È stato consegnato a Stéphane Brizé il 26° Premio Robert Bresson, nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Conferito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo, con il patrocinio del Dicastero per la Cultura e l’Educazione e del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede è stato consegnato dal Segretario Generale della CEI Mons. Giuseppe Baturi, alla presenza di Alba Rohrwacher, attrice con cui Brizé ha iniziato un sodalizio con Le occasioni dell’amore (2023) e che proseguirà in un secondo film (forse pronto per Venezia 83). Emozionato, il regista della Trilogia del lavoro (La legge del mercato, In guerra, Un altro mondo), tornando con la mente ai giorni in cui era un aspirante regista che provava a imparare dagli scritti di Robert Bresson, ha dichiarato: “Mi piace pensare che il premio che avete l’amabilità, la gentilezza e la generosità di conferirmi in questo momento, connetta le due estremità della mia esistenza con un filo invisibile che lega l’intuizione di un giovane uomo e la necessità di un uomo non più giovane oggi di continuare a riflettere sempre in compagnia del dubbio”.

Alba Rohrwacher, Alberto Barbera, Stéphane Brizé, Davide Milani e il Segretario Generale della CEI Mons. Giuseppe Baturi - Foto Karen Di Paola
Alba Rohrwacher, Alberto Barbera, Stéphane Brizé, Davide Milani e il Segretario Generale della CEI Mons. Giuseppe Baturi - Foto Karen Di Paola

Alba Rohrwacher, Alberto Barbera, Stéphane Brizé, Davide Milani e il Segretario Generale della CEI Mons. Giuseppe Baturi - Foto Karen Di Paola

Qual è il suo rapporto con il cinema di Bresson?
Alla cerimonia di consegna del Premio ho raccontato la storia di questo libro, Note sul cinematografo di Bresson, che comprai davvero per caso, in una libreria all'inizio degli anni ’90. L'ho letto e messo delle piccole croci davanti a delle frasi che avevano un senso per me come questa: appassionato della giustizia. Quando ho comprato questo libro, pensavo che mi avrebbe spiegato come si fanno i film ma non era esattamente così e l’ho messo via. In realtà oggi mi sorprende vedere quanto, alla fine, considerando che, quando l’ho letto, non avevo ancora girato nulla, il modo in cui io penso la scrittura, il lavoro sul set, è tutto lì dentro, in realtà. È comunque sorprendente il filo che lega quel momento in cui ho comprato questo libro e in cui non avevo mai girato nulla ad oggi che ricevo un premio che porta il nome di questo signore e regista.

A proposito di cinema del passato, quali direbbe che sono stati e sono i suoi maestri (e le maestre)?
Beh, è interessante e fa sorridere che mi si chieda anche delle “maestre” perché bisogna constatare che in passato c’erano purtroppo pochi modelli femminili a cui poter guardare. L’unica che mi viene spontaneamente in mente e che mi tocca molto per il suo gesto di libertà è Agnès Varda. Se vogliamo rimanere in territorio francese, le persone con cui “convivo” ogni giorno sono Maurice Pialat, Claude Lelouch, Claude Sautet, anche Bertrand Blier mi ha profondamente influenzato. E poi ci sono Ken Loach, Kaurismäki, Moretti in Italia, sono persone con cui abito, in un certo senso, in modo inconscio. Non mi dico mai però “come avrebbe scritto quella scena ?”, ma piuttosto “come l’avrebbe filmata?”. In tutti questi registi, e ce ne sono molti altri, c’è qualcosa che mi affascina sempre: rimango sempre colpito quando qualcuno impone il proprio sguardo, il proprio gesto cinematografico. Ed è questo che cerco di fare anch’io, perché non so fare altrimenti, non so guardare in un altro modo, non so creare in un altro modo. E ovviamente a questa lista potrei aggiungere Bergman, Bresson, Dreyer ovviamente… sono tanti. E poi ci sono anche i registi contemporanei.  Ci sono persone in giuria qui a Venezia con me, ad esempio, Alexander Payne, Bong Joon-ho o Mohammad Rasoulof, che hanno creato immagini che sono rimaste con me, in me, ed è bellissimo poter parlare con loro.

Che ci dice dello stato di salute del cinema francese oggi?
Se ci rifletto nel confronto con altri paesi, direi che il mio paese è riuscito a creare degli strumenti per permettere ai film di esistere e la Francia cerca di preservare questo sistema nel miglior modo possibile. Purtroppo però ogni giorno, il mercato, l’idea liberale, attacca questo sistema. Far esistere delle idee e proporre uno sguardo sul mondo è ciò che permette il cinema d’autore ma ci sono molte persone a cui questo non interessa affatto e che non accettano che i film possano esistere anche al di fuori del concetto di redditività.

Stéphane Brizé con il Premio Robert Bresson realizzato da Pianegonda - Foto Karen Di Paola
Stéphane Brizé con il Premio Robert Bresson realizzato da Pianegonda - Foto Karen Di Paola

Stéphane Brizé con il Premio Robert Bresson realizzato da Pianegonda - Foto Karen Di Paola

È stato elogiato spesso, specialmente dopo La trilogia del lavoro, per il coraggio che ha nel prendere sempre una posizione chiara con i suoi film. Crede che sia responsabilità degli artisti, soprattutto in questo momento, far sentire la propria voce attraverso il cinema?
​​​​​​Questa è una domanda molto, molto interessante, e cerco di rispondere così: la sola legittimità che mi riconosco è quella di parlare del mondo facendo film. Non posso farlo attraverso i tweet, non mi piacciono i social media, non ho nemmeno Facebook perché in questi social spesso c’è una forma di messa in scena di se stessi che io trovo molto grottesca. Quindi l’unico modo con cui interagisco con il pubblico è attraverso i miei film.  Non sono un uomo politico, non sono un sindacalista, il mio lavoro, il mio posto nel mondo è scrivere, prendere il tempo per guardare il mondo e scrivere storie su di esso, su di noi, uomini e donne, e tutto ciò che ci circonda.

Cosa la spinge a raccontare una storia al cinema?
​​​​​​Dopo il mio primo film, ho fatto fatica a scrivere il secondo, devo ammetterlo. Mi chiedevo se fosse il caso di smettere oppure no. Poi mi sono reso conto che, in realtà, la cosa che mi faceva alzare al mattino era scrivere storie. Quindi mi sono detto: non è facile, ma è lì che devi stare, perché è l’unica cosa che dà senso alla tua vita. Se fosse stato vendere fiori, avrei venduto fiori; se fosse stato il giornalista o il sociologo, avrei fatto quello. Ma il modo in cui io riesco a dare un significato alla mia esistenza è scrivendo storie.

Alba Rohrwacher al Premio Robert Bresson 2025 - Foto Karen Di Paola
Alba Rohrwacher al Premio Robert Bresson 2025 - Foto Karen Di Paola

Alba Rohrwacher al Premio Robert Bresson 2025 - Foto Karen Di Paola 

Ci può anticipare qualcosa del film che ha girato con Alba Rohrwacher?
​​​​​​Abbiamo finito di girare ad inizio luglio e Alba ha il ruolo principale, interpreta una responsabile delle risorse umane in una fabbrica. È una persona che si trova all’interno di un sistema senza rendersi conto della sua brutalità. Il film racconta un percorso di presa di coscienza, che per lei è molto difficile, perché è una persona molto insicura, che trova sicurezza proprio nel sistema in cui vive. Ma una situazione la costringerà ad aprire gli occhi, e alla fine la cosa peggiore che possa capitare a qualcuno che è inconsapevole,  è proprio diventare consapevole.