), solido nella direzione del cast (di gran classe il duetto tra Diego Abatantuono e Sergio Castellitto).


19. Che strano chiamarsi Federico! (2013)

Non una biografia di Fellini a vent’anni dalla morte, ma un ritratto filtrato dalla memoria dell’ottantenne Scola. Un film senile e giovanissimo, anarchico e collodiano: senza enfasi né retorica ma con affetto e tenerezza, azzardando una specie di minimalismo magico, il regista fa rivivere l’amico geniale e il suo mondo reale (la redazione del Marc’Aurelio, le nottate in macchina, gli incontri). E Scola ha anche il merito di restituire Cinecittà al cinema, palesandone i trucchi e gli inganni, in un metafilm o un film-ricordo: se un cinema di Fellini non esisterà più, tanto vale smontarlo e giocarci.

Che strano chiamarsi Federico!
Che strano chiamarsi Federico!

Che strano chiamarsi Federico!

(Bim Distribuzione)

18. Che ora è (1989)

Il duetto tra Mastroianni e Troisi (entrambi premiati con la Coppa Volpi a Venezia) ha aumentato la fama di questo film di parola, una conversazione sull’incomunicabilità che trasforma il rapporto complesso e faticoso tra un padre e un figlio che non si conoscono e devono porre rimedio prima che sia troppo tardi. Scritto da Scola con la figlia Silvia e Beatrice Ravaglioli, è un passo a due crepuscolare che appartiene soprattutto ai due attori (due sfumature del candore, dell’impaccio, della paura) a Luciano Tovoli, che fotografa una Civitavecchia invernale di straziante malinconia.


17. Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam (1973)

Nell’Italia sospesa tra la contestazione e gli anni di piombo, il più militante dei film di Scola segue un giovane irpino che da Trevico (paese natale del regista, che si trasferì a Roma pochi anni dopo la nascita) emigra a Torino, dove gli hanno promesso un lavoro alla Fiat. Il realismo è senza fronzoli fino a sconfinare nel documentario quasi da guerrilla, il tono polemico si muove tra la rabbia e il pessimismo, la coscienza politica squaderna le annose questioni (il razzismo, l’emergenza abitativa, lo sfruttamento, la lotta). E, pur essendo figlio del suo tempo, è drammaticamente contemporaneo.


16. Romanzo di un giovane povero (1995)

Ultima delle otto collaborazioni con Alberto Sordi (che di Scola fu testimone di nozze) e penultima performance del divo. Che, nel suo lungo crepuscolo, torna a esplorare quel lato oscuro, sadico e meschino valorizzato soprattutto negli anni giovanili. Nel ruolo di un vecchio acido e malvagio, che vuole uccidere l’ingombrante moglie per vivere un’improbabile storia d’amore con una pizzicagnola, Sordi domina un film minimalista e livido, una commedia cupa che si trasforma in un giallo borghese, girato nello stesso condominio di Una giornata particolare: ci si può sentire isolati anche in un alveare.

Romanzo di un giovane povero
Romanzo di un giovane povero

Romanzo di un giovane povero

(Istituto Luce)

15. Il viaggio di Capitan Fracassa (1990)

Scola chiude il decennio segnato dal ritorno al passato con una mascherata metalinguistica che ha la sua genesi nel film che apre gli anni Ottanta (La terrazza, dove il dirigente Rai Serge Reggiani non riusciva a farsi approvare lo sceneggiato tratto da Gautier). Opera desiderata, è un’autoriflessione sul cinema: un coro di poveri cristi in una perenne messinscena comica, l’incidenza della memoria, il racconto picaresco fondato sulla fame, il bisogno di un po’ di sogno per mandare avanti la realtà. Il Pulcinella di Troisi è il deus ex machina: “Una storia senza dolore non farebbe ridere”.


14. I nuovi mostri (1977)

Come in Signore e signori, buonanotte, anche qui (pensata per aiutare economicamente lo sceneggiatore Ugo Guerra) la paternità degli episodi non è ufficiale. Tuttavia, sappiamo che Scola ne diresse sette (tre dei quali tagliati nella versione più vista): i migliori sono quelli con Sordi, figlio che abbandona la mamma all’ospizio nel feroce Come una regina e guitto che trasforma un funerale in una comica in Elogio funebre, il più celebre è la lite tra Gassman e Tognazzi in Hostaria. La tensione sociale del Paese riecheggia in ogni scenetta di questa antologia acida e crepuscolare.


