Il giovane favoloso

ITALIA - 2014
Giacomo Leopardi è un bambino veramente speciale, cresciuto nella casa di Recanati sotto l'egida del padre, il conte Monaldo. Il piccolo Giacomo non esce quasi mai di casa e avendo a disposizione una vasta biblioteca legge di tutto. Tuttavia, per quanto nelle pagine dei libri si legga di tutto l'universo, l'universo è fuori, lontano, irraggiungibile e la sua mente vuole viaggiare al di fuori delle mura paterne. In questo periodo, attraverso le poesie, Giacomo inizia a dare vita a quell'autobiografia interiore immensa e sofferta che lo porterà a delineare sempre più nitidamente il suo pensiero: un pensiero laico, lucido, una capacità implacabile di scorgere tutte le ipocrisie della società che ha intorno mentre il mondo cambia, l'Illuminismo apre la mente e scoppiano le rivoluzioni. Quando compie ventiquattro anni, Giacomo lascia finalmente Recanati e va alla scoperta del "mondo", riuscendo difficilmente ad adattarsi a causa del suo spirito ribelle. Si trasferisce quindi a Firenze con Antonio Ranieri, l'amico napoletano con il quale vive un'esistenza bohémien e che lo assiste con devozione, mettendo su carta i versi che il poeta gli detta. Leopardi, infatti, è sempre più segnato dalle malattie. Semicecità e deformazioni non gli impediscono, però, di invaghirsi della dama fiorentina Fanny Targioni-Tozzetti, che a sua volta è invaghita di Ranieri. Quando un'amnistia riapre a Ranieri le porte della sua città natale, dopo una sosta a Roma, Leopardi si sposta con l'amico a Napoli, dove l'aria è salubre e il clima più consono alle sue condizioni di salute. Allo scoppio del colera, i due si trasferiranno in una villa in campagna alle pendici del Vesuvio. E' qui che Leopardi scrive "La ginestra", la lunga poesia in cui racchiude il suo pensiero.

CAST

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL SOSTEGNO DEL MIBACT-DIREZIONE GENERALE CINEMA; REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DELLA REGIONE MARCHE E DELLA FONDAZIONE MARCHE CINEMA MULTIMEDIA MARCHE FILM COMMISSION; CON IL SOSTEGNO DI REGIONE LAZIO-FONDO REGIONALE PER IL CINEMA E L'AUDIOVISIVO. FILM REALIZZATO ANCHE GRAZIE ALL'UTILIZZO DEL CREDITO D'IMPOSTA PREVISTO DALLA LEGGE 24 DICEMBRE 2007, N. 244.

- PREMIO FRANCESCO PASINETTI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE (ELIO GERMANO, EX AEQUO CON ALBA ROHRWACHER PER HUNGRY HEARTS DI SAVERIO COSTANZO), PREMIO GIOVANI GIURATI DEL VITTORIO VENETO FILM FESTIVAL PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE (ELIO GERMANO), PREMIO PICCIONI ALLA COLONNA SONORA ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014).

- DAVID DI DONATELLO 2015 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (ELIO GERMANO), SCENOGRAFO, COSTUMISTA, TRUCCATORE (MAURIZIO SILVI), ACCONCIATORE (ALDO SIGNORETTI, ALBERTA GIULIANI) ED EFFETTI DIGITALI. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR FILM, REGISTA, SCENEGGIATURA, PRODUTTORE, FOTOGRAFIA, MUSICISTA, MONTATORE E DAVID GIOVANI. IL FONICO ALESSANDRO ZANON SAREBBE ENTRATO IN CINQUINA ANCHE PER QUESTO FILM E LA SOCIETÀ CHROMATICA SAREBBE ENTRATA IN CINQUINA ANCHE PER IL FILM "#LA TRATTATIVA - STATO MAFIA" (DI SABINA GUZZANTI), MA ENTRAMBI, DA REGOLAMENTO, SONO STATI CANDIDATI SOLO PER IL FILM PIÙ VOTATO.

- NASTRO DELL'ANNO 2015 ASSEGNATO DAL SNGCI.

CRITICA

"Ironico, ribelle, inquieto e vagabondo, sfrontato, dirompente. In altre parole, contemporaneo come una rock star. Così è il Leopardi raccontato ne 'Il giovane favoloso' (il titolo del film è mutuato da una poesia di Anna Maria Ortese) da Mario Martone (...), che ha affidato il corpo fragile, deforme e sofferente del poeta di Recanati a Elio Germano. Il regista prosegue così la sua personale riflessione sull'Ottocento italiano evitando le trappole di luoghi comuni che avrebbero portato dritto alle più scontate reminiscenze scolastiche. Sceneggiato dallo stesso Martone insieme a Ippolita di Majo a partire dai testi del poeta, dalla lettere e dai documenti che parlano di lui, il film ci restituisce un uomo più vivo e vero che mai, pieno di passione e furore, dolcezza e rabbia, diviso tra commoventi slanci vitali e profonde malinconie (...). Germano recita senza enfasi 'L'infinito' come se la celebre poesia nascesse per la prima volta dalle sue labbra e le musiche elettroniche del berlinese Sasha Ring offrono un interessante contrappunto alle immagini. Felice anche la scelta del resto del cast (...)." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 ottobre 2014)

"Elegante, lento, temerario dramma biografico di Mario Martone, che fra dialoghi colti, costumi d'epoca, musiche invadenti e brevi squarci paesaggistici, racconta la triste odissea leopardiana. Il poeta è incarnato dal via via più ingobbito Elio Germano, bravo a scansare la caricatura. Unica, deprecabile infedeltà al rigoroso ritratto, il femminiello nudo nel bordello napoletano. Inutile come il fulmineo Michele Riondino (...) senza veli." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 17 ottobre 2014)

