PHOTO
Stéphane Brizé al Lecco Film Fest 2026 - Foto Stefano Micozzi
"Il cinema non è mai ideologico, semmai politico: sono un uomo che osserva i luoghi di disfunzionamento del mondo e i problemi etici che ne derivano”.
Quello di Stéphane Brizé, dalle prime prove intimiste fino alle derive mélo più recenti, è un corpo a corpo costante con le strutture della società contemporanea. Ma è nella sua celeberrima trilogia del lavoro che il cineasta di Rennes compie un vero e proprio gesto politico ed estetico: trasforma l’economia in drammaturgia e il cartellino da timbrare in una questione di vita o di morte.
È come se lo spazio filmico si trasformasse in un’aula di tribunale morale. Non perché il regista francese si vesta da giudice – non c’è niente di più lontano dal suo sguardo rigoroso, quasi scientifico – ma perché è la realtà stessa, ripresa nelle sue pieghe più aspre e quotidiane, a chiederci il conto.
Prima della tempesta: il realismo dei sentimenti
Prima di immergersi nei conflitti sindacali, Brizé – già Premio Bresson nel 2025 e in questi giorni protagonista alla VII edizione del Lecco Film Fest ("in un mondo che oggi è estremamente polarizzato, un mondo che fa la guerra, un mondo in cui da diversi anni alcuni governanti hanno definito le assi del bene e quelle del male, trovo che sia un vero segno di speranza e di apertura che dei responsabili della Chiesa accolgano e onorino opere laiche che quel mondo osservano, mettendolo in discussione insieme alla nostra umanità a volte inadempiente", ha detto il regista durante l’inaugurazione del Lecco Film Fest a proposito del Bresson ricevuto lo scorso settembre) – ha educato il suo sguardo attraverso un cinema di interni, di silenzi e di amori impossibili o trattenuti.
Titoli come Je ne suis pas là pour être aimé (2005) o Mademoiselle Chambon (2009) ci avevano mostrato un autore sensibilissimo nel filmare l’esitazione, la goffaggine dei corpi che cercano un contatto, il peso specifico del non detto.
Un allenamento all'osservazione minima, quasi pudica, che si rivelerà fondamentale quando l’orizzonte del regista si sposterà dal privato al pubblico, dal nucleo sentimentale al cuore nero del tardo capitalismo.


Stéphane Brize - Foto Karen Di Paola
La Trilogia del Lavoro: l'uomo microscopico contro il sistema
Tra il 2015 e il 2021, Brizé firma tre opere collegate da un invisibile filo rosso, tre stazioni di una Via Crucis laica ambientata nei luoghi della produzione. Al centro di questo trittico monumentale c'è un sodalizio artistico e umano che ridefinisce il concetto stesso di sineddoche attoriale: quello con Vincent Lindon. Il corpo massiccio, stanco e ferocemente umano di Lindon diventa l'allegoria di un'intera classe sociale.
In questo modo, il cineasta francese, insieme a Ken Loach e ai fratelli Dardenne, si fa cantore di un cinema che non interpreta il mondo, ma ci costringe a guardarlo negli occhi.
"Film come questi partono sempre da un lavoro di ricerca e documentazione: voglio sempre conoscere qualcuno che abbia vissuto quell’angolo di mondo per raccontare quel tipo di esperienza che poi intendo restituire sullo schermo. Nel caso della trilogia del lavoro, a parte l’attore protagonista, mi sono avvalso di attori non professionisti per accedere alla verità nel modo più diretto possibile”.
Anatomia di un trittico economico
Il percorso della trilogia non è causale, ma segue un preciso andamento verticale, scendendo prima dal basso per poi risalire la piramide aziendale, dimostrando come la macchina del profitto stritoli, indistintamente, ogni singolo ingranaggio. Dal compromesso etico, individuale, passando per la violenza del collettivo contro il capitale, per finire con il crollo psicologico del colletto bianco.
- La legge del mercato (2015): Il ricatto della sopravvivenza.
Brizé osserva Thierry (Lindon), un cinquantenne disoccupato che, dopo umiliazioni burocratiche, trova lavoro come guardia giurata in un supermercato. La macchina da presa lo scruta di spalle, ai margini, rispettando una distanza etica. Il dramma esplode quando il sistema gli chiede di spiare i suoi colleghi precari: accettare la complicità o tornare alla miseria? Il dilemma morale si fa carne.
- In guerra (2018): Il nervo scoperto della lotta.
Qui lo stile cambia radicalmente. La regia si fa concitata, mutua i codici del linguaggio televisivo e del reportage d'assalto. Lindon è Laurent Amédéo, sindacalista alla testa di 1100 operai pronti a tutto per evitare la chiusura della fabbrica. Non è più il tempo del silenzio, è il tempo dell'urlo, delle barricate, del corpo esposto. Un affresco commovente sulla disillusione e sulla solidarietà operaia.
- Un altro mondo (2021): L'alienazione dei colletti bianchi.
Il capitolo conclusivo compie lo scatto decisivo risalendo la piramide. Philippe Lemesle (Lindon) è un manager di alto livello, un carnefice che scopre di essere a sua volta vittima. Costretto dai vertici americani a tagliare altri posti di lavoro nonostante gli utili, Philippe vede sgretolarsi la propria famiglia e la propria salute mentale. La disumanizzazione ha raggiunto i piani alti.


Stéphane Brizé al Lecco Film Fest 2026 - Foto Stefano Micozzi
La dignità come ultimo avamposto
Ciò che rende ancor più preziosa la trilogia di Brizé è il rifiuto categorico del paternalismo. Non ci sono "buoni" bidimensionali o "cattivi" da melodramma d'appendice; persino i dirigenti americani che dettano i tagli via Zoom in Un altro mondo sono automi intrappolati in una logica algoritmica più grande di loro. Tutti sono assoggettati alla medesima, triste sorte se accettano di tradurre l'umanità in numeri.
Il finale di questo percorso ci regala una speranza che ha il sapore del cinema di Elio Petri o dello schiaffo morale di Alberto Sordi in Una vita difficile: la ribellione è ancora possibile, ma ha un prezzo altissimo. La dignità, ci ricorda Brizé con la sua macchina da presa implacabile, ha un costo enorme, spesso doloroso. Ma non ha, e non dovrà mai avere, un prezzo di mercato.
Cosa che in qualche modo ha ricordato lo stesso Brizé sempre durante il Lecco Film Fest: "Prendersi il tempo di osservare il mondo – attraverso i libri, le opere teatrali e i film che ci accomunano – è un modo per abitare il nostro mondo. È un invito a guardare la dignità di ciascun individuo, quale che sia il suo posto all’interno dell’ordine sociale. E in un festival di cinema come questo ci offriamo la possibilità di guardare il mondo e coloro che lo abitano…".
