Nel panorama odierno, Benedetta Cimatti ha una presenza scenica magnetica e imprevedibile: non cerca di compiacere lo spettatore a tutti i costi. Il percorso artistico dell’attrice emiliana si muove con disinvoltura tra le ricostruzioni della memoria collettiva e le atmosfere del cinema di genere. Ha iniziato il suo viaggio artistico con i toni leggeri della commedia e del dramma sentimentale, ma la vera svolta espressiva è coincisa con l'esplorazione del thriller, dell'horror e dei grandi affreschi storici. “Ho sempre avuto la passione per la recitazione, ma sono molto timida”, ha spiegato Cimatti. “Mio padre mi ha trasmesso l’amore per il cinema. Adesso non c'è più, è stato un grande chirurgo. Guardavamo di nascosto i film insieme, anche quelli che una bambina non avrebbe dovuto vedere. però lui diceva che dovevo conoscere tutto. Poi mi ritiravo in camera mia e di nascosto rifacevo le scene di L’ultimo dei Mohicani, e non solo”.

Con The End? L'inferno fuori e con Il primo figlio Cimatti ha dato voce ai temi dell'isolamento e della sopravvivenza in contesti dominati dalla violenza. La sua consacrazione internazionale è avvenuta nei panni di Rachele Guidi nella serie televisiva M. Il figlio del secolo, firmata da Joe Wright, in cui incarna una Donna Rachele autoritaria, indurita dalle mura domestiche, travolta complice di un contesto tragico. “C’è pochissimo materiale su Rachele Guidi ed è stato difficile dar vita al suo personaggio. Ho pensato a lei come a un animale in gabbia. In un contesto storico terribile non ho voluto giudicarla, altrimenti non sarei riuscita a restituirle un po’ di umanità. Per interpretarla sono dovuta ingrassare di otto chili e Joe Wright continuava a dirmi che dovevo sforzarmi di sembrare brutta. Gli inglesi hanno un metodo di lavoro scrupolosissimo, abbiamo fatto due mesi di prove su ogni singolo gesto e movimento, tutto era studiato. Alla fine ero diventata Donna Rachele”, ha detto Cimatti.

I suoi ruoli riflettono la trasformazione del modo in cui le donne vengono raccontate sullo schermo. Per decenni l'universo del brivido e del dramma storico hanno confinato le attrici nelle parti di vittime indifese o di figure comprimarie. Oggi, una nuova generazione di autrici e interpreti sta scardinando questi stereotipi: un esempio sono Julia Ducournau o Coralie Fargeat, che usano il corpo e l'elemento perturbante per rivendicare l'autonomia narrativa delle loro protagoniste. “I film horror mi fanno un po’ paura, ma mi piacciono. Il primo figlio parla di una futura mamma che ha subito un trauma. Esprime un po' tutte le ansie e i timori che una donna può avere per una maternità in arrivo. È un tema delicatissimo. Una donna deve essere libera di dire che ha paura di avere un figlio. Può non sentirsi pronta, avere difficoltà economiche o semplicemente non volerlo. Ci deve essere libertà”, ha aggiunto Cimatti.

La rilettura di figure complesse, con un rinnovato spessore psicologico, si traduce in un’espressione artistica che si sposa idealmente con il tema del Lecco Film Festival: “Con tutte le sue creature”. Perchè accoglie e si interroga su tutto ciò che esiste, inclusi gli esseri umani che si muovono nei territori del dolore, della colpa o della marginalità.

Il cinema frequentato da Benedetta Cimatti è, in fondo, un'indagine accurata sulle creature che abitano l'ombra. Che si tratti di superstiti che lottano contro mostri metropolitani, di madri sommerse dall'angoscia o di donne intrappolate nei meccanismi spietati della storia del Novecento, la sua recitazione restituisce dignità a ogni ferita.