"Il bellissimo, educativo ma non scolastico film di Martone su Leopardi s'accoppia a 'Noi credevamo', due modi di raccontare l'800: uno sul fallimento risorgimentale, l'altro su quel 'Giovane favoloso' che, guardando l'Infinito e l'ermo colle, sarà il primo a far la rivoluzione, pur accartocciandosi su se stesso: la Terra resta ferma, l'uomo gira intorno con le sue sofferenze, nonostante l'epoca invochi il new deal positivista. Ispirato dall'Epistolario e da altre confessioni, il regista scrive con Ippolita di Majo una sceneggiatura (pubblicata da Electa) in prosa e anche per metafora e visivamente, in versi, su un giovane ribelle (Cobain, Pasolini, Wittgenstein) nevrotico che rifiuta, odia e ama il padre ma lo cerca negli amici intellettuali e nell'affetto aitante di Ranieri (...). Diviso in scultorei blocchi narrativi, il film respira di uno sfarzo che viene dalla cultura non dal budget, dalla forza dell'introspezione a immagini, dal piccolo punto psicologico del montaggio di Quadri. Elio Germano, strepitosamente sofferente è anche consapevole, come si guardasse vivere: indimenticabile mentre struscia sulle pareti polverose di pergamena di libri, abbandona la «vile prudenza» e invoca il potere del Dubbio che salva dal tanto amato silenzio. Perfetto nel dosaggio di malinconia e di melanconia, è al centro di un cast perfetto con Michele Riondino, Massimo Popolizio e la grande compagnia di teatro Lombardi-Forte-Binasco-Graziosi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 ottobre 2014)

"Di 'II giovane favoloso' di Mario Martone - per noi il Leone d'oro della scorsa Mostra di Venezia - avevamo parlato come di un ritratto di Leopardi, diviso in tre ideali movimenti che avvitano il filo biografico al filo dell'opera, come aveva fatto il poeta stesso in quello sterminato diario che è lo Zibaldone: un condensato di stati d'animo, appunti, riflessioni, intuizioni filosofiche, che costituiscono una sorta di bozza dei suoi sublimi capolavori. (...) Sullo schermo le notti hanno la tersa limpidezza delle notti dei 'Canti', la musica del tedesco Sascha Ring si alterna alle note di Rossini; Popolizio e Graziosi incarnano autorevolmente il padre Monaldo e lo zio Carlo, Riondino è un romantico Ranieri. Ed Elio Germano è un Giacomo ironico e ribelle di straordinaria naturalezza. A questo punto, però, vorremmo introdurre un motivo che attiene alla poetica di Martone, il quale in questo Leopardi libertario e controcorrente ha messo molto di se stesso, non a caso intitolando il film da una definizione di Maria Ortese, l'autrice di quel magnifico affresco napoletano che è 'Il cardillo addolorato'. Nell'accompagnare il protagonista nella sua città natia, il regista l'ha guardata con gli occhi nuovi di uno straniero turbato della sua «meravigliosa confusione»; e, pur essendo artista che gioca semmai a raffreddare i toni - si è abbandonato per una volta a un conturbante registro visionario. Per poi riemergere a siderale serenità in un bellissimo finale scandito dai versi eterni di 'La ginestra'." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 ottobre 2014)

"(...) il titolo è fedele a quel che vediamo. C'è del metodo nel lavoro martoniano, nutrito delle 'Operette morali' esplorate a teatro e, ancor prima, del risorgimentale, corale 'Noi credevamo': qui la Restaurazione impera, l'Italia si duole in silenzio, ma Leopardi non è il gobbetto di Recanati, questo Giacomo rifiuta esplicitamente la 'consecutio malorum' storpio - infelice - pessimista cosmico. Perché Martone, che sceneggia con Ippolita di Majo, spazza via la polvere, le calcificazioni, le sovrastrutture scolastiche, la ignorantissima normalizzazione ex cathedra: Leopardi è nostro contemporaneo, eretico 'prepasoliniano', genio nonostante i tempi o, forse, in virtù di essi. Questo metodo, innestato sui versi-dinamite dell''Infinito', della 'Ginestra', è purissima carne: la presta, la piega Elio Germano, ma la sua performance non è condimento simbolico, bensì coordinata storica, filologia fisiognomica. Non è la parte per il tutto, quella maledetta gobba, non è il tratto distintivo del poeta, e Germano lo sa bene, la porta con compunzione, sofferenza, ma nessun allarme, nessun aggetto alla faciloneria in platea. No, quel che ci interessa di lui, del film, di Leopardi stesso è la visione, meglio, la visionarietà: nella finale sequenza delle ginestre in cui uomo, natura e cultura si fondono c'è il lascito vivo di una Realtà esperita dal poeta e consegnata ai posteri, a noi. Senza troppe mutazioni, è ancora tale, realtà: deficienza umana, natura matrigna, cultura (e politica) ottusa, non ritroviamo tutto questo nelle colpevoli alluvioni di questi giorni? Ma soprattutto, e rubiamo il titolo a un recente teen-movie, 'Noi siamo infinito', perché l'io leopardiano è inclusivo e il suo, il nostro tempo non se ne va. Martone parte da Recanati, ci apre la prigione reale del giovane Giacomo: libri come sbarre, il rapporto ondivago con il conte-padre, l'affetto per sorella e fratello, l'interpunzione mancata con la madre, come, appunto, si vedono di quando in quando. Poi, la fuga, la Firenze dei salotti buoni e dei cervelli meno buoni, la sbandata impossibile per Fanny, l'amicizia e il sodalizio con Ranieri, la definitiva discesa a Napoli, in cui la visione di Martone si dispiega, intercettando bagliori felliniani sul basso continuo viscontiano. Non è visione didascalica, ma storicamente accurata e proiettata qui e ora: la fotografia di Renato Berta utilizza il chiaro e lo scuro come carta e penna, la musica elettronica di Sascha Ring manda in cortocircuito la memoria corrente di Leopardi. Precursore, precario e presago (sì, PPP come Pasolini) fu Giacomo, e il film lo racconta come farebbe un amico affezionato e sveglio, non un maestrino col registro aperto." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 ottobre 2014)