13. La cena (1998)

L’umanità che affolla il ristorante romano Arturo al Portico in quella che forse è l’ultima grande commedia borghese italiana. Film di volti e situazioni, quasi altmaniano nell’accavallamento di voci, sintomatico di uno spaesamento (se l’Italia di fine Novecento è incomprensibile, tanto vale chiudersi, attovagliarsi, scannarsi, tornare a casa), nonché ennesimo esperimento del regista sull’unità di tempo. Opera collettiva: il cast (più di trenta personaggi), le musiche di Armando Trovajoli, le scene di Luciano Ricceri, il montaggio di Raimondo Crociani, la fotografia di Franco Di Giacomo.

La cena
La cena

La cena

(Medusa)

12. Il commissario Pepe (1969)

Vizi privati e pubbliche virtù in una città del nordest: il malinconico e frustrato commissario Tognazzi indaga. Se la commedia all’italiana è sempre il racconto di una crisi individuale che riflette un malessere collettivo, allora questa è tra le più disincantate, la prima di quelle trenodie che il regista continuerà ad officiare nel decennio successivo. Nella provincia dei signori & signori con il gusto pop dell’epoca (tappezzerie, costumi, accessori), Scola e Maccari chiudono gli anni del Boom con due certezze: l’ascensore sociale non funziona; non avremo mai una borghesia decente.


11. Il mondo nuovo (1982)

Apoteosi del rapporto privilegiato tra Scola e la Francia: come La terrazza, è la storia di un gruppo, stavolta itinerante, che fa i conti con le conseguenze della Rivoluzione Francese e il crollo dell’Ancien Régime a cui miti e costumi resta ancorato. A suo modo è il viaggio della speranza di un gruppo di privilegiati che sanno di essere dei disperati, condannati a una sconfitta della Storia come ha già capito il disincantato Casanova di Mastroianni. Costoso ma non imbalsamato, fastoso eppure decadente, brillante con un finale violento. Ultima sceneggiatura di Sergio Amidei, mentore del regista.


10. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968)

L’avventura è un elemento ricorrente per Scola, con la lunghezza didascalica del titolo che guarda all’immaginario del Corriere dei piccoli: cresciuto con il mito di Salgari e affascinato dall’esotico, un borghese ricco e annoiato parte (leggi: fugge) col pretesto di riportare a casa un parente disperso. Sordi ne è il naturale protagonista, tra entusiasmo infantile, arte di arrangiarsi, fremiti sessuali, cinismo romano e prevista saudade. Un po’ buddy movie (il ragioniere Bernard Blier), un po’ road movie, un po’ commedia di costume, un po’ parodia del mondo movie. Gran finale amaro.


9. Ballando ballando (1983)

La grande scommessa di Scola all’apice del suo potere: un quarto di secolo di storia francese narrato con i crismi della commedia all’italiana e le forme delle comiche mute, l’eleganza di un musical d’oltreoceano e la consueta tenerezza del regista. Film difficile e anomalo, rinuncia alla parola e sceglie la musica come unica comunicazione possibile tra i personaggi, fumetti dalla fisionomia buffa che accidentalmente sono anche esseri umani (un cast di mimi, ballerini, attori). Candidato all’Oscar dalla coproduzione algerina come miglior film straniero (fu la terza volta per Scola).


8. Dramma della gelosia. Tutti i particolari in cronaca (1970)

Sulla scia di Straziami ma di baci saziami di Dino Risi, un’altra ricognizione umoristica sulla cultura popolare nello spazio di un triangolo romantico. Storia buffa e rocambolesca, che si prende gioco del lessico dei fotoromanzi e delle riviste, dentro un’atmosfera stralunata radicata nei sogni e nei bisogni di un proletariato travolto dalle conseguenze dell’amore. Esplosivo il trio composto dalla scatenata Monica Vitti, Mastroianni trasfigurato (miglior attore a Cannes) e dal giovane Giancarlo Giannini. E battute da antologia: “Una sofferenza d'amore può essere in quarche modo collegata alla lotta di classe?”.


7. Passione d’amore (1981)

All’origine del film più romantico di Scola c’è Fosca, il romanzo d’appendice di Iginio Ugo Tarchetti, che racconta lo strano amore tra un aitante soldato Giorgio e una donna ripugnante, epilettica e moribonda. Un quadro a olio, è l’esito più torbido del regista, ben inserito nella sua liaison francese, con più di un occhio al Truffaut di Adele H. e Le due inglesi. Mélo malato e tormentato, calato nelle tenebre di Orfeo ed Euridice, addirittura trascendentale nella sua ambiguità: raramente il cinema italiano ha saputo maneggiare così un’ossessione. Per Valeria D'Obici il ruolo della vita e una condanna.


