PHOTO
Premio Navicella Cinema Italiano – Il giovane favoloso di Mario Martone (premio ritirato dalla produttrice Patrizia Massa)
“Nel guardare non a Leopardi, ma con Leopardi, abbraccia con slancio immaginifico un'esperienza creativa, intellettuale e storica che travalica la semplice adesione al soggetto. Martone porta il dettaglio biografico, il genio e la febbrile umanità del poeta di Recanati all'interno di un'opera-saggio che, riflettendo sul rapporto tra artisti e intellettuali e sulla distanza che sempre dovrebbero tenere con la politica, le ideologie e le istanze del proprio secolo, ci dice più cose del nostro tempo di quanto non faccia tanto presunto cinema d'attualità”.


Premio Navicella Fiction – Pupi Avati per Un matrimonio
“Per la capacità di raccontare con ricercatezza e sensibilità la storia del Paese dal secondo dopoguerra a oggi attraverso il ritratto di una famiglia, le vicende (anche problematiche) di un matrimonio. Con sguardo attento e lucido, pronto a cogliere le sfumature relazionali e sociali, Pupi Avati porta in maniera feconda il linguaggio del cinema nel piccolo schermo, coadiuvato da un cast convincente in cui spiccano Micaela Ramazzotti e Flavio Parenti”.


Premio Diego Fabbri per il miglior saggio di cinema – Antongiulio Mancino per La recita della storia. Il caso Moro nel cinema di Marco Bellocchio
“All’apparenza studio sull’opera del regista piacentino, il volume muove da una prospettiva originale che ne fa un oggetto anomalo all’interno della saggistica cinematografica. Un saggio in cui la critica supera i suoi naturali confini per offrire una chiave di interpretazione della nostra Storia recente”.


Premio Colonna Sonora – Giuliano Taviani per Anime nere di Francesco Munzi
“Esempio perfetto di composizione evocativa e mai prevaricante, in grado di esaltare le atmosfere suggestive del film e l’innata tensione interna al racconto. Una colonna sonora limpida, di elevata qualità musicale ed eccellente esecuzione”.


Premio Rivelazione dell’anno – Maria Roveran per Piccola patria di Alessandro Rossetto
“In Piccola patria, l’immedesimazione è tale da non capire dove finisca il personaggio e dove inizi la persona. Maria Roveran, più che recitare, sembra vivere sulla scena. Tanta immediatezza non deve però trarre in inganno: la spontaneità non nasce da una reale vicinanza con la Luisa del film, ma è il frutto di un lavoro rigoroso sul corpo, il dialetto, l’espressione, il gesto, elementi nevralgici di una performance che fa del proprio sparire la sua qualità più evidente”.