"Piacerà. Magari anche molto. Ma a un patto. Anzi a due patti. Che abbiate ormai rinunciato ad aspettarvi da Martone un film veramente riuscito (se è così apprezzerete gli scatti di bravura, che non son pochi). E che rimuoviate il ricordo degli sciagurati interventi del regista napoletano a Venezia, quando ha paragonato Giacomo a Pier Paolo Pasolini (che sciocchezza, Giacomo non si sognò mai il successo mondano, il plauso delle conventicole letterarie che mai mancò a PPP). Le cose belle del 'Giovane favoloso' sono nella prima parte. C'è già tutto, le nevrosi dell'adolescenza e il presagio delle sconfitte della maturità (Martone, nel conflitto tra Giacomo e Monaldo, ha azzardato un paragone colla contestazione di 150 anni dopo). I nodi (cioè le sbandate narrative) vengono al pettine colle peregrinazioni a Roma, Firenze e Milano. I personaggi si mettono a parlare aulico (certo, in Italia nella prima metà dell'800 si discorreva così, ma perché riprodurre pedissequamente?). E i circoli intellettuali sono descritti in siparietti. Il legame tra Giacomo e Ranieri (con evidenti sottintesi omosessuali) è raccontato sulla base della corrispondenza dei due. Ad alcuni colleghi queste scelte narrative son sembrate indovinate. Così raccontava Rossellini, mi dicono. E' vero, raccontava così. Però faceva male. Non è un caso se a Venezia il film è stato bocciato di brutto dai recensori inglesi. Che hanno visto tutti i loro poeti (Keats, Shelley, Byron) filmati come Dio comanda." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 ottobre 2014)

"Fare un film su Giacomo Leopardi è come camminare su un crinale friabile e scivoloso. A ogni passo si rischia di cadere nello schematismo, nell'enfasi gratuita o, peggio, in una logica voyeuristica da «buco della serratura». Mentre sulla testa incombe la slavina del nozionismo scolastico, con i suoi luoghi comuni. Diciamo subito che, con 'II giovane favoloso' (...) Martone ha saputo evitare tutte queste trappole per restituirci un Leopardi veritiero (...) e insieme capace di andare al cuore della sua riflessione poetica e filosofica mentre il film segue un suo percorso interiore di liberazione dalle «catene» della famiglia e dalle convenzioni della società per riappropriarsi della propria vita e di un rigenerante legame con la natura. (...) Tutta questa materia è raccontata da Martone, che firma la sceneggiatura con Ippolita di Majo, in sottotono, senza voler sottolineare nessun episodio o significato in particolare, ma disegnando l'animo irrequieto di un giovane alle prese con le «gabbie» da cui vuole fuggire. Unica vera libertà il dissonante accompagnamento musicale di Sascha Ring, oltre all'episodio inventato dell'incontro col femminiello nel bordello «felliniano» di Napoli. Per il resto, la ribellione di Leopardi è fatta di piccoli passi, di un appunto lasciato alle pagine dello Zibaldone, di uno sguardo dalla finestra (verso quella vita che sembra sfuggirgli), di una poesia che fa risuonare la sua sensibilità, accennando a molti accadimenti biografici (...). E se qualche volta la messa in scena sceglie di mettere l'accento su un elemento, lo fa attraverso la straordinaria fotografia di Renato Berta, capace di sottolineare con la luce i chiaroscuri di un'anima o l'emozione di un paesaggio. Allo stesso modo la recitazione del cast sceglie un verismo mai troppo sottolineato, a volte giustamente ieratico (Graziosi, Popolizio, la madre affidata a Raffaella Giordano), altre volte più mimetico (Mouglalis, Riondino e tutti gli altri) su cui spicca la prova di Elio Germano, alle prese con un personaggio le cui poesie e le cui deformazione rischiavano di innescare il pilota automatico delle reminiscenze scolastiche, e che invece mostra sullo schermo una misura invidiabile, mai troppo enfatica nella dizione né troppo marcata nell'incedere, capace anche attraverso i toni della voce e le pose delle azioni di restituirci un po' di verità." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 2 settembre 2014)

"Vita di un uomo che non ebbe quasi una vita ma amava il mondo con trasporto totale. Ritratto di un'anima vasta e luminosa chiusa in un corpo piccolo e ingrato. Autobiografia interiore di uno dei più grandi poeti del suo tempo, malgrado il suo tempo. «II giovane favoloso» di Mario Martone è tutto questo insieme. Ma soprattutto è la cronaca aspra e visionaria di una lotta. La lotta senza fine che Leopardi condusse non contro il suo corpo, ma contro l'immagine a cui lo inchiodavano i suoi contemporanei. Pessimista perché infelice. Infelice perché storpio. Dunque solo, ovunque e comunque. (...) Non era facile dedicare un film a un personaggio dall'esistenza così ricca di pensiero e sentimenti, ma così avara di avvenimenti esteriori. Arduo anche rovesciare cliché e incrostazioni secolari per darci un pensatore radicalmente moderno, anzi nostro contemporaneo. Un 'eretico' che il regista qua e là avvicina a Pasolini (quei ragazzi che uccidono le lucciole con cinica noncuranza). Ma isolato anche in questo perché senza pubblico, senza seguito, senza un molo riconosciuto dai contemporanei, come tante altre figure della nostra storia letteraria. E qui Martone si ricollega al suo «Noi credevamo», altra storia di slanci e ricadute, sogni e disillusioni, ma tutta giocata sul palcoscenico tumultuoso e affollato del Risorgimento. Mentre a Leopardi tocca in sorte la Restaurazione e un'Italia ancora più piccola, meschina, chiusa in consorterie ostili, incapace di intuire la modernità di quel poeta. Martone dà il meglio del suo cinema materico e onirico, fino al magnifico finale della Ginestra, in cui il mondo fisico e mondo interiore finalmente si sommano e si confondono, un po' come le immagini del regista e i versi di Leopardi." (Fabio Ferzetti, 'Il Mattino', 2 settembre 2014)