6. La più bella serata della mia vita (1972)

Scola e Amidei adattano Le panne di Dürrenmatt, con un misurato Sordi a incarnare un tipo di connazionale che presagisce il futuro Berlusconi: esportatore illegale di capitali in Svizzera, bloccato da un guasto, finisce in un castello dove quattro magistrati (vecchie volpi del cinema francese) lo processano e condannano a morte: fin dove arriva la messinscena? Potrebbe essere solo una sbornia alcolica (ma solo Sordi si lamenta del vino, mentre i vecchi si esaltano nell'arte oratoria. Un’allegoria inquietante e spiritata, prima sorridente e poi spiazzante, troppo perturbante per piacere.


5. Brutti, sporchi e cattivi (1976)

Dopo aver letto il soggetto, Pasolini promise a Scola una prefazione al film, alla maniera dei romanzi, ma fu ucciso prima di poterla realizzare. Ma l’idealizzazione dei borgatari è negata sin dal titolo del film più spericolato di Scola (miglior regia a Cannes), che reinventa il sottoproletariato in una prospettiva quasi iperrealista e onirica (è un incubo?). Un’inquietante fantasia grottesca, un atroce coro di mostri, un gioco al massacro di detonante pessimismo. Eccezionale Manfredi che riesce perfino a temperare il gigionismo del brutale e squallido personaggio.


4. La famiglia (1987)

Nove episodi tra il 1906 e il 1986, introdotti dal carrello lungo il corridoio. La macchina da presa gironzola nell’appartamento senza uscirne mai, i passaggi generazionali avvengono attraverso espedienti artigianali e poetici. L’obiettivo è misurare la storia in un’unità di spazio. È un film cechoviano: i personaggi sono più insoddisfatti che mediocri, riflettono sulla contemporaneità in una dimensione a tratti atemporale pur imponendosi come espressioni del proprio tempo. Gassman, ultimo patriarca della famiglia senza nome, è memorabile per potenza e fragilità. Nomination all’Oscar.


3. La terrazza (1980)

Un fluviale (due ore e mezza) e impietoso affresco sugli intellettuali di sinistra scritto assieme ai cari Age e Scarpelli al tramonto degli anni di piombo. Partendo dal caos, ossia dalle periodiche e claustrofobiche cene in piedi organizzate sulla terrazza tra chiacchiere senza senso, freddure (Flaiano regna), pettegolezzi, ne viene fuori lo stato delle cose e delle persone della borghesia attraverso i ritratti di cinque maschi in panne segnati da un’ossessione. “Ormai siamo tutti così: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente”. Grande corale di transizione.


2. Una giornata particolare (1977)

Breve incontro tra due emarginati che si uniscono per un giorno, un po’ per solitudine e un po’ per disperazione, sulla radiocronaca dell’incontro tra Hitler e Mussolini (con interludi di Trovajoli). Ottenebrato dalla fotografia in bianco e nero a colori o viceversa (Pasqualino De Santis), animato da una progressione verso la rottura e che risorge in un amore disgraziato e impossibile, una ricostruzione d’epoca spettacolare nel suo minimalismo struggente, un apologo sulla solitudine alla luce nera della grande Storia. La più grande interpretazione di Sophia Loren e un indimenticabile Mastroianni (candidato all’Oscar).

Una giornata particolare
Una giornata particolare

Una giornata particolare


1. C’eravamo tanto amati (1974)

Storia di un’amicizia breve che vale una vita (tre partigiani che si conoscono in montagna: “La pace ci divise”), allegoria della sinistra all’altezza dell’amore (Stefania Sandrelli, epitome dell’Italia), compendio di trent’anni di storia che scompare come l’opera di un madonnaro. Commedia all’italiana in purezza e grande spettacolo d’autore, capolavoro seminale la cui fama cresce sempre di più e magnifico gioco teorico tra narrazione, Storia e metafora. E quell’umanista di Scola (con Age e Scarpelli) ci fa appassionare alla vita che si consuma nel tempo, ai problemi esistenziali perché quotidiani, alle intermittenze del cuore, il tramonto degli ideali.

Ceravamo tanto amati
Ceravamo tanto amati

Ceravamo tanto amati