"Quando Mario Martone ha cominciato a parlarci del progetto di un film sulla vita di Giacomo Leopardi, a tutti è venuta in mente la stessa domanda. L'unico però ad avere il coraggio (e l'autorità) di formularla apertamente è stato il grande e a volte ruvido Bernardo Bertolucci: «Mario, ma come puoi pensare di filmare la Poesia?». Filmare per giunta la poesia infinita, quella che prescinde da qualsiasi limite di epoca, luogo, biografia, e dunque tanto più dall'Italietta reazionaria e provinciale della Restaurazione, dal piccolo fascino del borgo recanatese, dall'infelice vita e povera di eventi di Giacomo Leopardi. Tutte le cose concrete, visibili, che una macchina da presa, sia pure guidata con talento e sostenuta da una bella sceneggiatura, può trasformare in immagini per colpire un pubblico chiuso in una sala. L' ossessione di Martone per Leopardi sembrava il sogno impossibile di un artista del cinema da troppo tempo auto esiliato nell'Ottocento, in una specie estrema di metodo Stanislavski applicato a se stesso. Come il grande regista russo obbligava i suoi attori a vestire panni dell'epoca di Oblomov anche fuori dalla scena, così Mario Martone da anni vive immerso in libri, documenti, costumi, palazzi, ambienti, pitture e sculture dell'Ottocento italiano. Tutto è cominciato con la scrittura di 'Noi credevamo', (...) una passeggiata rispetto all'ambizione di rendere per immagini il sublime potendo contare su pochi fatti, un paio di fughe avventurose, la fallita corsa alla gloria, più un coro di personaggi intorno a Leopardi poco indagati e all'apparenza troppo deboli. Martone ha risolto l'enigma con il racconto di un'anima in conflitto con l'epoca, il proprio mondo e perfino il proprio corpo. Ne è scaturito un film bellissimo, uno dei più straordinari e originali di Martone, una storia che ne contiene molte altre. (...) C'è la storia vivissima ancora oggi di un giovane favoloso d'immenso talento e coraggio intellettuale condannato a vivere in un'Italia che era ed è ancora un paese tagliato su misura per vecchi, conformisti e mediocri. C'è ancora la parabola di un'anima che tanto più si libera e giganteggia, quanto più il corpo si rattrappisce fino a diventare minuscolo. (...) E ancora II giovane favoloso narra di un'Italia ottocentesca che attraverso un meraviglioso paradosso spazio-temporale, senza bisogno di effetti speciali e macchine del tempo alla moda, illustra bene il Paese di ora, la sua borghesia indolente e codina, le classi dirigenti corrotte e provinciali, il popolino ignorante e primitivo. Una società soffocante dalla quale Leopardi non riuscirà mai a fuggire, nonostante la vita randagia e disperata da Recanati a Firenze a Roma alla terribile e meravigliosa Napoli degli ultimi giorni, sovrastata dall'ombra del Vesuvio, simbolo dell'approdo finale verso la spaventosa Natura. Alla forza del cinema di Martone e della scrittura di Ippolita di Majo si somma la prova di uno dei nostri attori più grandi, Elio Germano, che riesce a far ascoltare l'assoluta poesia dell'Infinito e della Ginestra come soltanto il miglior Carmelo Bene di tanti anni fa. (...) All'uscita dalla prima proiezione privata, per pochissimi amici, Bernardo Bertolucci si era alla fine dato da solo la risposta: «Ecco, così si filma la poesia»." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 2 settembre 2014)

"Una biografia, naturalmente, risolta però con felice intuizione, dal dato biografico commentato e quasi reso visibile attraverso l'opera in versi e la prosa dell'epistolario. Tutto è scandito con precisione (...). Episodi di una vita, non sempre risolti, con approccio felice nonostante la splendida fotografia tutte ombre e chiaroscuri del grande Renato Berta. Approfonditi però e addirittura vivificati non solo dalla sublime poesia di Leopardi ma da quelle lettere scritte in gran numero ad amici e parenti, ovviamente, si affidano all'italiano del tempo che, poi, trovata addirittura geniale, domina nei dialoghi dei singoli personaggi, riuscendo a farci sentire ad ogni battuta il profumo dell'epoca, superando perfino quello che le belle scenografie di Giancarlo Muselli e i costumi di Ursula Fatzak erano già riusciti a evocare. Si può così passar sopra a certi impacci dell'episodio fiorentino, dopo il lungo e felice episodio di Recanati e anche, se vogliamo, nonostante il fortunato passato di Martone, il disarmonico episodio di Napoli, quando si disperde nella proposta solo documentaristica del colera e in quel Vesuvio la cui eruzione, tra fuoco e stelle, non ha lo stesso fascino dei versi che Leopardi vi aveva dedicato. Sono però sempre questi versi che, filtrando i singoli episodi, li investono ora di fuoco ora di quel pessimismo ('le magnifiche sorti e progressive') contestato all'Autore persino come tradimento politico. Recita per noi questi versi stupendi Elio Germano di cui, quando non si ascolta la voce, si 'leggono' quei versi sul composto vigore del volto, in aggiunta alle sue straordinarie doti mimiche. (Che riscattano l'inutile naturalismo di un personaggio gobbo e deforme)." (Gian Luigi Rondi,' Il Tempo', 2 settembre 2014)

"Dopo la felice fatica risorgimentale di 'Noi credevamo', Mario Manone ha scelto un'impresa ancora più difficile. Con 'II giovane favoloso' (che splendido titolo) ha inteso raccontare la vita e il mondo interiore del nostro massimo poeta, Giacomo Leopardi, senza la pretesa di una pedissequa e didascalica biografia. Ma selezionando (molto creativamente) , ha centrato l'obiettivo. (...) Il Leopardi cesellato da Elio Germano (sfida titanica quella di evitare i trappoloni della caricatura del poeta storpio e sfigato) è un uomo che sa di essere dotato di qualità speciali, e non disdegna fame di affermazione. Ed è anche, e soprattutto a dispetto delle spietate limitazioni impostegli dalla natura - la banale spiegazione del suo disperato pessimismo, quello che la società letteraria, dapprima osannante poi sempre più isolandolo, gli rimprovera - un vulcano di vitalità anche nei feroci sarcasmi o nelle ghiottonerie o nell'innamoramento per Rossini. Un fuoco che arde senza posa in cerca di aria libera ('ho bisogno di entusiasmo fuoco vita' ), pronto a cogliere e ad auspicare ogni segnale di rottura ('il vero consiste nel dubbio') di vecchi equilibri, tanto artistici che in senso lato politici e sociali. La tempra dei rari grandi solitari profeti, per nulla compiaciuta di infelicità e tetraggine, espressa senza retorica né magniloquenza. Un film 'pesante'? Può darsi, ma come prezioso antidoto a una leggerezza drogata, pigra e irresponsabile. E comunque fonte di grandi e forti emozioni." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 2 settembre 2014)

"La sfida era raccontare la storia di un'anima attraverso un corpo, rappresentare la poesia come necessità concreta e insostituibile, trasformare l'autore degli studi liceali e delle ossessioni scolastiche in un divo carismatico e ribelle, capace di opporsi alla rigida educazione familiare, alle convenzioni social di un'epoca, ai limiti imposti dalla fragilissima salute. II risultato, pienamente raggiunto, è nelle immagini del film 'Il giovane favoloso' di Mario Martone (...) anche grazie alla prova straordinaria del protagonista Elio Germano. Un Leopardi sognante e furioso, assetato di quella vita che poté assaporare poco, non più banalmente malinconico, come l'avevamo sempre immaginato, ma bellicosamente deciso a esercitare tutta la libertà del suo pensiero, delle sue azioni, dei suoi desideri. (...) La trasformazione fisica è imponente, per oltre metà film Germano cammina sovrastato dalla gobba, sempre più sofferente, sempre più temerario (...)." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 2 settembre 2014)

"È proprio vero: un verso di Leopardi (un'immagine, una reverie, una doverosa fantasia) la memoria li conserva per ognuno. Le 'vaghe stelle dell'Orsa' possono confondersi con la fredda luna cui alza lo sguardo nel mare dell'infinito su cui si può dolcemente naufragare. Ma il suono misterioso e sbigottito, la segreta corda d'ansia amorosa e disperata, la lucida insidia intellettuale che riconduce ogni sonorità alla compostezza del vero: tutta quella strana musica leopardiana nessuno l'ha dimenticata, anche se ascoltata nei lontani anni scolastici. E, intorno ad essa, la leggenda di un uomo brutto e ingobbito che la natura dotò di un'altissima capacità di esprimersi. (...) Mario Martone ci racconta chi fosse quest'uomo, la sua esistenza infelice ma ricca di segrete fonti di energia, il suo destino, tra ascesi e ribellione, desiderio di fuga e bisogno di reclusione. (...) Martone deve aver letto e riletto tutto quanto si poteva leggere sui giorni e la vita di Leopardi, testi, lettere, memorie, testimonianze altrui. 'Il giovane favoloso' ne fa un uso quasi filologico, corretto, meticoloso, che recupera al momento giusto la frase giusta di ogni fonte e citazione. Ma poi il regista napoletano ha allineato ogni cosa in quello spirito di trascolorato autobiografismo che il poeta delle Ricordanze lascia come un alone accanto a sé. I tanti motivi vengono inseguiti proprio perché se ne colga l'intreccio vivo, il perpetuo riproporsi. Perché la vita, anche quella di Leopardi, non può essere interamente bloccata dagli eventi che la scandiscono. Si deposita in un'infinità di strati, soprapposti e mobili. Un caleidoscopio che, girando, in ogni momento, proietta e modifica le immagini: Leopardi nella gabbia soffocante del microcosmo familiare, il ribelle che cerca disperatamente contatti con l'esterno; (...) Martone lo insegue dentro l'accecante riverbero di un pensiero vivo e mescolato alla memoria immaginativa di chi scrive, delicato artificio che ha a che fare con gli accidenti, i campi di forza dei rapporti familiari, gli affanni del corpo, i malanni fisici, le gelosie, i problemi di denaro che sono in grado di spezzarla in un attimo. E il poeta nelle immagini finali raccoglie la ginestra, è la ginestra che spunta ancora, senza piegare il capo al destino e senza illudersi di nulla, unica alternativa alla furia della natura e all'impietoso stigma del proprio karma." (Renato Minore, 'Il Messaggero', 2 settembre 2014)

"Racconta Mario Martone che nella scrittura del 'Il giovane favoloso', lui e Ippolita di Majo hanno deciso sin dall'inizio di non varcare le molte soglie che la figura leopardiana offriva, per rimanere invece a fianco dello spettatore. Questo muoversi lungo i bordi della cronaca permette al regista di rivelare del suo personaggio, Giacomo Leopardi, a cui dà corpo spiazzante Elio Germano, la poesia e il conflitto, la scelta di libertà disturbante nell'epoca in cui vive. La voce di Leopardi diviene un mezzo per riflettere sui nostri tempi, su cosa significa essere artista, regista di cinema o di teatro o intellettuale, quando intorno la realtà reclama una scelta. La cui natura però non può essere semplicemente ideologica, ma al contrario impone una continua messa in discussione del proprio pensiero, e dunque del proprio fare. II viaggio in Italia rosselliniano del poeta appare anche come un viaggio nel fare artistico del regista e non solo per le affinità con il precedente 'Noi credevamo', in quel suo lavoro sull'Ottocento italiano, o per gli anni dedicati a Leopardi del quale ha portato in scena le 'Operette morali' - ritroviamo qui molti degli interpreti. (...) C'è nel film la ricerca forte di rendere visibile una lingua, di dare immagine narrando i movimenti della vita, alla poesia che ci riporta al suo teatro, dai tempi di Rasai, di cui Enzo Moscato che appare in un fulmineo cameo è stato il maestro coi suoi versi carnali, fisici di sentimento, rabbia e dolcezza. Quella stessa «letteratura» che sin dagli esordi, con 'Morte di un matematico napoletano' è in relazione con il cinema di Martone, non però come spunto per una storia ma come ricerca, attraverso la parola, di una forma cinematografica che ne interpreti l'essenza e l'universo che contiene. Un'immagine poetica e politica, priva di retorica, appassionata e moderna nell'epifania in un sussurro del vento in un verso. Che ci conduce nelle viscere di una Napoli caravaggesca, illuminata da chiaroscuri di Renato Berta, i cui impasti luce riescono sempre a trovare la perfetta corrispondenza tra stato d'animo e la parola poetica. (...) non è (...) la biopic di Leopardi, pure se ne ripercorre le tappe fondamentali dell'esistenza (...). Pure se nel movimento narrativo, governato dall'occhio preciso di Jacopo Quadri al montaggio, il poeta è la sua opera che è la sua vita, e viceversa, ma lasciando fuori il sentimentalismo dell'io. La visione di Martone è dentro a un pensiero lucidamente politico che interroga il proprio essere al mondo. È lo scontro di un'aspirazione libera con i dettami di stile o di comportamento, sono le scelte della vita, di una sensualità vietata che attraversa i generi, e trova negli incontri con i ragazzetti dei vicoli l'occasione di conoscenza del mondo. Il giovane favoloso è uno struggente film sulla giovinezza, sullo scontro coi padri, sul bisogno di utopie. Sulla scoperta del mondo, di sé, dell'amore, del desiderio, dell'amicizia. Il Leopardi di Martone non è quello dei libri di testo, e questo film, punta alta del concorso veneziano, dovrebbe essere visto da tutti gli studenti delle scuole. Leopardi è un artista, un intellettuale che rischia, e non cede al compromesso, «pasoliniano» perché voce critica e provocatoria di un disagio umano che non cerca mai di camuffare. È questa sua contemporaneità che Martone illumina in quello che è un grande film sul nostro tempo e su un cinema che può ancora inventare spazi liquidi di resistenza." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 2 settembre 2014)

"Cinema, teatro e opera convivono felicemente, da sempre, nella creatività di Mario Martone. Si è detto molte volte, citando l'unico termine di paragone nella storia recente del nostro spettacolo, ovvero Luchino Visconti. (...) Qui la letteratura è il corpo stesso del film, attraverso il corpo che Elio Germano dà mirabilmente a Giacomo Leopardi, uno dei massimi scrittori dell'Italia moderna, un corpo che l'attore «sviluppa» e trasforma dall'infanzia a Recanati fino alla fine, davanti alle ginestre sul Vesuvio. L'attore riesce ad attraversare, quasi senza farcene accorgere, gli stadi successivi della malattia che afflisse sempre più duramente il poeta, senza nasconderli ma senza mai trasformarsi in un 'elephant man'. Gli attori, e il teatro da cui provengono, sono una parte fondamentale non solo della poetica del regista, ma del risultato finale del film: sembra che ogni scena possa isolarsi in un brano teatrale. E non certo in senso limitativo, ma perché tale è la precisione, la cura di ogni particolare, e il potere evocativo che da loro emana, che sembra che ogni attimo del film abbia avuto prove accurate, senza nessun «buona la prima». Dando modo ad ogni attore di dare rara intensità ad un ruolo, o anche solo a un cammeo: dalla meravigliosa Paolina sorella, Isabella Ragonese, alla strepitosa Adelaide Artici Leopardi di Raffaella Giordano: un corpo di grande danzatrice rattrappito in una smorfia bigotta e crudele che nessuno vorrebbe avere per madre. O all'irresistibile precettore di casa Leopardi, un Sandro Lombardi coinvolto e divertito lui per primo. E Paolo Graziosi il conte-zio, e via così. Del resto è vero che a Leopardi, alle sue parole e al suo sentimento Martone si era dedicato da qualche anno, proprio in palcoscenico, riuscendo nell'opera improba di trasformare in spettacolo le 'Operette morali'. Nel film, in ruoli tutti diversi, compare gran parte degli interpreti di quella messinscena, assieme a moltissimi altri attori che dal teatro provengono, anche se non «martoniani» in senso stretto: da Massimo Popolizio (fantastico conte-padre Monaldo, strappato alla iconografia odiosa di semplice erudito reazionario, ma ricco di una complessa e combattuta affezione per i figli), a Michele Riondino, l'amico Ranieri che con sobrietà (per altro intensa) riesce a far trasparire uno dei lati davvero segreti, che nessuna scuola ci ha insegnato, della sessualità di Leopardi, per la quale le donne dovevano restare irraggiungibili (...). Soggetto poetico ma non realmente erotico. Senza «scandali» né pruriti, il film segue il proprio protagonista e oggetto di affezione scoprendone molti lati normalmente «censurati» dai professori. Da quello politico a quello dell'innovazione letteraria radicale, alle distanze continuamente prese dall'ambiente umano circostante, allo humour con cui un intellettuale come Leopardi poteva anche schermare la propria sterminata curiosità. La stessa che l'amico caloroso Pietro Giordani (un vibrante Valerio Binasco), gli suscita facendogli toccare con mano le sculture della santa Casa di Loreto. L'occhio artistico di Martone permea tutta la sceneggiatura (scritta non a caso con Ippolita di Majo), sono bellissime le riprese di quella Recanati filtrate dalla nebbia che vi cosparge la fotografia di Renato Berta, ma sono solo l'inizio di una discesa agli inferi, che scala in realtà le vette, della poesia come della vita. E il cui culmine è proprio Napoli, le sue viscere piene di ombre, di voci e rumori, di paure e di piaceri, in cui la «teatralità» della regia può scatenarsi assieme a tutti gli attori che ne sono corpo e parte. Di fronte al pensiero sempre più alto del poeta, Napoli scopre la sua carnalità rituale, di cui è officiante protagonista, in abito talare, Enzo Moscato. (...) Fino a quel momento la bella colonna sonora contemporanea di Sascha Ring si era alternata solo con Rossini (a parte una breve citazione iniziale mozartiana): Rossini contemporaneo e quasi conterraneo di Leopardi, anche lui genio precoce, come lui innovatore di forme artistiche e di linguaggi. (...) È un universo sorprendente che prende forma, e che può aprire ad ogni spettatore nuovi percorsi di suggestione, leopardiani e non solo." (Gianfranco Capitta, 'Il Manifesto', 2 settembre 2014)

"Ed eccolo qua il Leopardi di Mario Martone, il magnifico «Il giovane favoloso» (...). Un film fatto di vento, di poesia, di volti e di corpi e di paesaggi, a cominciare da quell'«ermo colle» che ha ispirato al genio di Recanati la poesia «L'infinito». Un film dove la poesia si fa carne e la carne si sublima nella malinconia di una vita immaginata più che vissuta. Non era facile: non era facile non cedere alle lusinghe della vulgata, alla retorica del «poetico», al fascino di una figura che oggi può risultare perfino esotica, alla morbosità della deformità fisica, del rapporto per qualcuno «ambiguo» di Leopardi con l'amico Ranieri. Certo che tutto questo c'è nel film di Mario Martone eppure niente di tutto questo ne costituisce l'ossatura che, al contrario, andrà ricercata nell'incessante tensione verso l'assoluto, verso quell'«infinito» magicamente descritto dal Leopardi nella celebre poesia. Già, la poesia. Uno dei pregi del film crediamo sia proprio quello che riesce a rendere «visibile» la poesia: i versi leopardiani non nascono così, per caso, ma sono il frutto di un magnifico combinato disposto di osservazione e di introspezione: osservazione della natura e scandaglio della propria anima. Gran parte del merito del film andrà naturalmente ascritto alla magistrale prova di Elio Germano, la cui interpretazione del protagonista resterà uno dei vertici della sua carriera. Certo che cammina ingobbito, curvo, come raggricciato su se stesso, inveendo contro madre natura per la quale gli uomini sono esseri insignificanti, ma questo è cronaca." (Andrea Frambrosi, 'L'Eco di Bergamo', 2 settembre 2014)

"Sempre caro ci fu questo poeta, ed i suoi versi, che di tanta parte della nostra anima sanno parlare. Ma sedendo e mirando il film di Mario Martone dedicato a Leopardi, 'Il giovane favoloso', non è che si riesca a sentire quella grande emozione che l'arte di uno dei più grandi poeti della letteratura italiana dovrebbe evocare. Furore, febbre, esaltazione e malinconia, riflessione sull'immensità dei misteri dell'universo, meschinità della vita quotidiana, speranza e tragedia, la rabbia di una salute disastrata, che rende impossibile anche le cose più semplici. Tutto questo c'è nel film, ma è come se fosse detto, e non fatto vivere allo spettatore. 'Il giovane favoloso', (...) con Elio Germano nella giacca del poeta, non è un lavoro improvvisato, certo no. (...) Serietà, dunque, ma anche seriosità: il film ha la pesantezza di un tir su quella crosta di ghiaccio che è la resistenza degli spettatori alla Mostra di Venezia. Difficile dire perché. Tutto è giusto, poco è sorprendente. C'è il giovane Leopardi, interpretato con aderenza anche fisica da Elio Germano, fino a vedergli spuntare degli strani cuscinetti sui muscoli dorsali, insomma la gobba. Il giovane Leopardi chiuso nella immensa biblioteca di papà Monaldo: e non un libro è fuori posto, non uno. C'è una ragazza a cui cadono delle noci per la strada, che finiscono per disporsi ordinate come le pedine della dama a inizio partita. E tutto molto geometrico, «sistemato»: compresi i discorsi, certamente attendibili, storicamente accurati. (...) Ma mancano i momenti di emozione vera, quelli imprevisti, manca la suspense." (Luca Vinci, 'Libero', 2 settembre 2014)

"Dimenticatevi Giacomo Leopardi. Scordatevi quell'uomo passivo e cupo che la scuola vi ha consegnato, chiuso negli schemi mentali di insegnanti annoiati e studenti distratti. Mario Martone con 'Il giovane favoloso' ci riconsegna un intellettuale e un uomo che non è solo presente e partecipe del suo tempo, ma anche del nostro. Quella che il regista napoletano ci restituisce in un film ambizioso e serrato è la biografia emotiva e artistica di un genio tormentato, di un giovane uomo lacerato nel fisico e nell'anima, di un artista profetico e originale. Lo deve, il cineasta, anche a un Elio Germano semplicemente eccezionale: innanzitutto negli occhi che rispecchiano lo studio matto e disperatissimo ma anche un desiderio di vita totale come la sua ossessione per la morte. Recanati, Firenze e soprattutto Napoli, queste sono le tappe di un viaggio in cui troviamo la lucidità feroce di chi sa di avere poco tempo e troppo talento, di chi vorrebbe un paese alla propria altezza, di chi rifiuta la rassicurante presenza di una religione materna e protettiva per un dio che, se c'è, è sadico, cinico, nichilista. È anticonformista, il titanico e fragile Giacomo, nel suo attacco costante a una Natura maligna e indifferente. (...) Leopardi, sul viso di un Germano ispirato e potente, non è l'icona stanca e persino grottesca del nostro immaginario, ma un uomo animate di passioni selvagge e animalesche, ma anche di raffinata dialettica e facilità di modellazione di pensieri e parole illuminanti, complessi, fluidi. Martone ci mostra la sua adolescenza rinunciando, se non sfiorandola, a Silvia, facile scorciatoia narrativa ed emozionale, per concentrarsi sulla crescita violenta di una cultura e di un pensatore totali e totalizzanti. Leopardi è un sole a cui tutti si avvicinano per poi ritrarsi pavidi, tranne il devoto Ranieri (un ottimo Michele Riondino che conferma l'intesa con Germano dopo 'Il passato è una terra straniera'), perché a bruciarsi è solo lui, eroe coraggioso capace di sostenere sulle proprie spalle piegate da una selva di malattie il peso della sua limpida e complessa visione del mondo. Il regista sceglie per la prima parte una confezione classica, mentre per il periodo napoletano, sede di un lungo finale in crescendo, scatena la forza della sua arte, con scene coraggiose per ideazione, realizzazione e colori. Si concentra su un attore versatile per quella gamma di emozioni incoerenti che lo squassano, ma non rinunciano, entrambi, alla sfida di un linguaggio che mai sembra polveroso (...). Si finisce per perdonare anche le digressioni meno riuscite (il golem di sabbia, il periodo fiorentino che risulta di mero raccordo) proprio perché mai si perde la strada maestra. Si accoglie con piacere, invece, la grazia delle debolezze dell'uomo, capriccioso - soprattutto se si parlava di gelato - e ostinato. 'Il giovane favoloso' dovrebbe diventare un film dell'obbligo, un passaggio imprescindibile nella formazione dei giovani. Abbiamo ammazzato Leopardi sui libri, ora è vivo grazie al cinema. Il Martone storico, da alcuni erroneamente individuato in contrasto con il regista d'avanguardia degli inizi, è innovatore e rivoluzionario ancora di più adesso che si costringe all'analisi del passato, nel ritrarre un paese che da 'Noi credevamo' a 'Il giovane favoloso' dobbiamo avere il coraggio di conoscere. E cambiare." (Boris Sollazzo, 'Il Garantista', 2 settembre 2014)

"Un film bellissimo, 'II giovane favoloso' di Mario Martone (...), coraggioso: facile cadere nel trito, narrando di un poeta segnato da genio e deformità fisica, visione siderale e disperazione. Difficilissimo, poi, con una storia - e il film, per me come per il Wenders adulto e De Sica ecc., è sempre una storia - rendere comprensibile la poesia. Qualunque poesia, di qualunque poeta. Dalla figura del poeta parte il regista. (...) In pochi passi il film mostra come la poesia di Leopardi (salmodiata nei momenti in cui è filmicamente necessario), se preoccupa alcuni cattolici bacchettoni per il suo presunto ateismo, offende i rivoluzionari liberali per la sua assoluta mancanza di fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive». Altro segno di intelligenza interpretativa, in relazione alla poesia leopardiana, che non suscita diffidenza in ogni ambiente letterario se non per la sua inafferrabilità. Il dubbio, ma anche l'infinito. La storia prosegue con il trasferimento nella Napoli plebea, triviale e di esaltante vitalità, e culmina con l'oltrestoria, la lettura dei versi, 'La ginestra', che come poche altre, segna i momenti culminanti del film. Semplice e impeccabile scelta registica: la poesia non si spiega se non con la poesia stessa. Tutto intorno la vita, del suo autore, di quelli che gli furono accanto, in un affresco dai dialoghi tesi e impeccabili, fotografia calda, italiana, caravaggesca, a accentuare la drammaticità delle vicende, musiche creanti una lenta sublimazione post Pink Floyd alternata alla gioia rossiniana. E poi gli attori: molto raro, in un film italiano degli ultimi vent'anni, un livello recitativo così compiuto, senza cadute. Non esistono parti minori, ed è un peccato non poter nominare e lodare ogni nome del cast. Ma certo, oltre al perfetto protagonista Elio Germano, al Ranieri di Michele Riondino, alla Fanny di Anna Mouglalis, alla Paolina di Federica De Cola (ripeto sono tutti impeccabili, non solo i protagonisti), restano impressi per sempre il Monaldo di Massimo Popolizio e il Precettore di Sandro Lombardi. Il primo perché crea un personaggio fuori dalla convenzione, animato più da una inconfessata vanità che da un reale rigorismo, non uno spauracchio, ma un uomo debole, compresso e non alieno da bontà: grande invenzione. Il secondo perché assume un ruolo da quasi addolorato complice di un disegno che gli sfugge. Pingue, un po' molieriano, malinconico, come se la materia che dispensa, il sapere, in quell'anima smisurata del giovane Giacomo, gli sfuggisse. Guarda caso i due sono tra i pochi attori italiani capaci di leggere davvero, in scena, la poesia. Qui non lo fanno, sono numi tutelari. Li legge, adagio, come sorgivamente, Elio Germano. Ne ha fatto un film, una sfida, una nobile scommessa, Mario Martone." (Roberto Mussapi, 'Avvenire', 2 settembre 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy